da qui
Ultraterrena
Lirico terapia. Pietro Zovatto, Verso dove?

Verso dove?
Diventiamo adulti
per un breve istante
se la sorte
ci estrasse alla vita.
Quando hai guardato
tutte le cose della terra
e sopra le stelle
e ogni creatura
rifatta in armonia
nello splendore del bello
è ora di andare
alla ricerca di un altro
appiglio nelle frontiere
dell’assoluto silenzio.
I santi e i profeti
con più forza cantino
quest’uomo che geme
esiliato in non so quale
taverna oscura. Se
hai questo desiderio
arcano sei maturo
per passare all’altra
riva, dice l’operaio
buono di Nazareth.
Continua a leggereImpegno
Il lavoro più bello
di Kika Bohr
Padroni, servi e specchietti per allodole (arazzo 4m30 x 1m93 con 45 cravatte, 15 calze e 7 “specchietti per allodole”).

uno specchietto
Domanda: – Qual è il lavoro più bello? Risposta: – Quello che si sta facendo!
Oggi vi racconto un lavoro che mi sta occupando da più di un anno. E’ un lavoro di cucito e di pazienza, di pazienza per forza, per me che non so e non ho mai voluto imparare a cucire come si deve. Quindi ho passato momenti di euforia (l’impresa va avanti!) e momenti di scoramento quando vedo quanto mi manca ancora per portare a termine il mio progetto. Ma ora che sono abbastanza a buon punto provo a descrivervi la mia idea: una serie di quarantacinque cravatte e quindici calze cucite su un’enorme tela a righe orizzontali che ha riempito dapprima il pavimento poi la parete intera di una stanza di casa. Continua a leggere
Un anticipo
Lirico terapia. Gerald Manley Hopkins, Il porto del cielo.

Il porto del cielo
Una suora prende il velo
Ho desiderato andare
Dove le primavere non tramontano,
In campi dove non cade grandine aguzza e spigolosa
E qualche giglio spunta.
E ho chiesto di essere
Dove non vengono tempeste,
Dove il verde mulinare è muto nei porti,
E lontano dal sommovimento del mare.
Continua a leggereLodi
Giselda Pontesilli Su «CAPRONI. Il mio ENEA»

Caproni. Il mio Enea, a cura di Filomena Giannotti»prefazione di Alessandro Fo postfazione di Maurizio Bettini ed. Garzanti, Milano 2020
I) Lo studio di Filomena Giannotti su Giorgio Caproni, di cui si è ricordato nel 2020 il trentennale della scomparsa, è incentrato sull’accurata riproposizione delle tante occasioni (articoli, interviste, interventi) in cui il poeta, dal ’48 all’ ’88, rievoca, con variazioni e aggiunte, il proprio «incontro» con Enea.
Ne risulta un ritratto inconsueto di Caproni, focalizzato grazie a un filo conduttore che ne sostiene unitariamente l’opera e mostra, nitidamente, un suo messaggio orientatore, risanatore per il presente.
«Un poeta profondamente in bilico» -così definì Caproni, Vincenzo Ostuni nel 2006; in bilico, «fra ripiegamento lirico e narrazione antilirica e deidentificata, fra negazione brutale e leggerezza suadente, fra novecentismo e antinovecentismo, fra nichilismo e umanesimo […]» (cfr. V. Ostuni, Flautoclarinescente, postfaz. a G. Caproni, Amore, com’è ferito il secolo).
Precedenza

