Archivio mensile:Aprile 2022

Briscola


Dio ha preso un corpo. Forse non comprendiamo bene questo segno. Non ci è chiaro fino a che punto sia entrato nella nostra storia, condividendo tutto, realizzando una comunione piena, sponsale con l’umanità. Se l’avessimo capito, non staremmo ancora a discutere del due di picche a briscola.

Poesia italiana del XXI secolo

Christian Sinicco è nato a Trieste nel 1975. Nel 2003 diviene caporedattore del magazine Fucine Mute, tra i primi periodici multimediali ad essere iscritto nel Registro Stampa (1998): firma articoli e interviste (ad esempio a Mario Luzi, Maria Luisa Spaziani, Franco Loi, Maurizio Cucchi) e avvia il progetto di catalogazione delle opere di poesia delle generazioni nate a partire dagli anni Settanta, collaborando anche con Pordenonelegge.it per il Censimento dei poeti. Partecipa ai blog Absolute Poetry e Village di Libri Scheiwiller e, dopo la pubblicazione nel 2005 di Passando per New York (Lietocolle) numerose sono le sue letture, performance e concerti, anche con la rock band Baby Gelido, in Italia e all’estero. Nel 2008 vince il Trieste International Poetry Slam e nel 2013 diventa il primo presidente della LIPS – Lega Italiana Poetry Slam. Nel 2008 inizia a collaborare con Argo per cui cura la ricerca sulla poesia dialettale italiana sfociata nel 2014 nell’antologia L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti in dialetto e in altre lingue minoritarie (1950-2013) (Gwynplaine edizioni). Sempre per la rivista Argo cura tre annuari di poesia internazionale e dal 2017 dirige il magazine Poesiadelnostrotempo.it. Nel 2019 pubblica Alter (Vydia editore) e nel 2022 Ballate di Lagosta (Donzelli editore). Dal 2019 è Presidente del Premio Letterario Internazionale Franco Fortini.

  • Foto di Daniele Ferroni

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Il battito


Il discepolo che Gesù amava poggiò la testa sul petto del Maestro: mi ha sempre colpito questo gesto, l’attingere alla vita senza mediazioni, l’abbeverarsi alla sofferenza di Gesù, che stava per essere tradito, per purificare i pensieri, i sentimenti, tutta la persona. Perché non farlo ancora oggi? Il cuore a cuore è l’unica preghiera efficace, il battito che salva ha un’eco che sfocia nell’eterno.

I dinosauri psicopompi di Paola Silvia Dolci

 

di Guido Michelone

 

Non è facile commentare e recensire il nuovo libro di Paola Silvia Dolci, perché, innanzitutto, sfugge alle tradizionali logiche della letteratura italiana: la scrittrice cremonese, nota per cinque pubblicazioni di poesia – Bagarre, Amiral Bragueton, I processi di ingrandimento delle immagini, Bestiario metamorfosi, Portolano – più una sesta di prosa autobiografia – Diario del sonno – è qui alle prese con un testo che di proposito sfugge alla catalogazione per generi: materialmente, l’elegante, sobrio volumetto di 45 pagine si compone di 10 disegni (dell’autrice stessa) raffiguranti gli scheletri degli animali preistorici del titolo, contornati non solo dalla linea nera, ma da una frase vergata a mano in stampatello che gira attorno all’intera figura: la frase stampata, poi, nella pagina a fianco, diventa uno o più versi poetici, ai quali si affiancano citazioni e inserti in apparenza caotici, in realtà programmatici, forse nell’ottica degli psicopompi, le divinità che nell’antica Grecia fanno da guida alle anime dei defunti. Ed ecco quindi che, come quasi sempre, Paola Silvia Dolci racconta o suggerisce qualcosa di sé: i piccoli accecanti flash del vissuto passato e presente, tra viaggi, sogni, desideri, amori, ‘impegni’ esistenziali più che psicologici, nello sfoggio discreto delle scoperte letterarie. Come sostiene Maria Cini nella premessa in quarta di copertina esiste una vera e propria “ragnatela dei pensieri: oggi scheletro incerto, domani genealogia vegetale, l’altro ieri ruga d’acqua, un tempo lucertola”. E si tratta altresì di tracce di lessici da intendere come memoriali “dalla forma multipla, approssimativa, assertiva, imprudente”, giacché si mostrano come “scrittura differente ritagliata / con le forbici della carta”. In definitiva con Dinosauri Piscopompi la poetessa – giacché tale è, pure in questo originalissimo libricino – appronta una sorta di “topografia animale, il corpo chirografico, un metabolismo di sogni e di matita, nulla che si possa chiedere: le ipotesi sono già conoscenza”.

