La cura degli assenti
Ci sono cose
che tardano a venire
come figli attesi
nella notte Continua a leggere
La cura degli assenti
Ci sono cose
che tardano a venire
come figli attesi
nella notte Continua a leggere
(Da: Robinia Blues, Dario Flaccovio Editore 2004)
Dedicato ad Antonio Villa, che è partito, e a Fabrizio Centofanti, che è rimasto.

Arrivò nel ‘70. Teneva le mani dietro la schiena e gli occhi bassi quando parlava, imbarazzato come un bravo ragazzone di collegio che si scusa con gli altri di essere stato messo lì a fare il capoclasse. Crebbe coi ragazzi, tra campeggi in Val d’Aosta e partite di pallone, discreta mezzala, bel tocco di palla. Ma leggeva sempre e di tutto.
Presto lo si vide discutere, prima fuori di chiesa e all’oratorio, poi in piazza, al caffè, dovunque, con chiunque, avido di umanità. Dopo un po’, all’oratorio le cose cominciarono a cambiare. La sera si vedeva arrivare gente diversa, mai stata prima, anche il professore comunista e il dottore (un divorziato!). Coi più grandi progettarono un cineforum, Pasolini e Tarkovskij, dibattiti con ospiti esterni, venne anche un frate che era missionario in Sudamerica, con la fascia sulla fronte che sembrava un guerrigliero.
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Io. Automaticamente. Penso.
Un pezzo dopo l’altro. Automaticamente. Vado.
Verso il cielo. Mente e cielo. Niente si sperde. Carta.
Avanti. Verso il solaio del mondo. Io critico il sistema. Elezioni d’angeli.
89.
se vuoi puoi darmi apolidi consensi
brevetti di cosmesi senza uccisioni
dell’io predato al costo della data
il petto in torcia per dirmi la gioia
la noia del sopruso di perdersi di vista
alla vista
lo sguardo desto scodellato al desco
felici di licenze al finalmente più vicini:
sono stata semplicemente via e
mi chiamo marina sodale ai venti
brezza senza conto
90.
(da Rughe d’inserviente, 2007-)
Da una corposa indagine di Gianmario Lucini sulla poesia – che si può leggere qui: http://www.pseudolo.it/naspoesia1.htm – prendo l’interrogativo iniziale, che sta sotto ogni nostro pensiero sul tema e costituisce lo spessore nascosto di ogni creazione in versi.
“La poesia ci è stata trasmessa dalla tradizione per mezzo di testi scritti o espressioni orali. Essa ci si pone dunque innanzi nella sua evidenza come prodotto della mente, ma nulla traspare sulla sua origine, sul perché l’uomo l’abbia inventata (o semplicemente trovata) e coltivata attraverso i millenni. Possiamo facilmente intuire che il linguaggio sia nato da esigenze di comunicazione e scambi di diversa natura, per risolvere problemi pratici, di sopravvivenza. Ma se esisteva già un modo di esprimersi e capirsi, che bisogno c’era di inventare la poesia? Che cosa ha indotto il primo uomo che ha composto un verso a recitarlo come fosse qualcosa di particolare, rispetto a un altro modo di esprimersi? E, in secondo luogo, quel messaggio era “funzionale” a qualcosa o aveva particolari caratteri di gratuità? “
“Summer of Love: Art of the Psychedelic Era” è la mostra presentata dal Whitney Museum, un museo di arte contemporanea dell’Upper West Side di New York. Due piani interamente dedicati all’arte del 1967 e degli anni immediatamente successivi. Si arriva a stento al 1970. Forse tutto si ferma con Woodstock. Ci sono quadri, pitture, sculture, video installazioni, fotografie di Isaac Abrams, Richard Avedon, Lynda Benglis, Richard Hamilton, Elliott Landy, Robert Indiana, Yayoi Kusama, Richard Lindner, and John McCracken, tra gli altri, e c’è persino Jimi Hendrix presente come pittore con il suo unico acquerello. Tra l’altro piuttosto notevole. Ma a parte questo? L’impressione è che si fosse di fronte ad un insieme di documenti storici molto importanti dal punto di vista documentaristico, e anche in questo caso non si tratta di pezzi di prima scelta.
