
È un non senso, il male. Diadoco di Fotica, il mio Padre della Chiesa preferito, dice che, addirittura, non esiste.
Dimostrare che è un non senso è semplice: il male fa male, prima di tutto a chi lo compie. Agita, turba, logora, rattrista. Nel profondo, ovviamente: in superficie può sembrare che vada tutto bene, come è scritto nei salmi a proposito dell’empio, che prospera convinto che a non esistere sia Dio.
Ma dentro, il male, devasta. Esiste, eccome. Il Vangelo narra che chi toccava Gesù, era guarito. Da Lui usciva una forza risanante, che altro non era che la vita doc, erogata direttamente dalla fonte. Cristo è la nostra pace, dice San Paolo. È questa pace che ha un potere terapeutico, perché connette, crea o rafforza nessi, ricuce strappi e ricostruisce fratture di ogni tipo. Dà senso, insomma, a quanto gli capita tra mano.
Il male, invece, impoverisce, lacera, isola quello in cui si imbatte e che cede alla sua logica. Priva di senso il mondo.
Ecco perché il testamento di Gesù è “vi lascio la pace, vi do la mia pace”. Il prete lo ripete in ogni messa, ma gli eredi, spesso, sono troppo distratti per riscuotere.