Non sapevo nulla di loro. Anche se erano i miei genitori. Forse ciascuno di noi sa degli altri, anche delle persone più vicine, solo quel tanto che basta per tirare avanti. Piccole abitudini, gusti nel cibo, il colore degli occhi e i colori preferiti dei maglioni. Inezie che ci rivestono come uno strato di pelle morta, come un involucro di migliaia di cellule morte che ci rende opachi agli sguardi.
E forse è meglio così.
Archivio mensile:Marzo 2008
Incontro con Gianni Celati (terzo tempo)
La prima e la seconda parte dell’incontro qui e qui
Uomo che ha l’aria di saperla lunga, specie sulla letteratura, domanda: anche nelle società mercantili si sono prodotti capolavori, come nel caso del Decameron. Come si concilia con quello che lei ha detto prima? Io credo che sia possibile produrre letteratura anche nella società capitalistica. E’ dunque impossibile scrivere nella nostra epoca? E poi, a proposito dell’intenzionalità della scrittura, lei critica chi voleva costruire trame e inserire ingredienti e passioni costruite. La letteratura dell’Ottocento è piena di capolavori “costruiti” anche con simulazioni di passioni. Cosa pensa in proposito? Continua a leggere
Un amore che ti si appiccica addosso
[«the meaning of all that I believed before escapes me,
in this world of none.
I miss you more.»
Parecchi mesi fa – ne sono già passati così tanti, e pensare che mi pare di essere nella redazione di LPELS da sempre – ho pubblicato su questo blog un articolo che suscitò una discussione ampia e stimolante. L’articolo parlava di Luciano Bianciardi e di Bruno Tasso. Bianciardi sosteneva che “tradurre è un mestiere micidiale”: io, nel mio pezzo, gli davo ragione.
Dai commenti – e da parecchi altri miei scritti – traspariva un’insofferenza verso l’artigianato traduttorio molto simile a un sentimento di odio-amore. Mi lamentavo dei ritmi serrati, della vita sociale ridotta a zero, della solitudine del mio lavoro, della sedentarietà, delle difficoltà, delle tariffe più basse d’Europa, dell’indifferenza degli addetti ai lavori nei confronti del nostro mestiere.
In questo frattempo molti dei miei punti fermi hanno mostrato delle crepe: mi sono guardata intorno e non ho visto più ciò che mi sarei aspettata di vedere. Ciò che avrei tanto desiderato vedere. Non so nemmeno io se mi sono sentita sola, o inutile, o respinta. O beffata dalla vita. O presa di mira dalle circostanze. Non lo so, e non me lo sono chiesto. «Non lo so» è diventato lo slogan della mia vita, da qualche tempo a questa parte.
Avevo finito da poco di scrivere il mio infinito (aggettivo che ricorre spesso nelle mie pubblicazioni) romanzo – di cui ho postato un estratto su LPELS -, e non sapevo a cosa aggrapparmi. Non avevo nemmeno un pensiero piacevole a soccorrermi, benché la certezza di aver portato a termine un’impresa – sì, lo è stata: è stato uno slalom tra i guai e gli impegni e i dolori – cui tenevo così tanto mi compensava della fatica. Continua a leggere
ARGO rivista d’esplorazione
di Alessandro Seri
Argo è una rivista d’esplorazione, proprio come dice il sottotitolo. Nata a Bologna nel 2000 sotto l’impulso di alcuni studenti, di acqua sotto i ponti ne è passata tanta e oggi si è trasformata in un pamphlet di tutto rispetto. Diffuso bene nelle librerie, su tutto il territorio nazionale, con una redazione folta (tra i tanti cito Lorenzo Franceschini e Giovanni Tuzet perché li conosco), un gruppo nutrito di collaboratori e un infaticabile direttore responsabile, il bel Valerio Cuccaroni. Continua a leggere
Verso le elezioni: …quasi un manifesto.