Paola Silvia Dolci, Dinosauri Psicopompi, Anterem Edizioni, Verona 2022, pagine 45, euro 10.00.

Si vis pacem, para pacem. Ma questo è lo spirito della divisione!

L’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede contesta la decisione del Vaticano di “mettere insieme donne ucraine e russe nel portare la Croce durante la Via Crucis”. Dopo l’ambasciatore è la Chiesa greco-cattolica ucraina a contestare il Papa tramite l’arcivescovo di Kiev Svjatoslav, che trasmette alla Sede Apostolica “la grande indignazione e il rifiuto di questo progetto”. Sviatoslav è certo di parlare anche a nome dei “fratelli cattolici di rito latino” e confida che le sue richieste “vengano ascoltate”. Il commento di Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica, è che “Francesco è un pastore non un politico”. Io rimango allibito sia dal diplomatico che vuole insegnare a una guida religiosa a fare il suo mestiere sia dall’intellettuale cattolico che sminuisce la portata politica del gesto. Questo invece oltre che un gesto religioso è un tangibile gesto politico di pace che i leader mondiali sono impotenti a esprimere. Per questo mi auguro che papa Francesco respinga queste ingerenze e che le richieste non siano ascoltate. Continua a leggere

Occasioni


Possiamo offrire la sofferenza a Gesù solo in questa vita, poi non c’è più modo. Finché siamo in tempo, non trascuriamo questo gesto d’amore che ci collega a Dio. Di là rimpiangeremo le occasioni perse, e gioiremo, invece, di quelle realizzate.

Si vis pacem, para pacem. Non falsificate la storia

Nel momento in cui c’è bisogno di simboli di pace, e si condanna l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, il governo italiano non trova di meglio per celebrare la “Giornata nazionale della memoria e del sacrificio degli Alpini” che la data del 26 gennaio, con riferimento al 26 gennaio 1943. Strana memoria, quella del testo della legge appena approvata il 5 aprile: chiama la ritirata degli alpini in seguito all’avanzata sovietica che determinerà la sconfitta del nazismo “avanzata all’indietro” e non dice che gli alpini di cui si parla erano i fascisti che al seguito di Hitler invadevano l’URSS. La memoria degli alpini che amiamo è quella di Giulio Bedeschi, Mario Rigoni-Stern e Nuto Revelli, che non a caso parla di questa battaglia nel suo libro La guerra dei poveri. Se ha un senso la memoria di quella giornata, ed è questo il senso delle alte testimonianze di Bedeschi, Rigoni-Stern e Revelli, è per dire: mai più. Mai più invasioni, nazionalismi, militarismi, mai più massacri di poveri mandati a morire per logiche imperialistiche. Continua a leggere

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È proprio questo il punto: chi siamo? Viviamo all’altezza del progetto? Il progetto è l’amore, quel varco che si apre nella banalità del male e fa apparire terra nuova e cieli nuovi, il colore, il sapore della vita, la valorizzazione delle capacità, la fiducia nei talenti, per cui una persona, come per miracolo, dà il meglio di se stessa. Sembra impossibile uscire da certi labirinti, superare vicoli ciechi e strade chiuse, e invece tac!, si apre la porta, si spalancano gli occhi, la realtà emerge dal nulla, al punto che ti chiedi come si possa non vedere, sentire, toccare qualcosa di così evidente. Appena ti materializzavi all’orizzonte, sentivo le catene cadermi dalle mani, ogni cosa tornare al suo posto, come fossi una specie di polo d’attrazione di vie d’uscita e soluzioni. Ricordo quando, stanco, salivi le scale, e al termine di una lunga giornata di lavoro ti restava quest’ultima impresa: la lotta con le mie complicazioni, con la morte che cercava di spuntarla e la vittoria puntuale della tua pazienza, come se davvero non restasse, alla fine, che la carità, anche prima di dormire. Tutto normale, finché non arrivava un trenta marzo qualunque e la cicca ti cadeva dalle mani, cominciavi a sudare e ti sdraiavo sul divano in attesa dell’ambulanza che ti portava al Grassi, mentre ancora risuonavano, in me, le tue parole: mi raccomando, portami al Gemelli. Ti vegliavo, in questi casi, e solo allora l’ufficio complicazione affari semplici chiudeva i suoi battenti, e liberava l’amore, che in genere restava chiuso dentro. Ora, a distanza di anni, mi rendo conto di tutto il tempo perso, di come a volte basti poco per varcare la soglia del buon senso, che ti mostra l’assoluta infondatezza di ogni tipo di egoismo, di ogni vile rinuncia all’immagine di Dio, il rifiuto della luce che ti scorta sulla strada del cielo