Prove e ricompense sono strettamente collegate. È una dinamica logica, perché la verità si configura in modalità precise: è qualcosa che ci supera, che non si adatta ai nostri gusti, alle nostre ideologie. È bello pensare che la vita sia fatta in un modo che precede le nostre decisioni: prima viene il bene, poi la scelta che aderisce o respinge, ci salva o ci rovina.
Intervista a Giovanna Rosadini


di Raffaela Fazio
Giovanna, come e quando è nato il tuo amore per la poesia?
Direi annusando le librerie di casa, fin da piccola. Saggiando i volumi, aprendoli e sfogliandoli, trafugandoli in camera mia… La grande appassionata di letteratura, in casa, era mia mamma: ricordo la successione ritmica dei dorsi dei libri einaudiani, quelli bianchi di narrativa e poesia, ma anche gli arancioni dei saggi, e poi la veste di un tempo, color carta da pacchi, dello “Specchio” mondadoriano… da Cardarelli a Fortini ma, soprattutto, Montale. Indimenticabile l’impatto che ebbe, su di me adolescente, un’edizione nei “Supercoralli” delle poesie di André Breton: la scoperta del potere dell’inconscio tradotta nel dettato automatico, una meraviglia, e la continua sorpresa di immagini e accostamenti sinestetici inediti, pura energia. Ma determinante è stato il regalo di un piccolo e prezioso libretto di poesie di Federico Garcia Lorca, “Cinque lire di stelle”, ricevuto a dieci anni da un giovane amico che abitava nella grande casa rosso mattone con cui confinava, a Genova Nervi, la nostra proprietà. La poesia come elemento relazionale, come scambio nell’ambito di un legame di amicizia (come forma di comunicazione elettiva) nasce per me da quel dono, un concentrato di freschezza e fantasia espressive (“Mi hanno portato una conchiglia. //Dentro ci canta/un mare di mappa. / E il mio cuore/si riempie d’acqua/con pesciolini d’ombra e d’argento.”).
Continua a leggereLamentarci
Lirico terapia. Thomas Hardy, Non guardano se stessi.

Non guardano se stessi
C’è qui il vecchio pavimento, logorato dai piedi, incavato, fragile,
e qui c’era l’antica porta
da cui entravano piedi ormai morti.
Qui ella sedeva su una sedia
e sorrideva verso il fuoco;
là egli suonava il suo istrumento con toni sempre più forti.
Io danzavo in un sogno come un bimbo;
felicità adornava quel giorno;
ogni singola cosa risplendeva; eppure tutti guardavamo lontano!
Cuore puro
Luigi Maria Corsanico legge Lawrence Ferlinghetti. 2
Il Benefattore

Sappiamo quanto sia importante il verbo tornare, nella Bibbia. In fondo è tutto lì: tornare a Cristo, come se mai l’avessimo lasciato. Solo lì riposa il nostro cuore: per questo bisogna liberarlo da ogni vincolo ingombrante. Chi mendica l’amore pretendendolo, ha dimenticato il suo Benefattore, la Fonte eterna della beatitudine.
Lirico terapia. Sujata Bhatt, Ars poetica.

Ars poetica
Mi hai chiesto chi invidiassi di più: Quale scrittore? Quale poeta?
Chi vorrei essere
se potessi scegliere
di essere qualcuno diverso da me?
Shakespeare, ho detto,
quasi automaticamente.
No, no. Hai protestato –
Sii più originale.
Dimmi qualcuno
a cui nessuno pensa.
Continua a leggereIn ogni istante
Buona lettura 27: “Il maragià di Firenze” di Paolo Ciampi
Buona lettura è una rubrica curata da Mara Pardini. Uno spazio per “assaggiare” libri buoni, ovvero utili, piacevoli, intelligenti, capaci di lasciare un segno nell’immaginazione di chi li sfoglia. Un taccuino per catturare le impressioni, i messaggi e le parole che escono di pagina in pagina ma anche per incontrare scritture nuove e legate all’attualità. Un angolo per parlare di libri e condividere il gusto di una buona lettura.
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Per Arkadia Editore, Paolo Ciampi ci regala una storia piena di vita reale dedicata al maragià di Firenze, detto “l’Indiano“, ovvero a quell’enigma di pietra che sorge nella zona della Cascine, nella periferia fiorentina e che commemora, appunto, il primo maragià arrivato in Europa poco più che adolescente.
L’intento dell’autore de Il maragià di Firenze è che non venga più considerato “l’Indiano di Firenze” venuto in Italia a morire giovanissimo, ma una “persona con vita dietro di sé“, seppur inabissatasi troppo presto. Ciampi ricostruisce così le vicissitudini del sovrano che appartiene al “Paese delle tigri e degli elefanti“, riflettendo su genealogie, successioni e regni che contraddistinguono il 1850 e gli anni successivi. E inizia a cercare l’India a Firenze, in quella Firenze che ancora per poco è capitale d’Italia e che attira il maragià per la sua bellezza, senza mai venire meno al pudore che avvolge le vite che ci hanno preceduto.
Continua a leggereTutto quello che Yari Selvetella sa sull’amore. Intervista all’autore del romanzo Le regole degli amanti.

