Luigi Maria Corsanico legge Julio Cortàzar. 2

[youtube=https://youtu.be/oeblVnKmAug]

da qui

Julio Cortázar – Il futuro
tratto da “Le ragioni della collera”, Edizioni Fahrenheit 451, 1995, Roma.
Traduzione di Gianni Toti
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Django Reinhardt & Stephane Grappelli, Nuages

Capucine,Café de la paix/1952
Foto de Georges Dambier

originale da: “Salvo el crepúsculo”,
Buenos Aires, Ed. Alfaguara, 1984 ? https://youtu.be/Tixyxh-RgxQ

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Independence guy


C’e quello che io chiamo esame di coscienza geografico. Come siamo nelle diverse circostanze? C’è differenza tra il comportamento sul lavoro, in casa e con gli amici? Sono me stesso ovunque, o mi lascio condizionare dall’ambiente, dai discorsi, dall’aria che tira?
È interessante osservare questi meccanismi, perché parlano della forza delle convinzioni, della coerenza dei valori di fondo.
Mi ha sempre colpito l’atteggiamento di Gesù in situazioni eterogenee: nel tempio, nel colloquio coi rappresentanti della dirigenza religiosa, con le donne. Non è il contesto a influire su di Lui, semmai l’opposto: la verità è potente, incide nel mondo, non lo lascia come prima.
Allo stesso tempo, l’amore rispetta la scelta intima dell’altro, la fa risaltare nel suo spessore o nell’inconsistenza, la presenta a se stessa, perché, specchiandosi, decida di cambiare oppure no.
Dovremmo imparare da Gesù, per non dimenticare mai chi siamo e che cosa vogliamo.
Ognuno è ciò che ama. La questione è se ama al punto da compromettersi e rischiare.

“Il giorno del Ringraziamento” – Capitolo 12

[Novella a puntate – testo e immagine di Monica Mazzitelli]

12.

«Sono senza parole. Che storia…» disse James scrollando la testa. «Io… non so cosa dire Frances.»
«Oh Gesù… Devo fumare.» fece Jeff servendosi altro Chianti. Posò la bottiglia poi ci ripensò e riempì anche il bicchiere di Francesca.
«Grazie.» gli disse lei senza alzare lo sguardo. Bevve rapidamente, appoggiò con delicatezza il calice e richiuse il dorso della cornice, controllando che la foto di suo padre fosse rimasta posizionata perfettamente al centro. Poi si alzò, la prese insieme al foglio e salì con lentezza i gradini, senza accendere nessuna luce. Stette via mezz’ora. Continua a leggere→

Il venerdì


Del dolore si può parlare all’infinito, è un pozzo senza fondo. Quello degli altri, quello nostro. Poi c’è sempre qualcosa di più facile, il discorso devia, prende strade piacevoli, meno impegnative. L’essere umano ha la tendenza a svicolare, a far finta di nulla.
Andare contro corrente è indispensabile; resistere al giro di giostra, all’omertà, all’automatica complicità nella fuga dal centro; bisogna prendere il toro per le corna, guardare l’altro negli occhi e scorgervi la sofferenza, così leggibile: come un libro, una pubblicità progresso, un avviso affisso sul cancello per la disinfestazione del consorzio.
È possibile disinfestare dal dolore: con la macchina che mette in moto i sensi interni, l’anima capace di sentire, di fissare l’orrore del venerdì santo replicato nella vita del coniuge, del figlio, del fantasma che ci passa accanto, con una supplica che è facile ignorare.

“Il giorno del Ringraziamento” – Capitolo 11

[Novella a puntate – testo e immagine di Monica Mazzitelli]

11.

Era davvero buona. Aveva una qualità diversa, come se ogni cosa fosse stata scelta fino alla selezione della molecola per essere perfetta, armoniosa, assaporabile. “La più buona torta di mele che abbia mai mangiato” aveva detto Samuel. “Sa di mamma” era stato il commento di Angela, che ne aveva presa una seconda fetta più piccola dopo la prima. Poi si era messa a tirarne su le briciole schiacciandole metodica con i rebbi. La testa le era crollata leggermente dentro le spalle e sembrava ancora più piccola così, nel suo liscio lucore. Non aveva più indossato il berretto dentro casa dopo i primi due giorni. Ora il suo sguardo era fisso nel piatto, più stanco che triste. Francesca si era girata verso di lei, appoggiandole una mano sulla spalla come una carezza, e le aveva sussurrato qualcosa all’orecchio. Angela aveva sorriso arricciando il nasino, restando con la testa incassata, poi si era sollevata sulla sedia, alzando il capo con la flessuosità di un cigno. Continua a leggere→

Di padre in padre. La voce ultima di Laura Maria Gabrielleschi. Recensione di Giovanna Menegus