Inconfondibile


Non dev’essere una fatica la preghiera. Come si parla a un amico, a un’amica, così si parla a Gesù, se ci s’incontra nel silenzio. Come si ascolta, se c’è un vero interesse, così si ascolta Gesù. Solo allora si comincia a distinguere una voce, la Sua voce, chiara e forte.

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La partita della vita si gioca su due polarità: levità e pesantezza. 
Nel libro di Daniele, Dio dichiara: ti ho pesato e ti ho trovato leggero, cioè mancante: il termine gloria, in ebraico, significa peso. L’insostenibile leggerezza dell’essere, come nei quadri di Chagall, fa evadere insensibilmente dalla realtà quotidiana. Il giogo di evangelica memoria, visto dalla nostra parte,  appare tutt’altro che soave, la verità troppo grave, e non di rado molesta. Come si presenta, il mondo, dal punto di vista di Dio? Siamo un popolo di dura cervice, perennemente in fuga da ciò che conta ma non sempre attrae. C’è forse un punto d’incontro fra le opposte prospettive, come nei panorami marini in cui cielo e terra si abbracciano, e i confini svaniscono in riflessi di struggente bellezza? Il nodo è lei, la bellezza. Ogni scarrafone è bell’ ‘a mamma soja, si dice a Napoli: così gli occhi di Dio si posano su noi, al di là  delle piaghe che sfigurano il volto. La bellezza evoca l’anima, costringe ad alzare lo sguardo in un gesto che oltrepassa l’effimero. Mi scopro, a volte, a osservare gli animali domestici: non si slanciano in aneliti romantici né si sgomentano al cospetto di un cielo stellato, ma  annusano l’angolo di strada in cerca di odori inusuali, o di piccole prede. Non escono dal recinto angusto di un’auto conservazione prevedibile. Basterebbe questo per prendere coscienza che vivere così per noi è impossibile, che perdersi qua e là, pur di evitare l’incontro con la morte, sarà forse leggero, ma smarrisce lo splendore di una vita che sa alzare lo sguardo, che nel peso della gloria assapora l’eterna consistenza di un amore più forte della morte, di una luce che trionfa su ogni buio.

Sorpresa


A volte si fa la comunione come si timbra il cartellino sul lavoro. Se potessimo vedere lo splendore del Cristo che si dona, rimarremmo abbagliati. Forse è bene che, per certe cose, si debba attendere l’esito ultimo, sotto forma di sorpresa.

Si vis pacem, para pacem. «Ci salverà il soldato che la guerra rifiuterà»

Oggi è la Domenica delle Palme, giornata che per il mondo cristiano è simbolo di pace. E di pace è tornato a parlare papa Francesco, concludendo il suo discorso con l’invocazione: “Si ripongano le armi, si inizi una tregua pasquale ma non per ricaricare le armi e riprendere a combattere. No. Una tregua per arrivare alla pace attraverso un vero negoziato, disposti anche a qualche sacrificio per il bene della gente. Infatti, che vittoria sarà quella che pianterà una bandiera su un cumulo di macerie?”. Parlando a “un Occidente che si dice culturalmente ‘cristiano’, senza più avere nulla a che fare con l’insegnamento di Cristo”. Nello stesso giorno il patriarca Kirill invita alle armi: “In questo periodo difficile per la nostra patria, possa il Signore aiutare ognuno di noi a unirci, anche attorno al potere… È così che emergerà la vera solidarietà nel nostro popolo, così come la capacità di respingere i nemici esterni e interni e di costruire una vita con più bene, verità e amore”. Mi sembra opportuno proporre in questa giornata una riflessione di Tomaso Montanari sul rapporto fra cristianesimo e guerra. Continua a leggere