DA UN’ETERNITA’ PASSEGGERA – II
Nelle rapide in secca dell’autunno

*
notti assediate di luna
alla curva di parabole
che dal corpo scivolano
in lampi di vele, Continua a leggere
Meeten Nasr, sei poesie da ‘Atlante del nomade’:
II corvo
Sfarfallio di penne sull’armadio
in camera da letto. Quante volte
di notte sillabando alla mia immagine
allo specchio insistente mi chiedevo
se il tempo che trascorre, il martellare
dei clacson, dei motori, quel brusio
degli umani fra strepiti e sirene
di ambulanze alla fine per forza
avrebbero prevalso costringendo
noi sulle soglie di tanta nullità.
“Giammai!” gracchiava allora il corvo.
Dunque addio, mio io, nuvola passeggera,
lascia 1’asilo del mio corpo, spenta voce,
sciogliti al far dell’alba, nero abbaglio.
Domenica scorsa mi è tornata in mente Rosaria Schifani.
Quel giorno, era il 1992, Rosaria, ai funerali del marito e dei suoi colleghi uccisi a Capaci insieme a Giovanni Falcone, parlò dall’ambone tenendo in mano un foglietto che un giovane prete, al suo fianco, forse un amico di famiglia, l’aveva invitata a leggere. Le reggeva il microfono, sicuro, concentrato. Controllava il testo.
E Rosaria leggeva, leggeva. Ma non tutto quello che diceva stava scritto su quel foglietto.
Rosaria era lucida, le sue lacrime non le offuscavano la coscienza, anzi la concimavano e aveva chiaro, molto chiaro quello che doveva dire.”A nome di coloro che hanno dato la vita per lo Stato“, legge Rosaria (“lo Stato…“, ripete, commentando sconfortata, onorata, partecipe e delusa), “chiedo innanzi tutto che venga fatta giustizia“.
di E.D.L.
Ad onta del paesaggio, madre incavata, larva
del rimirato, del rato negozio della concorde
nostra vicina, essa, la nipote dell’ingegnere
cultore dell’igrometro in paese cessa una clausura
pentagona e riaccampa sul patrimonio avìto
l’occhio suo di civetta cacasiepi – ci risiamo,
con tutta la retorica dei greci.
Traduzione dall’italiano all’inglese di Federico Federici
Lo scopo delle parole è liberarsi dalle immagini
Juan de la Cruz
____lì vidi: nero, patio, riso
[1 – 27]
nero
lezzo e amo tra t’amo vai
se vacua dire asmata
qua tira la cura
e sta la saggia sorte
che pensieri vara
amara e certa tra rovi
di rese corte bende
a pieno nel punto
che là andai col lento derma
quel che punto guarda
le spalle stira e la nera trona
alloro e ago del muto passo
ti è teco qui con fata
uscio del lago volge e osa
talamo ancora vòlto masso
che la scia mirava
chiosata sorpresa raggiata
compresa al minato greto
colata verta erta di nati tanfi
per ritornare volti
mattino e l’onta sulle stelle
e rancori in ossi e lesa speme
in quella rete del tempo
e la lesta gioia non messe
larve né nesti né venisse con testa
la rosa fiera né tesse
lume senza mentire Continua a leggere

1
Anche Francesca Vitale è poeta e Francesca Vitale è anche poeta. La sua base è la fotografia («Ho iniziato ad appassionarmi di fotografia sui quindici anni e da allora non l’ho più abbandonata»: Venezia: andata e ritorno, 2006), e la fotografia è ciò che rende conosciuta Francesca all’esterno della famiglia e nel mondo – ma le Microscritture (2007) non sono solo foto non scattate o appunti per foto future. Foto e parola obbediscono alla necessità: è impossibile non fotografare, è impossibile non scrivere – in quali momenti? i due momenti hanno nature diverse? Continua a leggere
Fiesole, 9 giugno 2007
Quando mi chiedono se potrebbe interessarmi partecipare ad un POETRY SLAM rispondo di sì. Lo faccio da bravo incosciente, o meglio: lo faccio sapendo che nelle ventiquattro ore prima della gara sperimenterò delle sensazioni fisiche non sempre piacevoli: sudorazione eccessiva, tachicardia, gastrite, diarrea. Disturbi psicosomatici in genere. Non è la mia prima volta. Ne ricordo uno a squadre, credo fosse il primo di quel tipo in Italia, a Roma, anni fa.