Non andrò a votare. O forse sì, se da uno di quei cavalli di troia che sono i partiti – coi candidati chiusi nel burka di un contrassegno, grazie al sistema maggioritario – vedrò luccicare da lontano qualche spada, sentirò un grido convincente e indignato, noterò un viso, un’espressione fisiognomicamente credibile (Goethe, amico di Lavater, ci credeva…). Continua a leggere
io sono la scimmia, l’uomo è superato
io sono il più figo, il più tremendo
con tutte le ragazze sono come
il rocky roberts, con manetti di passion,
e io spakko tutto, e io rockabilly,
io vinco io slargo io svello,
io sono il più figo der bigonzo
er cecio alto, il fungo atomico
il forzaotto, il poeta salvifico
il crepapadrone! tutto va bene
il figo dei fighi, il super dei supra,
io sono l’alighiero ed il noschese
il frizzi e il lazzi, il bibendum sbronzi,
il kleenex raro, il bombanonbomba Continua a leggere
Domenico, Oreste, Aldo, Raffaele, Giulio, Francesco: Dentro la memoria
16/03/1978 – 16/03/2008
Domenico Ricci, Oreste Leonardi
Aldo Moro
Raffaele Jozzino, Giulio Rivera , Francesco Zizzi
Li voglio ricordare così, a trent’anni ‘eccidio di via Fani. Ricordarli come erano schierati mentre accompagnavano in Parlamento il presidente della DC Aldo Moro, nel giorno in cui si sarebbe votata la fiducia al IV governo Andreotti, quello che avrebbe sancito, se non l’ingresso del PCI dello strappo con Mosca di Berlinguer nella maggioranza governativa, la sua collaborazione attiva per la tenuta di quel governo, per ricordare che quel giorno lo Stato italiano fu colpito al cuore non solo nella figura dello statista ma anche in quella dei cinque uomini che gli avevano giurato fedeltà giurandola allo Stato. I cinque uomini trucidati all’istante senza che avessero il tempo di difendersi, una scorta troppo esigua come si legge nel carteggio di Moro dalla prigionia, lasciavano mogli e figli nella disperazione e nella loro disperazione è inscritta tutta la disperazione dei morti di strage di prima e dopo quel giorno. Continua a leggere
A Marino Magliani
di Francesco Forlani
Avevano ragione loro – ci dicevano
E non poteva darsi diverso il turbamento
Della serena oasi, radura, l’acqua, il pozzo
Abitato da castelli con la luna, dal secchio
Avevano ragione loro- se ricordi- Continua a leggere
Creta e altri luoghi comuni
Avrei voluto essere a Creta
sotto Minosse, ma suo consigliere.
L’altra sera sul divano con i miei
per più volte a parlare di cose invisibili.
Con il mio cane a pascolare pecore
in Scozia o anche più a nord.
A Torino da mia nonna quando era viva.
Ridarle i fiori del cimitero come fiori vivi
a lei viva. Per la tavola magari
e invitare tutti quelli di là
e quelli di qua.
Avrei voluto essere sul monte
che sorge sul lago. Chiuso nel bosco,
nascosto come un ragno in un buco.
E cibarmi di bacche. E spaventare
le passeggiate di ignari passeggianti.
Sarei anche altrove. Ma non qui, dove
il presente scritto è già passato.
L’inferno di un cronista padano – di Filippo La Porta
(Pubblicato su: “Left”, numero 10 del 7 marzo 2008)
Da Binaghi un noir filosofico e letterario. Rispolverando Agostino e Dante
Dopo aver scritto un pamphlet sui rischi e i difetti del neonoir italiano sono diventato il nemico ufficiale del genere. Ma non è così. E anche per sfatare questa leggenda metropolitana vorrei parlare del più bel noir: I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti cronista padano, di Valter Binaghi (Sironi). È scritto in una prosa fluida, scorrevole, ma anche personalissima, che non concede troppo al più vieto stereotipo né alla pretesa – anch’essa esiziale – di sublime letterario. Racconta una storia tipicamente italiana ma usa la sociologia dell’attualità per una riflessione filosofica sul bene e sul male. Continua a leggere
Rondini
Le rondini stavano appiccicate alla finestra. Piccole rondini, minuscole sagome nere con la coda a forbice. Le avevano ritagliate tutti insieme e, una a testa, le avevano incollate sui vetri. Ventisette rondini sparse per le finestre. Una primavera affollata.