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Ricordo bene l’atmosfera, una pace soprannaturale, qualcosa che non avevo mai provato e che ora era mia, anzi, ero io, il vero me stesso che chissà dove s’era nascosto, fino allora. Ma era inutile fare domande, bisognava piuttosto ringraziare e cercare di recuperare il tempo perduto, assaporare il pezzo di cielo che arrivava all’improvviso, come nelle notti in cui mamma e papà piazzavano in silenzio i regali dell’epifania e noi restavamo a bocca aperta a scartare increduli i giochi di società, le macchinine e i soldatini, con tutta la felicità che può manifestarsi in quei tempi d’incoscienza. E non era incoscienza cantare per un viaggio intero Luna di Togni o dire “non ho fatto mai un incidente in vita mia” e subito dopo tamponare l’auto del turista tedesco, che non avremmo mai rimborsato a motivo di distanze insormontabili? Capitava di avere momenti in cui sfoggiavamo la nostra migliore faccia tosta, per esempio coi carabinieri che ci fermavano per eccesso di velocità, e noi facevamo le smorfie di chi cade dalle nuvole. Ora che te ne sei andato sembra tutto più difficile, ma non smetto di pensare che la vita sia un’avventura da prendere sul serio eppure anche sorridendo, come quando incontravamo i grandi manager che mettevano in soggezione chiunque altro, tranne noi. Ora che la guerra è alle porte mi viene da pensare che abbiamo fatto in tempo il pieno di gioia per affrontare il cielo cupo, l’oscuro inizio dei dolori, per entrare con il passo giusto in questo esodo alla volta della terra promessa, verso la tanto agognata verità.

Felice


Gesù, a volte, si accontenta di poco: di un Suo volto alla parete, di un gesto di attenzione, di piccole cose che, con Lui, diventano atti di amore apprezzatissimi. Sapendolo, riusciremmo a immaginarlo più felice.

Luca Pizzolitto, Crocevia dei cammini. Recensione di Giannino Piana

Luca Pizzolitto, Crocevia dei cammini, Edizioni PeQuod, Ancona 2021.

In una società del “fare”, dell’”avere” e del “consumare” la poesia non può che risultare del tutto anacronistica. Essa non è utile, non serve, ed è per di più in aperto contrasto con le logiche dominanti. Ma questo anacronismo e questa inutilità sono – paradossalmente – le ragioni della sua grande attualità. Il disagio esistenziale, che ha assunto in questi ultimi anni connotati inquietanti grazie anche al dilagare della pandemia, ha reso trasparente la fragilità della condizione umana. Serpeggia un senso diffuso di malessere ontologico, dovuto alla percezione del limite o forse, più radicalmente, del fallimento della nostra civiltà. Continua a leggere

La sapienza


Fare le prove generali della morte: i monaci l’avevano capito, e ogni giorno scavavano un poco della propria fossa. Ci vuole sapienza, per prepararsi al momento del passaggio, e la sapienza viene da Dio. Ricordo l’icona di un santuario; c’erano Maria e il Bambino, e sotto una scritta che diceva: Sapientia Patris in gremio Matris (la Sapienza del Padre nel grembo della Madre). Desiderarla, forse, è già abbracciarla.

Poesia italiana del XXI secolo

Iole Chessa Olivares è nata in Sardegna ma vive a Roma. Ha al suo attivo diverse pubblicazioni dal 1991 al 2021 con la sua ultima raccolta Amore? No, il suo quasi, (Con traduzione in inglese a cura di Elisa Caprarella e Cristina Di Massimo) , Edizioni Ensemble. E’ presente in numerose antologie e raccolte di poesia contemporanea. Ha vinto numerosi premi nazionali e internazionali. E’ presente nell’antologia di saggi Il gatto di Schrödinger sonnecchia in Europa, Europa e cultura, verso un nuovo umanesimo, curata dalla Poetessa Anna Manna Clementi. Della sua attività si sono occupati, tra gli altri, Dante Maffia, Plinio Perilli, Vito Riviello, Giorgio Linguaglossa, Franca Alaimo. Alcune sue poesie sono state tradotte in inglese, francese, spagnolo e portoghese e altre sono state musicate dai cantautori Patrick Edera e Amedeo Morrone.

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