Su desiderio di Fabrizio, pubblico alcune poesie di Marco Molinari, un poeta che merita di essere conosciuto e che si caratterizza per una scrittura piana e raffinata, che sa parlare delle cose e delle persone, conscia tuttavia del peso dell’invisibile che abita il mondo.
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salve a tutti,
il tempo trascorso ci ha permesso di risolvere alcuni problemi, per voi
poco interessanti, e di dare nuova veste, e ci auguriamo forza, alla nostra
rivista: Il Foglio Clandestino.
Per ragioni fiscali, abbiamo dovuto imporre un costo, 6 euro, e una sorta
di abbonamento. Ma, lo intendiamo, e sempre sarà così, come una stretta di
mano lungo il viaggio, un sostegno per dare energia alla nostra, comune
passione e all’amore per la cultura e la scrittura. Buona lettura e buona
vita.
Allego il sommario del numero in stampa e vi saluto.
Tempo fa, grazie all’internet, mi sono casualmente imbattuto in un video che mi ha colpito moltissimo: una performance musicale di un genere a me ignoto. Si tratta del genere qawwal, una forma poetico-musicale, prevalentemente di contenuto religioso, ma non solo, molto diffusa nel mondo islamico, e soprattutto tra Pakistan e Iran. Essa è inquadrabile nella tradizione sufica, ovvero in quella componente del mondo islamico in cui (spesso in polemica con la maggioranza legalista) si perseguono la sapienza e il rapporto diretto con Dio. Continua a leggere
Propongo con piacere qui alcune poesie inedite di Domenico Lombardini fattemi conoscere da Fabrizio Centofanti. Poesia lucidamente attenta alla realtà attuale che si fa dolente ricordo di chi non c’è più come nella prima poesia dedicata a Ninetto Davoli in cui il poeta si rivolge con umile canto nel ricordo disperato: “Inutile dire che mi manchi. E la neve degli anni/ algidi sotto coltri hanno sepolto il ricordo – il tuo – […]”. In questa poesia diventa quasi ossessiva la ripetizione del verso “non ci sei” e il poeta si sente “come un pària” ; parola che ricorda una splendida raccolta di Bellintani. Continua a leggere
Recentemente ho rivisto con piacere il miglior film dell’avvocato pugliese Fernando Di Leo, re del B movie d’azione italiano, girato nel 1972 in una Milano livida e crudele. Di Leo – scomparso nel 2003 – è stato anche un importante sceneggiatore del nostro cinema popolare e un bravo scrittore: dietro al grande successo dei primi film western di Sergio Leone c’è infatti lui. “Milano Calibro 9? – ecco il titolo del film, rubato a Scerbanenco, e dico rubato perchè dei racconti dell’ “uomo di Kiev” Di Leo non ha preso che questo- è un noir fatto e finito, a corda tesa dall’inizio alla fine. Contrapposto al protagonista Ugo Piazza (Gastone Moschin) c’è Mario Adorf, che interpreta la parte di Rocco Musco, un “picciotto” della onoratà società al soldo dell’Americano (Lionel Stander).
di Mauro Baldrati
Si parla, a proposito di Quentin Tarantino, di “exploitation” (dal nome delle sale dove si proiettavano due film al prezzo di uno), un genere che usa di proposito linguaggi bassi, eclatanti ed eccessivi, indifferenti alle regole stilistiche classiche. In realtà Grindhouse, l’ultimo – e per alcuni il più scarso – suo film nelle sale, che dovrebbe essere intitolato Death Proof perché l’edizione originale americana comprende anche un episodio crudelmente tagliato di Robert Rodriguez (l’autore di El Mariachi, Dal Tramonto all’alba, Sin City), sfugge ai generi di contaminazione: è un film anni ’70 duro e puro, forse addirittura un telefilm, girato con la fotografia di quell’epoca, con pellicola sgranata e sfregiata (non manca qualche salto, voluto dal regista che qui debutta anche come direttore della fotografia): auto, arredi, tutto è calato nell’atmosfera anni ’70, un’epoca, uno stile, un’estetica che Tarantino afferma di ammirare fino all’idolatria.
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Durante un tragitto in auto in una zona che conosceva poco Erre si smarrì quasi nel nulla a causa di una grande nebbia calata d’un tratto.
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