Il mercante di utopie, di Anna Sartorio

Recensione di Alberto Pezzini

Il mercante di utopie (La storia di Oscar Farinetti, l’inventore di Eataly) – Anna Sartorio – Sperling & Kupfer – pagg. 273 – euro 17,00

Questo è un libro scritto con dei sogni. Nel senso che Anna Sartorio ha usato qualcosa più simile ad una bacchetta magica che ad una penna. O ad un computer. Per i giri delle frasi, e per le parole che ci sono nelle pagine. Le parole, si sa, sono come pietre. Oppure rune dentro cui scavare e cercare un significato alternativo. Come guardarsi dentro un sogno, appunto. In un’altra dimensione. In uno specchio fatto di tradizione, colline, terra da mangiare quasi, e sogni. Oscar Farinetti non è persona normale. Nel senso che non è uomo di terra e basta. E’ uomo di nuvole, spiriti che arrivano da lontano, ed una dose enorme, ma enorme di fantasia. Accanto al fiuto terragno per gli affari c’è una zona molto profonda da cui Farinetti deve trarre le sue visioni. Nasce come elettrodomesticaro ma già con qualcosa che lo divora da dentro. Sartorio ci parla di una scimmietta che sta tutta una vita a cissare (in piemontese cissa chi ti tormenta) l’uomo, quasi fosse il suo daimon, un minuscolo spiritello capace di indirizzare Farinetti sempre verso nuovi lidi. E’ uno spirito inesausto il suo, che non si accontenta mai di dove è arrivato. Ricorre addirittura a dei binocoli ad infrarossi per cercare di bruciare la concorrenza. Continua a leggere→

CONTENITORE A TEMPO ARRESTATO di Giulio Mozzi

viaggi_tempo_4 [ Pubblico qui il racconto Contenitore a tempo arrestato di Giulio Mozzi. Fu scritto su richiesta del “Corriere del Veneto”, dorso regionale del “Corriere della sera”. Ad alcuni narratori fu chiesto di immaginare il Veneto del Tremila.

Domenica primo febbraio pubblicheremo il terzo racconto di Giulio Mozzi. f.s.]

 

di Giulio Mozzi

 

“Ma è sicura?”, disse il professore.

L’uomo dei servizi si irrigidì.

“È sicura”, disse.

“Posso entrare?”, disse il professore.

“Prego”, disse l’uomo dei servizi.

Il professore entrò nella stanza. Era piccola. Quattro panche, un tavolo. Nessuna finestra. Nessuna grata per l’aerazione.

Respirò a fondo. L’aria sapeva di polvere e di chiuso.

“Ma non è che soffochiamo, poi, qui dentro?”, disse il professore”, voltandosi verso l’uomo dei servizi.

“Quanti sarete?”, disse l’uomo dei servizi.

“Undici”, disse il professore. “Me compreso”.

“Mm. Vi metto un aeratore”, disse l’uomo dei servizi.

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La carità delle parole

di Saverio Simonelli

Sto leggendo Il Libro di Mio fratello dello scrittore basco Bernardo Atxaga, cinquantasettenne, un’attività collaterale di giornalista, in ogni caso unanimemente la voce più autorevole di quello spicchio d’Europa. Dice: uno scrittore basco, e subito chi ascolta immagina passamontagna e bandiere di rossi accesi, bombe annunciate e sequestri; al limite una natura impervia e aspra, coste rocciose da contendere al vento. C’è poi il rischio che un’attenzione frettolosa, come accade per tutte le minoranze lo assimili, Atxaga, ai tanti, troppi obiettivi di una ricerca snob, forzatamente alternativa, a caccia dell’eccezione di prammatica al mercato piatto dei best seller.
Penso a questo aprendo la copertina e subito mi imbatto in una poesia d’epigrafe che inizia con un titolo che mi insospettisce per la sua convenzionalità: Morte e vita delle parole. Ci siamo, mi dico, mi attende la solita menata nostalgica e ombelicolare dell’ennesimo relitto d’Europa. Continua a leggere→

