Quanta bella gente stasera al Grand’Italia. Lo diceva Constance Maurice. E l’altra sera (quale?, l’altra, l’altra) in quel della Caputmundi si è svolto il primo raduno di LPELS. Lo potrò dire: io NON c’ero. Ma io ci sarò! E dunque, da falso testimone dell’evento, mi permetto con bronzea faccia it’s toasted (come le Lucky Strike) di pubblicare foto e didascalie della kermesse. Continua a leggere
La gelosia è… persiana?
Sí, sembrerebbe proprio di sí; la gelosia è “nata” in Persia o, per lo meno, nei Paesi dell’Oriente. Non stiamo parlando della gelosia in senso proprio, ossia di quello stato d’animo caratteristico delle persone che, a torto o a ragione, dubitano della fedeltà e dell’amore dell’amato o dell’amata.
Stiamo parlando di quel marchingegno di legno (o di ferro), composto di stecche intelaiate trasversalmente e inclinate, che si mette nelle finestre per lasciare passare l’aria e la luce e non esser visti da occhi indiscreti; in altre parole stiamo parlando delle persiane, oggi sostituite dalle serrande. Le persiane, chiamate anche “gelosie”, hanno una stretta relazione con la… gelosia, donde il nome, appunto.
Questi serramenti che consentono a chi è dentro di guardare fuori senza esser visto, sono stati inventati proprio per motivi di gelosia: per “proteggere” le donne che sono in casa dagli sguardi degli uomini. Le gelosie orientali (i prototipi, potremmo dire) erano fisse, quindi non si potevano aprire; molto spesso erano di pietra e chiudevano ogni porta della casa.
Le persiane arrivate a noi dal lontano Oriente sono state impiegate – come abbiamo visto – per motivi diversi dalla gelosia, oseremmo dire per ragioni piú “civili”, anche se ne ricordano il nome. A questo punto, però, sorge spontanea la domanda: la gelosia è solo persiana?
Cattivo gusto, pessimo stile, malcostume
Milano, 23 settembre 2007. Nella basilica di S. Ambrogio, Gianfranco Ravasi celebra l’eucarestia sulle note di Igor Stravinsky. La messa fa parte del Festival Internazionale della Musica che si sta svolgendo in questo mese a Milano ed a Torino.
Già alle ore 10 , un’ ora prima dell’inizio, la coda davanti alla chiesa è assai lunga. Come ormai si sa, i grandi eventi richiedono un’ altrettanta grande pazienza. Eppure la gente non sembra affatto infastidita. Al contrario, pare che il fare la coda sia diventato negli ultimi tempi un evento a sé, una forma di intrattenimento quasi indipendente dal suo scopo originario. Continua a leggere
Antonio Sparzani, Poesie.
La nuova rima (Piacenza, 20 agosto 2007)
Dentro quale sonata
suonata dall’amico pianista,
dentro quale tè
verde di lucida giada,
dentro quale pagina di
il tuo vólto, domani,
dietro quale
luminosa
prova d’artista,
voglio tenere a bada,
o nascondere,
il vólto di te?
L’Amor del trovatore
di Loris Pattuelli
Dice Guiraut de Borneilh, trovatore (ca. 1138-1200): «Così, attraverso gli occhi, amore raggiunge il cuore: perché gli occhi sono gli esploratori del cuore, e vanno a riconoscere ciò che al cuore piacerebbe possedere.
E quando tutti e tre sono in pieno accordo ed hanno un’unica decisione, allora l’amore perfetto nasce da ciò che gli occhi hanno introdotto nel cuore.
In nessun altro modo l’amore può nascere e avere inizio oltre a questa nascita e a questo inizio mossi dalla simpatia .
Per grazia e su comando di questi tre, e per il loro piacere, l’amore nasce, e va con bella speranza a confortare i suoi amici.
Perché, come tutti i veri amanti sanno, l’amore è perfetta gentilezza, che nasce – senza dubbio – dal cuore e dagli occhi.
Gli occhi lo fanno sbocciare, il cuore lo fa maturare: amore, che è il frutto del loro stesso seme”.