 

Il perno doloroso e il vuoto attorno a cui ruotano le 57 poesie della raccolta Di padre in padre (La Vita Felice, 2016) è quello della figura maschile: la prima, per una donna, una figlia che dal padre è stata abbandonata bambina. Dopo trent’anni, o quaranta, o più, «il passato è inabitabile» – come ricorda una citazione da Lorca in esergo –, «la ferita aperta», e mentre «il dolore sorveglia la stanza» e «il tempo si astiene», il presente viene mancato e manca: quanto si cerca è ora appena «qualcosa che somigli alla vita». Continua a leggere→

La miniera


La tua voce. Riconoscerla tra mille. Sapere che si trova solo dopo aver percorso il catalogo dei suoni e dei rumori, la chiacchiera stridula dell’uomo, le urla, i lamenti, la litania infernale dell’assurdo, del grottesco, del crudele. L’Io ha la faccia oscura, deformata, che si fatica a riconoscere, perché la cosa più difficile è guardare se stessi occhi negli occhi.
Ma solo calpestando i sentieri puntuti, pieni di ortiche e sterpi della vera identità si può giungere allo spiazzo verde, il lago di luce, l’oasi intangibile del paradiso. Che non è qualcosa situato in alto, ma è la luna nel pozzo, la vena aurifera che appare quando hai molto scavato, insanguinandoti le mani, e col respiro mozzo: è allora che senti la sua voce, la riconosci tra mille, è la tua, la sua, è l’intreccio d’amore che si chiama, con un nome antico, verità.

“Il giorno del Ringraziamento” – Capitolo 10

[Novella a puntate – testo e immagine di Monica Mazzitelli]

10.

Gli piaceva quel suono: i piatti tolti dalla pila e messi in tavola. Di sotto stavano apparecchiando. Che ora era? Allungò il braccio per recuperare il cellulare, che emanava una luce bluastra: una chiamata persa, Carrie. Doveva aver dormito come un sasso, come un sasso morto sul fondo di uno stagno, per non aver sentito la suoneria. C’era anche un sms: “Ciao papà volevo solo farti un saluto stiamo andando alla festa dai vicini ci sentiamo domani mattina abbracci”, nessuna punteggiatura.
Erano le sette e mezza. Perfetto. Era calmo. Forse non era neanche triste. Difficile dirlo, si sentiva scollegato dai suoi sentimenti. Avrebbe dovuto svegliarsi meglio per saperlo.
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L’intuizione

di Riccardo Ferrazzi


Gli scienziati che attribuiscono al caso l’ultima parola nella creazione di nuove specie animali si comportano più o meno come i critici letterari che attribuiscono alla fantasia degli autori la capacità di creare storie. Ma la fantasia di ogni autore ha un suo specifico modus operandi. C’è chi programma ogni particolare e chi si affida al pensiero poetante. C’è chi aspetta l’ispirazione e chi lavora a ore fisse. Ci sono autori che cercano spunti nella Storia o nei viaggi esotici, ce ne sono altri che aspettano che “si accenda la lampadina”. Eccetera eccetera. Continua a leggere→

Luna Park


Accettarsi è decisivo, perché ciò che non ci piace, da cui fuggiamo, che tendiamo a disprezzare, è legato a qualcosa che non vogliamo accogliere di noi. Amare l’ombra, il peccato, non è la strada giusta. La tradizione cattolica ci invita a detestare il male. È possibile, però, giudicarlo e nel contempo amare il soggetto che lo compie, come ha fatto Gesù. Avete inteso che fu detto: amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici.
È chiaro che il nemico non è soltanto esterno, anzi, il più delle volte siamo noi. Amare il prossimo è possibile se si ama se stessi, e si ama se stessi se ci si ama anche nella colpa.
Partiamo all’avventura, addentriamoci nel tunnel degli orrori, come al Luna Park, dove ti arriva all’improvviso la scopa sulla testa o ti appare lo scheletro col cappello a cilindro e con il frac.

“Il giorno del Ringraziamento” – Capitolo 9

[Novella a puntate – testo e immagine di Monica Mazzitelli]

9.

