
Offriamo a Gesù tanti doni di cui perdiamo la memoria. È Lui che ci ricorda i momenti di generosità, per farci coraggio. Il cammino è faticoso e c’è bisogno di una parola che infiammi, che entusiasmi. La Parola di Dio.
Archivio mensile:Aprile 2022
Si vis pacem, para pacem. Con la soppressione di scuola e sanità sai quante armi ci si può comprare!
Alcuni giorni fa un “pesce d’aprile” annunciava la soppressione del Ministero dell’Istruzione. Propongo un commento di Giovanna Lo Presti allo scherzo di Pasquale Almirante apparso su La Tecnica della Scuola. Scherzo ma non troppo, osserva Giovanna Lo Presti. Infatti, viste le politiche governative, è inequivocabile che per chi ci governa la scuola non serve a niente. Siamo ancora ai tempi in cui un ministro della Repubblica dichiarava che “Di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla cultura, e comincio dalla Divina Commedia“. La celerità e l’unanimità con cui si aumenta la spesa per le armi non ha termine di paragone. Non si è mai vista né per la scuola né per la sanità. Anzi, dopo l’esperienza della pandemia che ha mostrato tutte le pecche dei nostri sistemi scolastico e sanitario, la realtà è che il DEF vede la spesa pubblica per la scuola in calo nei prossimi anni. Così come è in calo la spesa sanitaria. Parafrasando il detto di quel famoso ministro della Repubblica, ci cureremo con un carro armato e ci istruiremo con un porto d’armi. Continua a leggere
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Dici bene, guardare dall’alto. Ci siamo assuefatti a strisciare rasoterra, a osservare a tutti i costi dal punto più basso, per farci capire e per capire, ma capire cosa, se basta l’azione del primo esaltato per ridurci al disorientamento e alla paura? Che voglia di urlare: l’avevamo detto; che tentazione di sbirciare quelli che ridevano alle spalle, o in faccia, addirittura, perché avvertivamo che c’è una voce più profonda – più alta – da ascoltare. Dalla porta della sala del coro, dove ora confesso, il vento mi parla insieme ai passeri, ai merli, alle cornacchie. Mi ricorda la voce di silenzio sottile che sorprese Elia, sul monte del Signore. Troppi terremoti, troppe fiamme, troppe tempeste turbano la nostra intimità, ci impediscono di sintonizzarci con la voce, l’unica voce che suggerisce a te, lettrice, a te, lettore, la cosa che conta, il ricordo della propria inconsistenza, l’insufficienza congenita che vanifica ogni velleità, la ridicola pretesa di proclamarsi arbitri del bene e del male. Guardo i rami dell’albero che appare dallo spiraglio della porta: non so che pianta sia. Mi piacerebbe riconoscerle tutte, come Italo Calvino, che aveva ereditato dai parenti una sapienza botanica infinita. Il problema sta qui: non riconoscere la pianta, confondere la quercia con l’olivo, il faggio col leccio, lasciarsi ingannare dalle forme, vedere all’orizzonte il male e pensare di vincerlo con le armi spuntate di chi striscia rasoterra. La suora che è entrata mi ricorda la mia antica confusione, la paura che mi faceva attaccare alle cose della terra come all’ultima spiaggia, il cadere nella trappola di un nemico in agguato, giorno e notte. Dobbiamo guardare in faccia questa estrema, radicale ignoranza. Dici bene: guardare dall’alto, da un aereo non troppo distante dalla terra, decifrare i dettagli di una storia che rivela il suo lato più in ombra, quello che nessuno si aspettava, tranne noi.
Quello del tutto
Si vis pacem, para pacem. Signore e signori, questa è la guerra!