Con tutte quelle rondini diventava difficile vedere a colpo d’occhio quello che accadeva fuori, ma il bambino stava lì, i gomiti appoggiati sul banco e il colletto merlettato che spuntava sul grembiule blu, a guardare. Difficile dire a che cosa pensasse, e se gli piacesse quello stormo di rondini catturato dallo spazio della finestra, come se fossero in procinto di entrare nella stanza e svolazzare tra le teste dei bambini. Continua a leggere
Here comes the sun

Torno a casa tardi, accendo la tele, stravaccandomi sulla poltrona.
Tolgo le scarpe e le lancio verso la porta del bagno, mancandola.
La tv è rimasta sintonizzata su un canale sfigato che devo aver trovato, nottetempo, per cercare di irretire l’insonnia.
C’è un tizio in camicia bianca, coi capelli anch’essi bianchi, che gesticola e cammina, ad ampie falcate, nello studio televisivo.
L’audio è pressochè inesistente, cosi mi perdo a guardare la sua mimica.
Non ho la minima idea di chi sia e cosa stia dicendo ma ha tutta l’aria di dirlo con cognizione di causa. Non ci giurerei, ma sembra, anche, leggermente incazzato.
Gesticola, e dopo un po’ ci casco come un serpente a sonagli davanti al suonatore di flauto.
Romanzi di guerra
Due autori di questo blog, Franz Krauspenhaar e Marino Magliani, a un certo punto hanno scoperto che nel 2008 sarebbero usciti romanzi a loro nome che avrebbero parlato, tra l’altro, di una guerra. Forse
la stessa.
Il romanzo di Krauspenhaar uscirà in aprile, quello di Magliani é in libreria. Qui, il portale italiano di Infinitestorie pubblica questa sua confessione.
Etica della prosa (sulla responsabilità dello stile)
di Beppe Sebaste
Un anno fa, mentre collaboravo con l’artista Christian Boltanski alla progettazione e realizzazione del Museo per la memoria di Ustica a Bologna, facemmo visita al deposito in cui dentro a scatole di cartone si conservavano gli oggetti, sommersi e salvati, appartenuti ai passeggeri del Dc9. Boltanski e io, turbati, le chiudemmo subito: troppa vita, e troppo nuda; troppa sensibilità in quegli oggetti che occorreva sottrarre allo sguardo, non confondere con la profanazione della finzione e dell’arte. Poi tutto si è precisato: gli oggetti appartenuti ai passeggeri del Dc9, che il museo conserva, sono riposti in scatole nere di diverse grandezze che costeggiano il relitto dell’aereo. Li abbiamo inventariati in un libro, con fotografie piccole, un po’ sfuocate e in bianco e nero, precedute da un mio testo in forma quasi di elenco – poiché elencare significa anche accusare, e anche una litania e un rosario sono elenchi. I visitatori ascoltano, sulla balaustra che gira intorno al relitto, mentre si riflettono in specchi anneriti., voci che sussurrano pensieri ordinari e banali di viaggiatori comuni, [[fantasmi come tutti noi, su un aereo estivo in volo da Bologna a Palermo. Parole universali come i volti del prossimo, come le foto degli oggetti – vestiti, pinne, oggetti da bagno, borsette – ignoti e famigliari. Continua a leggere
Ciao, Chiara
C’era una volta una donna. Cattolica. Laica.