«Mi sono dovuto prendere una pastiglia per il mal di testa, mannaggia a te! Da quanto sei sveglio?» Samuel era uscito sul portico con solo un pile addosso, i pugni sui fianchi accusava Jeff con un sorriso storto.
«Seee… stai a vedere che te l’ho fatto bere con l’imbuto quel whisky! Guarda che ti ho offerto solo il primo, ma vorrei sottolineare che poi la bottiglia te la sei messa tu sul tavolino accanto. Io ne ho bevuti solo due, era dal college che non me ne stavo così sobrio. Piuttosto te, che mi hai fatto fumare due canne di fila… ma quanta roba ci avevi messo là dentro? C’era tabacco o no?»
«Pochissimo cowboy, giusto un minimo per impastarlo.» gli rispose sorridendo.
«Comunque io mi son dovuto bere due tazze di caffè per riuscire a connettere, di là in cucina. Però ora ho imparato a fare anche la carbonara: sono pronto per il ristorante. C’è penuria di locali italiani a Seattle?» Continua a leggere→

Tommaso Landolfi: il genio delle parole

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di Nicola Vacca

«In un’opera come quella di Tommaso Landolfi la prima regola del gioco che si stabilisce tra autore e lettore è che presto o tardi ci si deve aspettare una sorpresa; e questa sorpresa non sarà mai gradevole o consolante, ma avrà l’effetto, nel più blando dei casi, d’un’ unghia che stride contro un vetro, o d’una carezza contropelo, o d’un’associazione d’idee che si vorrebbe scacciare subito dalla mente»,

Così Italo Calvino scrive di Tommaso Landolfi e non sbaglia una parola.

Tra i nostri più grandi scrittori del secondo Novecento, oggi poco letto e molto dimenticato, se non fosse per Adelphi che ha deciso di pubblicare le sue opere in prosa e in versi.

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Il dolore


Che ne facciamo del dolore? Qualcuno bestemmia, qualcun altro si ripiega su se stesso, molti danno la colpa al vicino, all’epoca storica, allo Stato. Il dolore è un ingombro, un incidente, una iattura, a seconda delle prospettive personali. Quando faccio il turno delle benedizioni, qualcuno si presenta con cornetti, coccinelle, ferri di cavallo; pensano che un amuleto possa essere un argine alle possibili disgrazie. Altri presentano le fedi, pur tenendo alla larga il sacramento: chissà che Dio non li protegga anche se lo hanno rifiutato.
Il dolore, insomma, ha a che fare con l’occulto, la superstizione, la magia. È qualcosa che ci sfugge, che non controlliamo, per cui ci affidiamo a forze sconosciute, e spesso inesistenti. È l’effetto placebo, che rende autorevole persino il verbo della cartomante.
Il Vangelo ci propone un’altra via: offrire a Cristo il dolore. È evidente la differenza tra il Figlio di Dio e un pendaglio apotropaico. Ma soprattutto è antitetico l’effetto: il secondo è un calmante, il primo è la pace inalterabile del cuore.

“Il giorno del Ringraziamento” – Capitolo 8

[Novella a puntate – testo e immagine di Monica Mazzitelli]

8.

Si misero in macchina appena finito il pranzo, silenziosi. Poi il trillo troppo alto del cellulare di James interruppe Cohen sul più struggente dei suoi “It’s a cold and it’s a broken allelujah”. Lo sfilò dalla tasca scusandosi con Angela, chiedendole di leggere che nome apparisse sullo schermo.
«Dice “Carrie”.»
«Mia figlia. Premi il tasto e me lo passi? Scusa!» fece un lungo sospiro prima di rispondere «Ciao Car, sto guidando, ti posso chiamare dopo? Sì, tutto bene, ci stiamo facendo un giro per le vallate intorno. Io e una mia amica, Angela. Dì ciao a Angela!»
«Ciao Carrie!» fece Angela sventolando anche la mano.
«Ma certo che va tutto bene, ti sembra di no? Non ho la voce strana, e non sono per niente arrabbiato, per cortesia. Ti chiamo dopo ok? Ciao.» concluse buttando il cellulare sopra il cruscotto. Continua a leggere→

Intervista al fotografo Bruno Marzi


La poesia dello scatto rock

a cura di Guido Michelone

 

A tredici anni Bruno Marzi, in una tranquilla città di provincia, già alla fine degli anni Sessanta, è forse l’unico, grazie al nonno, proprietario di un negozio di elettrodomestici, a possedere e ascoltare decine e decine di 45 giri d’importazione introvabili: con quei dischi tanti giovani a Vercelli – la città in questione – imparano conoscere il soul, il r’n’b, la psichedelia, l’underground, il progressive. Bruno insomma è già ‘avanti a tutti’ e di lì a pochi anni inizierà a scrivere e fotografare per il settimanale Ciao 2001, l’allora bibbia rockettara. Continua a leggere→