Continua a leggere
Magazzino mondo, di Francesca Genti
I. L’arcobaleno appiccicato al muro frusciava perché c’era il vento e la finestra era aperta. Era fatto con pastelli a olio marca Panda, una marca molto dolce. I colori c’erano tutti in abbondanza, non erano solo sette, ma molti di più. C’erano tanti tipi di arancioni e di rossi, e di verdi; i colori preferiti. Le foglie di edera del castello Sforzesco, era settembre, erano un manto molto spesso verde e argento e frusciavano nel vento, sembrava volessero dire qualcosa di importante, erano magicissime, non come l’erba su cui stavo seduta, a cui le lattine e le siringhe e i mozziconi di sigaretta avevano totalmente disinnescato la magia. Continua a leggere
“Poesie operaie” Luigi DI RUSCIO
Per colazione hanno acqua e pane
bevono molta acqua
la saliva che hanno devono sputarla sulle mani
perché il martello non scivoli Continua a leggere
Edizione straordinaria: resoconto ab imo pectore del primo raduno di LPELS
Roma, addì 22 settembre 2007.
[N.B. Chi scrive è stata autorizzata a postare dai papaveri di LPELS in persona. Mi scuso con chi ha pubblicato il proprio articolo distanziandolo adeguatamente dal precedente e dal successivo]
La prima emozione è stata conoscere di persona Fabrizio, Gran Mogol di LPELS. Voi vi domanderete: «Ma è davvero così inarrestabile, incontenibile e immarcescibile come sembra?» La mia risposta è: «No. Deppiù» (dicesi a Lambrate). L’uomo grazie al quale tutto ciò non sarebbe stato possibile – e dàgli con questi –bile! – è stato il vero motore dell’incontro che ci ha uniti in poesia (prosa) e in ispirito.
Ebbene, perché questo non sia uno dei soliti resoconti che si snodano seguendo rigidamente una fabula ho deciso di autorità di andare controcorrente e di procedere in modo miei generis (stamattina mi sento Cornelia Gracchia: bando alle facili battute sul mio tono di voce) per illustrare la serata di ieri.
Dunque, questi sono i miei gioielli: Continua a leggere
Chiaroscuro
Chiara la schiuma del caffè sullo scuro del liquido.
Il vecchio si attarda a zuccherarlo attento a non fare alcun rumore, con gli occhi bassi. Accanto al bicchiere da caffè c’è il piattino con un biscotto, lo mangia e al suo posto mette il cucchiaino. Dolce il sapore del caramello che poi, come sempre, si trasforma in un amaro retrogusto. Beve il primo sorso di caffè e alza lo sguardo verso l’orologio sulla parete, lancette scure sul chiaro dello sfondo, sono quasi le otto della sera. Beve un altro sorso e guarda oltre i vetri della porta. La visuale d’angolo gli permette di concentrarsi sulla gente che attraversa venendo verso di lui o allontanandosi, in entrambi i sensi, incrociando il traffico dei veicoli. Continua a leggere
Gramigne
Un nero strato di cemento e ghiaia
allagò l’aia, ricoprì la cenere
di gramigne bruciate.
E sopra la gettata fu murata
una bruna chiancata di arenaria.
Interzona #6: Tolstoj Jazz Trio
Le cose più grandi no
Le cose più grandi no, non le possiamo imparare.
Per morire non c’è maestro, e per nascere neppure,
Né per sapere come si brucia
In amore.
Con quanta pena siamo costretti a ritornare
Alle cose piccine di cui noi sì, noi siamo signori.
Mervyn Peake (c. 1949)
The vastest things are those we may not learn. / We are not taught to die, nor to be born, / Nor how to burn / With love. / How pitiful is our enforced return / To those small things we are the masters of.
Marina Pizzi – da “Ricette del sottopiatto” – 2007
1.
conosco ancora un arrotino
che in bicicletta cammina da fermo
che vive chissà come fa a vivere
con tutte quelle lame che lo stanno
stoccafisso del tempo senza caso
cantante a volte per rovistare ad altro.
NON MI RICORDO 1
Non ricordo quasi nulla e se provo a ricordare smetto subito. Se mi dicessero: ecco ti si consente di ricordare questa cosa o quest’altra non saprei quale scegliere. Se fosse realizzabile una cosa del genere, non userei questo potere al presente ma lo rivolgerei al passato. Continua a leggere
DUE ULISSI
ULISSE
Nella mia giovinezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d’onda emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d’alghe, scivolosi, al sole
belli come smeraldi. Quando l’alta
marea e la notte li annullava, vele
sottovento sbandavano più al largo,
per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore.