Ingrid, la fede e il perdono

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Di Ingrid Betancourt

Ho scoperto la fede in Dio durante la mia prigionia. Fino ad allora, la mia fede era basata sul ritualismo: come molti cattolici, andavo a messa, pregavo, ma la mia conoscenza di Dio era molto limitata. Quando mi sono ritrovata nella giungla, ho avuto molto tempo e per unica lettura la Bibbia,. Ho avuto il piacere, in sei anni, di leggerla, di meditarla. Se avessi avuto altre cose da fare, avrei fatto altro, perché si è sempre pigri per riflettere sull’essenziale. Continua a leggere→

Dialoghi d’amore 4: tendenza Marie Claire

di Antonio Sparzani

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Ecco a voi un dialogo d’amore e politica frammischiati inestricabilmente, così come quasi tutte le pagine di quell’inimitabile romanzo di Manuel Scorza (Lima, 1928 – Madrid 1983) che è La danza immobile (Feltrinelli, Milano 1983). Quello che vi trascrivo qui è il capitolo 5, che si intitola così:
ACCANTO ALLE DALlE, RICOMPARE LA SCONOSCIUTA

Scesi per rue Cuvier. Perché non visitare il Jardin des Plantes, dove avevo contemplato l’indimenticabile spirale? Penetrai fra la folla di madri e di bambini che, terminati i loro giochi, stavano rincasando. Nel centro del maestoso edificio centrale scorsi la Vergine della Scienza fiancheggiata da medaglioni di pietra con le effigi dei saggi che imperituramente avevano lì svelato tanti enigmi della scienza. A sinistra: Guy de la Brosse, Facon, Buffon, Cuvier, Geoffroy Saint-Hilaire. A destra: Lamarck, Brugnias, Jussieu, Havy, Gay-Lussac. Le strade parallele o convergenti al Jardin portano i loro nomi. Senza fermarmi a guardare la statua di Buffon, avanzai per l’avenue Cuvier, parallela al Grande Viale Centrale, ombreggiato da platani, freschi e profumati come d’estate. Continua a leggere→

Macchie, di Andrea Sartori

Sento che crescono, germogliano, sbocciano, fioriscono. Sono loro a fermentare dentro di me, non corpi estranei, bensì mie parti, originariamente e da sempre in mio possesso, miei attributi, modi. Le sento, in corrispondenza dei nei che mi punteggiano la schiena, penetrano la cute, entrano dentro i polmoni. A macchia di leopardo si diffondono in superficie e dentro di me. Io sono un leopardo. Il mio corpo è la mia bestia, l’animale selvaggio sono io stesso, lo ha detto il dottore. La loro logica di macchie è contraria al mio pensiero. Avrei dovuto aspettarmelo: è la vita che lotta con se stessa, che va contro il suo impulso, ma non annientandolo, poiché lei è più sottile, e lo alimenta in altra direzione.

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“Giorni manomessi” di Roberto CECCARINI. Recensione di Antonio FIORI

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Roberto Ceccarini
Giorni manomessi
L’Arcolaio, 2008
Prefazione di Giacomo Cerrai

Meglio non ci poteva introdurre, Giacomo Cerrai, alla poesia di Roberto Ceccarini, a questo suo tentativo di “misurare per quanto possibile il mondo, organizzarlo quel tanto che basta a renderlo percorribile…di dare un nome alle cose, rimontandole, con un atto di speranza e di fiducia che i giorni manomessi non siano infiniti”(dalla Prefazione). Cerrai ben soppesa il ‘noi’ ed il ‘tu’ della prima sezione, quella dedicata alla guerra partigiana, la guerra sparita, trovandoli entrambi spersonalizzati, abitati da un anelito di oggettivazione, senza alcuna intenzione “di appropriazione indebita del vissuto” altrui, laddove lo stesso padre del poeta è presente con estremo pudore. Ma sottolinea anche “una identità a volte perplessa, a volte impotente”, presente nelle altre sezioni, certamente le più private e liriche della raccolta.
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25° anniversario della morte di Giuseppe Fava (1925-1984) ucciso dalla Mafia.