Propongo un articolo di Marco Tarquinio uscito ieri su Avvenire, che mi sembra contenere le parole più sagge che siano state scritte o dette sugli orrori di Bucha da parte dei giornalisti italiani. Alle notizie e alle immagini degli orrori di civili inermi uccisi e abbandonati nelle strade si devono aggiungere quelle di fosse comuni, torture, stupri. E adesso veniamo a sapere anche che “Ci sono denunce di violenza sessuale da parte delle forze ucraine e delle milizie della protezione civile di Kiev”, come annuncia Rosemary DiCarlo, sottosegretario generale delle Nazioni Unite, parlando al Consiglio di Sicurezza. A prescindere dai risultati delle indagini che vengono invocate per stabilire la veridicità e la responsabilità di queste notizie e immagini, una cosa è certa: queste sono le notizie e le immagini della guerra, di tutte le guerre. Per questo l’unica voce ragionevole è quella che dice “Fermatevi!“. “La guerra è una pazzia! Fermatevi, per favore! Guardate questa crudeltà!”. Per poi lasciare alla diplomazia discutere i torti e le ragioni degli uni e degli altri e trovare gli accordi più soddisfacenti e duraturi. Continua a leggere
Luigi Maria Corsanico legge Salvatore Quasimodo. 5
Paura
Riccardo Ferrazzi, Il Caravaggio scomparso,
Riccardo Ferrazzi, Il Caravaggio scomparso, Golem edizioni, pagg.173, euro 13,90
Recensione di Franz Krauspenhaar
Riccardo Ferrazzi è un autore atipico, versatile e capace quindi di non farsi riconoscere, come certi impiegati della scrittura, frase per frase, libro per libro. Non è classificabile, sa passare da ambientazioni spagnole (la Spagna è il suo paese d’elezione, si potrebbe dire la sua seconda patria, se non fosse, per avventura o disgrazia, italiano e per soprammercato lombardo). Spesso a Milano, citta’ satellite di se stessa, ormai votata, disamina e corpo, alla moda e alle mode più inutili e dannose, con un centro città’ sempre meno milanese e, perlomeno fino a poco tempo fa, sempre più russo, sezione oligarchi spendaccioni, il Ferrazzi ha compiuto un viaggio esistenziale non facile e comunque interessante, essendo stato per anni un dirigente petrolifero di alto livello. Il nostro non è soltanto “semplice”narratore, perché nei suoi libri c’è sempre il calibro, non necessariamente di un’arma, di una propensione alla variazione sul tema, che però non ammara mai nella prolissità e nella noia. Leggere i libri di Ferrazzi (ambientati nella suggestiva e letteraria Saragozza, o sulle barche, e le sue collaborazioni con l’ottimo scrittore ligure e cittadino del mondo Marino Magliani, o la splendida biografia romanzata dei primi anni di Napoleone Bonaparte, per citarne alcuni) significa espandersi e a volte perdersi perché, come detto, egli da un libro vuole solo poche ma importanti cose: che sia avvincente, che sia diverso dal precedente; dunque mettendosi ogni volta alla prova, che sia scritto in una prosa approdata felicemente alla sintesi ma allo stesso tempo, e in questo breve romanzo, o racconto lungo, ne troviamo l’ennesima prova, piena di misture linguistiche, di paradossi, di raffinatezze degne di un Gadda e di un Manganelli, perlomeno in certe falde della sua raffinata scrittura. Ferrazzi, ipotizziamo, è snob senza saperlo appieno, per cui alla fine il suo snobismo naturale piace, diventa addirittura funzionale alle capre e ai cavoli del tutto. Questo suo ultimo libro, un giallo ambientato nella sua Heimat bustocca, narra di un industriale scomparso, un siciliano perfettamente trapiantato nel nord avido e arrivista; e di suo figlio che, in pieno allarme, incarica il Piero Colombo, investigatore a culo pezzato e suo ex compagno di scuola, di trovare il padre. Sennonché anche il figlio sparisce, accompagnato nella sparizione da una Madonna del Caravaggio, che suggerisce il titolo al romanzo. Una bella trama, un giallo italiano di frontiera (c’è anche Lugano, di mezzo) di cui non diciamo di più perché l’autore si è preso, nella trama, i ferri del mestiere del giallo classico. E dunque diamo l’avvertimento anche a noi stessi di non rivelare nulla, per non togliere al lettore il sempre più raro piacere della sorpresa. Ma il lettore avvertito può godersi questo bel libro su due livelli: la trama, la narrazione impeccabile, i dialoghi altrettanto riusciti, e questa piattaforma strettamente letteraria di uno scrittore che non può, e non deve, dimenticare la sua cultura e il suo estro. Raccomandiamo pertanto la lettura di questo ottimo giallo per definizione ma in verità anche, o soprattutto, di bella prova di autentica letteratura.