Umberto Saba
I linguaggi del lavoro [1].
Lo zen e l’arte della manutenzione dei fessi.
Oooh, i paroloni roboanti usati per presentare i bilanci societari. Oooh, gli articoletti-velina sui giornaletti economici pronti a lodare la gestione di questa o di quell’impresa. Oooh, i lanci pubblicitari dei nuovi prodotti, sempre innovativi, bellissimi, leccatissimi e laccatissimi. Oooh, i linguaggi delle confraternite sindacali, delle trattative, delle concertazioni, dei protocolli, degli accordi e dei controaccordi, ricalchi di riti osceni alle spalle di chi lavora veramente.
Questi sono solo alcuni esempi di quella che è chiamata la lingua del lavoro, il linguaggio in cui si specchiano le liturgie delle corporazioni che dominano il c.d. mondo del lavoro, un linguaggio che sfarina un’infinita varietà di neoprose, in cui chiunque di noi può imbattersi, appena si confronta con questo moloch del lavoooooooorooo.
Non mi riferisco ai neologismi che si creano in questo come in qualunque altro settore della nostra società. Non faccio riferimento ai termini, spesso dialettali, che abbiano ereditato dalle generazioni precedenti per indicare un universo di attività manuali e artigianali.
Qui, e nei prossimi post, vorrei puntare più in alto, e più in profondità, vorrei puntare alle finalità che sorreggono questi linguaggi c.d. del lavoro, vorrei mirare alle modalità con cui l’elaborazione di queste parole e frasi e discorsi e discorsoni viene usata per replicare all’infinito situazioni di controllo, di privilegi e di potere, ma soprattutto situazioni atte a realizzare quello che è l’unico vero scopo di tutto questo immane sforzo produttivo che ogni giorno percorre il nostro laborioso paese,
cioè,
fottere soldi,
fotterne quanti più possibili,
e quanto più velocemente possibile.
Adesso Tienimi di Flavia Piccinni
Me la sono vista davanti agli occhi, Martina. Me la sono immaginata con lo sguardo basso, una fastidiosa ciocca di capelli un po’ unti davanti al viso, il respiro spezzato e la sigaretta in mano. Martina ha 17 anni, è di Taranto, sta finendo il liceo ed ha appena perso il suo grande amore segreto. Si è suicidato. Martina è la protagonista di Adesso tienimi romanzo di Flavia Piccinni, già vincitrice del Campiello Giovani 2005. Questo è il suo esordio.
Continua a leggere
Jolanda Insana – Tutte le poesie (1977 – 2006)
Questo “elefante” garzantiano viene a colmare un vuoto editoriale particolarmente sentito fra i lettori dell’ultima ora di Jolanda Insana: ripropone infatti integralmente tutte le sue compagini pubblicate dal 1977 in poi (anno del suo esordio con “Sciarra Amara”, edito nei quaderni collettivi della Guanda) aggiungendo inediti accumulati alla fine degli anni ‘70 che hanno il compito di illustrare il suo iniziale progetto di ricerca linguistica e brani di una raccolta ancora in fase di elaborazione. Continua a leggere
Le api migratori, di Andrea Raos
Per le edizioni Oèdipus – collana Liquid è uscito il nuovo libro di Andrea Raos, Le api migratori, con illustrazioni di Mattia Paganelli.
Maggiori dettagli, nonché un booktrailer di Luigi Pingitore, qui:
Per brindare a # 2
Ci sono, per fortuna, Christian De Sica, Boldi e Massimo Ghini; ma poi uno può andare a vedersi Lo Cascio, Gifuni, Scamarcio, Prayer, Rossi Stuart. Ascolti ancora Gino Paoli, magari Fossati (che noia che barba che barba che noia); però comprare compri Bersani, Niccolò Fabi, se sei già un po’ sgamato Joe Damiani. Allo stesso modo, niente vieta a nessuno di leggere Veronesi Veltroni cacciatori di aquiloni e camorristi in ordine sparso, però ben rasati e con mise stile campagne D&G fine 90s; Continua a leggere