 [youtube=http://www.youtube.com/watch?v=jAogBSvaSyU&hl=it&fs=1]

VIDEO: L’ultima intervista del giornalista Giuseppe Fava, da “Film dossier” . Una settimana dopo, il 5 gennaio 1984 a Catania, Fava viene ucciso dalla mafia.

La trasmissione della Rai “La Storia siamo noi” ha dedicato una bella puntata a Giuseppe Fava: “Giuseppe Fava, un uomo”. Se non avete visto la trasmissione, il video è online [QUI]

Per saperne di più su Giuseppe Fava: Fondazione Fava [QUI]

(f.s.)

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(S)troncare e sopire N.2 Rosa Matteucci “India per signorine”

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L’India è, da sempre, tante (forse troppe) cose insieme: luogo mitico delle origini culturali e antropiche del mondo, l’alfa e l’omega di un’ alterità riottosa, indifferente alla mole di stereotipi ed interpretazioni che non decifrano mai la sua insondabile originalità, l’ombelico dell’altrove dove passato e futuro si sovrappongono vertiginosamente, lo stupefacente Anus Mundi del mondo globalizzato. Troppi odori, troppi colori, troppa sovrabbondanza di razze-religioni-lingue-tribù-folclore per non essere ammaliati da questa specie di Luna park dell’esotismo permanente, accessibile ormai anche a prezzi di saldo. All’interno della storia letteraria italiana, la peregrinazione in India costituisce poi un vero e proprio topos narrativo, tanto che appena 2 anni fa per Avagliano è uscito, a firma di Alida D’Aquino, un importante saggio “L’io e l’altro. Continua a leggere→

«Straniero o italiano, purché sia romanzo», di Fulvio Panzeri

[Vi segnalo un articolo interessante, pubblicato su «Letture» e firmato da Fulvio Panzeri, che – tra i libri da leggere nel 2009 – consiglia quello del nostro Marino Magliani. E anche l’ultimo libro della trilogia di Agnes Browne, pubblicato da Neri Pozza e tradotto dalla sottoscritta. G.C.]

La novità più interessante per i prossimi mesi è quella della riscoperta di un grandissimo autore francese, Julien Green, di cui Longanesi propone Mezzanotte, un grande romanzo sconosciuto in Italia, una storia torbida in attesa di una speranza, protagonista Elizabeth, costretta a vivere in un ambiente in cui le più subdole umiliazioni sono il suo pane quotidiano. Viene però il giorno in cui l’amante di sua madre si ricorda della sua esistenza e decide di prendersi cura di quella bambina diventata ragazza. Anche qui l’inganno e la sopraffazione faranno della protagonista un’anima che cerca disperatamente la luce oltre gli inferi quotidiani.
Una grande tensione morale si ritrova anche nel “nuovo” Georges Simenon, proposto da Adelphi, Le campane di Bicêtre, che aveva trovato tra i suoi sostenitori François Mauriac che così ne parlava: «In questo romanzo Simenon coglie una verità cui nessun altro romanziere prima di lui aveva gettato una luce così cruda, quasi insostenibile: la prossimità della morte – quella morte che non serve a niente rifiutarsi di guardare in faccia». Continua a leggere→

Jack Spicer [1925 – 1965]

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[Traduzione di Lisa Sammarco.]

