Se mi chiedessero di cosa parla questo libro, la mia prima risposta sarebbe: è un romanzo sul dolore. Tullio Avoledo definisce Binaghi «un rabdomante del Male». Sono d’accordo: ogni pagina dei Tre giorni è intrisa del Male cui ormai ci siamo assuefatti, di quello che ci spacciano come (nor)Male, somministrandocelo ogni giorno – un sonnifero, una panacea, un biscottino alla massa di cagnolini ammaestrati – dal tubo catodico. Eppure. Il dolore è l’altra faccia del Male, ne è la conseguenza logica, ed è inarginabile. Il dolore provocato, o il dolore provato.
Frate Remigio, il religioso che aiuta Enrico Bonetti nelle sue indagini, da bambino è stato vittima, insieme al fratello, di violenza sessuale. Con Remigio, però, la sorte è stata “benevola”: lui è riuscito a fuggire mentre suo fratello è rimasto ucciso. Ora, Frate Remigio ha il dono di percepire le voci strazianti degli innocenti violati.
«Questa cosa da giovane mi ha portato alla disperazione. Ho cercato ogni forma di ebbrezza e di stordimento, fino alla nausea, ma quelle voci ritornavano sempre, sono arrivato alle soglie del suicidio, finché Dio mi ha tratto in salvo dall’uragano e mi ha dato rifugio nell’Arca della Chiesa».
L’impossibilità del Male di essere nominato emerge dalla fede nelle scienze positiviste.
«Da ragazzino dovetti subire un autentico calvario, tra psichiatri ed esorcisti, prima che la dura verità venisse ufficialmente sancita anche da un neurologo positivista».
Ed è questo sfuggire alle definizioni razionali il vero potere del Male.
Come diceva Baudelaire, il capolavoro di Satana è convincerci che non esiste.
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