Seguo Yari Selvetella da quindici anni e ogni libro, ogni intervista non è “solo” una lettura, ma un’esperienza. Il suo ultimo romanzo, Le regole degli amanti (Bompiani, 2020), è stato la mia ultima lettura dell’anno e mi ha messo a confronto con me stessa e con l’idea di amore, di relazione, che ho, che abbiamo più o meno tutti, lasciandomi tanti interrogativi. Alcune di quelle domande sono state oggetto di questa intervista, in cui parliamo sì, di amore, ma anche di scrittura, lettura, necessità e futuro.
Mia mamma dice sempre: “Tanto prima o poi l’amante diventa come il marito”. Mi ha sempre colpito l’evoluzione nel rapporto fra coppie clandestine, che tu hai reso alla perfezione, in questo rapporto fra Iole e Sandro che, contrariamente a quanto si immagina quando si pensa agli amanti, dura trent’anni. Attraversano infatti un primo periodo 100% passione, poi complicità intellettuale, fino a implicazioni più “terrene” e non sempre entusiasmanti. Come hai immaginato il cammino di questa coppia?
Mi pare che in questo periodo gli scrittori si preoccupino molto di proteggere le loro storie, per così dire, con degli scudi. Utilizziamo degli elementi e degli stratagemmi sottilmente ricattatori nei confronti del lettore. Me ne sono accorto dopo aver pubblicato Le stanze dell’addio. In quel caso il protagonista, proprio come il suo autore, era un vedovo, e questo generava nel lettore una serie di reazioni più o meno consapevoli. Ora, siccome in Italia i romanzi spesso si dividono in quelli che bisogna avere coraggio e argomenti per criticare e quelli che hanno bisogno di coraggio e argomenti per essere segnalati al pubblico e difesi, mi sembra che l’elemento del lutto abbia sospinto il mio romanzo nella prima categoria. Ma non perché io ritenga Le stanze dell’addio poco riuscito, al contrario lo considero migliore di quello che si pensi, ma migliore – se posso dire – per motivi diversi, che non riguardano la mia storia personale. Insomma a un certo punto in quei panni mi sono sentito a disagio e così ho deciso che stavolta volevo scrivere un romanzo con dei protagonisti dai comportamenti opinabili. E ho pensato agli amanti.
Ovviamente anche a un argomento del genere, così esplorato, ci si può avvicinare accarezzando il lettore e cioè, fondamentalmente, occupandosi del senso di colpa, del tema morale del tradimento e così via. Invece no, mi sono detto, voglio proprio vedere se la mia scrittura tiene la storia di due benestanti che se la spassano in barba alle rispettive famiglie, che viaggiano, leggono, mangiano spaghetti in riva al mare e bevono vino bianco fresco come in una canzone di Paolo Conte. Oggi più che opinioni si cercano pacche sulle spalle. Questo atteggiamento, però, anziché in un autentico impegno si traduce più spesso in un certo conformismo. Il pubblico gradisce, più o meno, poi fagocita e dimentica. Ho pensato che forse potevo mettermi un po’ di traverso. E insomma inizio a scrivere questo romanzo e mi capita qualcosa che non mi aspettavo. E cioè che di questi due mascalzoni, Iole e Sandro, finisco un po’ per innamorarmi, come di quei vecchi amici che si mettono sempre nei guai. Così li ho accompagnati, passo passo, nella loro lunga storia, li ho letti, tra torti e dolori, tra gioie e ragioni.