Sporting Life

The trouble with comparing a poet with a radio is that radios don’t develop scar-tissue. The tubes burn out, or with a transistor, which most souls are, the battery or diagram burns out replaceable or not replaceable, but not like that punchdrunk fighter in the bar. The poet
Takes too many messages. The right to the ear that floored him in New Jersey. The right to say that he stood six rounds with a champion.
Then they sell beer or go on sporting commissions, or, if the scar tissue is too heavy, demonstrate in a bar where the invisible champions might not have hit him. Too many of them.
The poet is a radio. The poet is a liar. The poet is a counterpunching radio.
And those messages (God would not damn them) do not even know they are champions. Continua a leggere→

Con un filo di voce

di Emanuele Kraushaar

pericolo

“A pensarci bene, questa città è un vero schifo” disse mentre ci avvicinavamo al cinema.
Se aveva deciso di fare un discorso, Mario le trovava tutte per portarlo avanti. E quella sera, prima del film, voleva parlare male della nostra città.
“Roma è un paesone di provincia, ecco cos’è! La differenza con un paese di provincia, sai qual è?”.
Io stavo zitto.

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Soprattutto grande poeta

Roma, 22 gennaio. Ore 12,05.

Vi scrivo dalla postazione che l’organizzazione del convegno “Ritratti di poesia” ha gentilmente messo a disposizione de La poesia e lo spirito.

Proprio in questo momento il Presidente della Fondazione Roma, nostro ospite, Emmanuele Emanuele, ha dato la parola al ministro dei beni e delle attività culturali, Sandro Bondi, presentandolo come un ministro che, malgrado la crisi economica, riesce ugualmente a fare molto per la cultura, ma “soprattutto grande poeta”…

Ora, io capisco tutto, ma in una manifestazione di questo tipo, alla quale saranno presenti poeti laureati e non, non si può, proprio non si può definire Sandro Bondi “grande poeta” (non si può nemmeno dire che stia facendo molto per la cultura, e non so cosa sia peggio).

E’ un piccola cosa, un neo, un tic, nel grande mare dei problemi che sconvolgono quotidianamente la vita di ognuno di noi.  Ma è un segno di disprezzo verso tante persone che lavorano seriamente e duramente, sulla propria pelle, e che non cercano gloria né facili consensi. Un piccolo segno dei tempi. Brutti.

Perché non possiamo non dirci cristiani

di Carlo Caffarra

Ogni volta che leggo un libro, alla fine mi faccio sempre una domanda: a quale interrogativo fondamentale esso intende rispondere? Quale problema risolvere? Se non vado errato, la domanda fondamentale del libro di Marcello Pera Perché dobbiamo dirci cristiani è la seguente: “come impedire che crolli la ‘casa’ – l’ethos direbbero i greci – che l’Occidente ha costruito come dimora degna dell’uomo? Come ridare stabilità ad un edificio che sta mostrando crepe talmente pericolose da preludere al crollo?”
È opportuno chiarire che cosa denota questa metafora della casa/edificio. A diversità degli altri animali, l’uomo si colloca dentro al mondo in cui vive non solo in modo da assicurarsi la sopravvivenza individuale e specifica. Egli desidera naturalmente una collocazione buona e vera, non solo utile e piacevole: desidera un modo di essere e un modo di stare nella realtà che sia adeguato alla sua natura di persona. Per esemplificare: non un qualsiasi modo di vivere in società, ma il modo giusto. Tutto questo intendo quando parlo di ‘casa’, di ‘edificio’ degno dell’uomo.
Ovviamente la domanda di fondo genera logicamente due sottodomande:
a) di che dimora si sta parlando?
b) perché si afferma che essa è a rischio di crollo? Continua a leggere→

BEHIND BLUE EYES

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Tuttocchi.

E dita lunghe. Troppo lunghe. E tua madre pianse. Per come eri: uno sgorbio sputato da Schiele. Come una. Creatura aliena che covava urla in utero: sei sorta. Come la paura. Sei sorta come chi spalanca: le prime pupille. E la potenza che piange: costretta in un corpo piccolo. Troppo piccolo. Per occhi troppo grandi. Troppo freddi. E non capivi il perché delle tue percezioni e proporzioni [ sicuramente sbagliate, anche se tutti – ora – sembrano: sorridere ]. Continua a leggere→