Il male


È un non senso, il male. Diadoco di Fotica, il mio Padre della Chiesa preferito, dice che, addirittura, non esiste.
Dimostrare che è un non senso è semplice: il male fa male, prima di tutto a chi lo compie. Agita, turba, logora, rattrista. Nel profondo, ovviamente: in superficie può sembrare che vada tutto bene, come è scritto nei salmi a proposito dell’empio, che prospera convinto che a non esistere sia Dio.
Ma dentro, il male, devasta. Esiste, eccome. Il Vangelo narra che chi toccava Gesù, era guarito. Da Lui usciva una forza risanante, che altro non era che la vita doc, erogata direttamente dalla fonte. Cristo è la nostra pace, dice San Paolo. È questa pace che ha un potere terapeutico, perché connette, crea o rafforza nessi, ricuce strappi e ricostruisce fratture di ogni tipo. Dà senso, insomma, a quanto gli capita tra mano.
Il male, invece, impoverisce, lacera, isola quello in cui si imbatte e che cede alla sua logica. Priva di senso il mondo.
Ecco perché il testamento di Gesù è “vi lascio la pace, vi do la mia pace”. Il prete lo ripete in ogni messa, ma gli eredi, spesso, sono troppo distratti per riscuotere.

Intrappolati. Gli scafisti di Burg Migheizil, di Michele Caccamo e Luisella Pescatori, Castelvecchi, (2017)

Intrappolati, scritto a quattro mani da Michele Caccamo e Luisella Pescatori è un racconto sull’emigrazione clandestina. Definirlo romanzo sarebbe, forse, impreciso. Una cronaca sarebbe riduttivo. Per evidenziarne con chiarezza la denotazione narrativa è adatta appunto la definizione di racconto. Per altro, questa forma espressiva mostra anche il terreno storico culturale da cui l’ispirazione degli autori trae origine o paradigma. Cosa fa, infatti, Sherazade per sottrarsi, anzi, meglio, per allontanare il destino di morte al quale il re persiano l’ha condannata? Deve narrare storie, raccontare. Per mille e una notte.

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“Il giorno del Ringraziamento” – Capitolo 7

[Novella a puntate – testo e immagine di Monica Mazzitelli]

7.

C’era già luce. Dormendo si era appoggiato con la testa sul braccio che ora pungeva indolenzito. Non si era alzato neanche per una pipì durante la notte, gli premeva la vescica. E non si era neanche lavato i denti; se li sentiva stuccati di sporco e fondo di vino. Andò in bagno, si fece una doccia pensando che in quei dieci minuti avrebbe dovuto decidere improrogabilmente se andare a correre o meno. Sempre che la cosa fosse ancora valida. Sempre che Samuel non si fosse incazzato e avesse deciso di tornarsene a Seattle dalla moglie. Sarebbe stata colpa sua, e gli altri sarebbero stati scontenti, avrebbero pensato che era un coglione irascibile guastafeste e dietro le spalle si sarebbero detti “poteva andarsene lui invece che far andare via Samuel”.
Si piegò a strofinare bene caviglie e polpacci. La testa china dissimulava la sensazione di lacrime, le faceva sparire nello scolo della doccia insieme alla schiuma dello shampoo. Pensò a Jeff, che era salito con lui, che lo aveva accudito come lui accudiva Eileen. Senza essere roboante, però. Come fosse stato un figlio handicappato. Si sedette dentro la doccia, per terra. Non aveva mai fatto una cosa del genere e si sentì un po’ ridicolo, come in un film, ma non riusciva a alzarsi. Ancora venti secondi, si diceva, altri venti, due minuti. Sarebbe andato, se gli altri due andavano. Uscì dalla doccia con la pelle lessa e i muscoli bollenti, e dopo un minuto Jeff bussò alla porta. Continua a leggere→

Ti regalo una lucertola – di Max Ponte

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Ogni giorno faccio
delle tue foto le
mie edicole votive
le tue iridi
il tè verde
nel cingerti lontano
son chi si perde
ramingo e devoto
parlo e divago
al passato remoto
mostrami il tuo
giro vita i tuoi
esercizi in palestra
le cose più inutili
la tua maestra delle
elementari dove si trova
la tua buca della posta
chiudi gli occhi
apri le mani e guarda
ti regalo una lucertola

Max Ponte

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A cena fuori


Il problema della preghiera è che non piace. Molta gente prega per dovere. Non a caso la Madonna, in uno dei luoghi dove appare, ripete sempre: pregate finché non vi procuri gioia.
Tutto questo, per un ateo, è assurdo. Ma il bello è che è lo è anche per molte persone religiose: continuano a inanellare rosari, a ripetere orazioni come fossero un cartellino da timbrare.
Non penso che, se si esce con gli amici o con la fidanzata, lo si faccia per dovere. Ha senso se mette allegria e se, già preparandosi, si pregusta un paio d’ore di piacevole relax.
Che c’entra Dio con questo?
Butto lì due citazioni, fra le tante, che potrebbero chiarirlo: Non vi chiamo più servi, vi ho chiamato amici (Gv 15,15); Ti farò mia sposa per sempre (Osea 2,21).
Ebbene sì: pregare è andare a cena fuori, passare la sera con la fidanzata, o con gli amici.
E vediamo se si continua a farlo per dovere.