C’era una volta una donna che amò Cristo al punto da dedicargli l’intera esistenza.
C’era una volta una donna che riuscì a vedere Lui in chiunque gli stesse davanti.
C’era una volta una donna che credeva nell’unità vera e nella forza mistica del dolore.
C’era una volta una donna che scelse di non avere figli, ma generò un popolo.
C’era una volta una donna, cattolica, laica, che seppe abbracciare monache e monaci buddisti e comunità musulmane e comunità ebraiche.
C’era una volta una donna che ebbe un sogno e riuscì a realizzarlo.
Quel sogno vive. E lei vive in lui.
su Repubblica.
e su Wikipedia.
Elogio della lentezza. Paul Valéry e la forma della poesia di Giuseppe Panella (3)
ELOGIO DELLA LENTEZZA. Paul Valéry e la forma della poesia
3. La scelta estetica : la poiesis
(La prima parte dell’articolo è apparsa qui, mentre la seconda parte è apparsa qui)
Valéry ha dedicato molte pagine in quasi tutti i suoi libri all’elogio della danza.
Lo ha fatto sia descrivendola direttamente, sia dedicandosi all’analisi del pittore che ha legato il suo periodo migliore alla rappresentazione delle sue forme plastiche, Edgar Degas (54).
In L’idea fissa, ad esempio, la danza è chiamata in causa per giustificare la natura “funzionale” dell’idea e la sua necessità “organizzativa”: la danza come simbolo dell’istantaneità della durata.
Per i morti sul lavoro

U rancuri
di Ignazio Buttitta
Chi mi cuntati?
io u pueta fazzu!
C’è aria di timpesta
u sacciu,
a vidu:
u marusu sata i scogghi,
u celu avvampa! Continua a leggere
Io non sono la poesia (scuola di poesia, 10), di Massimo Sannelli
Ecco il decimo petalo. Ti ho parlato della pienezza, anche senza averla [ricordi le metafore – e non solo – sessuali e i salti di Davide per Dio; la somiglianza al testo, la sua forma e la tua forma; e la critica alle «piccole cose», più etica che estetica]. La mia mancanza di pienezza non ti manca di rispetto: perché nemmeno lo Zarathustra di Nietzsche è l’oltre-uomo: Zarathustra ama la solitudine, è continuamente in crisi, è tentato dalla gravità, è consolato dagli animali [non c’è *uomo umano* che possa consolare un uomo come Zarathustra], ed è *anche* infelice [è *disceso*: in basso ci si sporca, in basso non si è soli e bisogna parlare]. Si insegna ciò che si sa e a cui si crede, non ciò che si è, qui e ora. Io stesso sono inferiore alla poesia – ma ne parlo. Io non sono la poesia e la poesia non sono io. Continua a leggere
La Neve, la Luna e il Soggetto
Pubblichiamo la tesi di laurea di Tonino Pintacuda, ringraziandolo di cuore per aver scelto Lpels.
COSA RESTA DEL ’68? Terza puntata: la borghesia dei reduci
DI ALESSANDRO BERTANTE
(Da: “Contro il ’68”, Agenzia X)

Il Partito socialista fu il traghettatore perfetto per tutti quegli studenti borghesi che, esaurita la carica contestataria, si preparavano a occupare i posti per i quali avevano studiato. Di fatto il Sessantotto studentesco fece da levatrice per la nascita di una nuova classe dirigente, più moderna e spregiudicata. (…)
La crisi culturale della borghesia italiana come ceto trainante delle trasformazioni sociali è l’autentica eredità del Sessantotto studentesco. Non poteva essere altrimenti. Contestando la propria classe di appartenenza senza la determinazione e la tenacia di una lotta veramente antagonista, i sessantottini hanno dato vita a un’estetica rivoluzionaria ingannevole, un insieme di comportamenti anticonformisti, pose e stereotipi politici ancora oggi piuttosto diffusi e riproposti con orgoglio.
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