Momenti
Si vis pacem, para pacem. Il realismo della pacificazione
Capita raramente di leggere un articolo equilibrato sulla guerra in Ucraina, che segna il trionfo dell’irrazionalismo e la Caporetto del giornalismo. Per questo sono lieto di presentare un articolo di Alfio Mastropaolo apparso su un numero speciale della rivista il Mulino dedicato alla guerra. E’ un articolo che ritengo equilibrato, con uno sguardo ampio nel prendere in considerazione i vari aspetti della situazione e pacato nella loro trattazione. Mastropaolo cerca di puntare l’attenzione sulla realtà e presenta una proposta di soluzione del conflitto in corso che combina le lezioni della storia con la risorsa del buon senso. Penso possa essere un aiuto per quelli che, oltre a manifestare nell’immediato la loro solidarietà alle vittime della guerra, sono desiderosi di capire. Continua a leggere
Il cannocchiale del tenente Dumont. Intervista a Marino Magliani

Il cannocchiale del tenente Dumont, Marino Magliani, L’Orma, 2021.
Intervista a Marino Magliani. Il suo ultimo romanzo è tra i 12 finalisti del Premio Strega.
Al centro del romanzo c’è la diserzione. Per giunta, dentro un romanzo storico. Come mai? Mi incuriosisce che tu voglia proporre questo paradigma in un momento in cui la storia si sta prendendo la sua rivincita dopo la fine della guerra fredda. Davvero, la dimensione della libertà oggi è la fuga?
Uno, Pasquale, scrive di ciò che conosce. Credo di avere una buona esperienza come disertore, i miei personaggi lo considerano un valore, io non giungo a tanto, ma ci sono stati momenti in cui ho considerato la diserzione un culto. La diserzione non è fuga, anche se poi si potrebbero trovare decine di forme di diserzioni.
Un’altra curiosità è la forte presenza del territorio, la Liguria, in particolare. Racconti un ambiente che non esiste più. La campagna che descrivi è lontana dal naturalismo pastorale come dall’attuale e un po’ retorica riscoperta della decrescita felice. E’ la campagna dei nostri padri, quella pura e dura, da cui fuggire. Dietro l’apparente anacronismo del tuo romanzo sembra che soffi l’impossibilità di riconciliarsi col passato. Preferisci rapportarti allo spazio (i luoghi) o al tempo (la storia e la contemporaneità)?
Ho sempre visto e raccontato una Liguria che crollava in mare e stavolta volevo semplicemente guardare e inventare una Liguria a me sconosciuta ma che in qualche modo è la stata la Liguria della mia infanzia.
Parola
Si vis pacem, para pacem. La pace non scoppia, va costruita
La guerra in Ucraina è uno di quegli eventi che rompono lo status quo e obbligano ognuno a interrogarsi con una radicalità che scompagina schieramenti precostituiti. Raramente si è vista tanta varietà di prese di posizioni tanto all’interno di ogni partito politico, quanto di ogni compagnia o raggruppamento amicale, come in questa primavera del 2022 a proposito della guerra. C’è da augurarsi che questo non si traduca in una ulteriore polverizzazione della socialità a cui già la pandemia ha dato una accelerazione, ma diventi un appello alla responsabilità personale. Come dice don Tonino Bello “Occorre forse una rivoluzione di mentalità per capire che la pace non è un dato, ma una conquista”. E come scrive Raffaella Molena, in alcuni pensieri che qui propongo: “la pace non è il contrario della guerra, bensì una costruzione”. Continua a leggere
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A volte capita di vedere le cose come da un aereo che plana: non dalla quota degli aerei di linea – dai cui oblò si distinguono soltanto vaghe forme – ma da una prospettiva sufficientemente diversa da quella abituale. Le sensazioni sono quelle di una leggerezza, un’ebbrezza del tutto sconosciuta a un quotidiano che quasi si trascina, più per istinto di sopravvivenza che per gioiosa adesione. E’ come cogliere il filo che attraversa la trama della vita e intesse il dolore più assurdo e l’attimo all’apparenza più banale, l’esperienza di serenità e l’evento denso di significato. Un senso che corre verso una bellezza in cui il terribile e il sublime si fondono come in un’opera d’arte il cui incanto rimane inalterato. È questo l’effetto della mutata prospettiva che riproduce lo stato d’animo provato quando si ammira un quadro, l’emozione sprigionata dall’ascolto di una poesia o di un brano musicale, l’accorgersi che quanto sembrava un groviglio inestricabile di momenti difficili era invece un capolavoro di inestimabile valore. Perfino l’ombra scura che si profila all’orizzonte, il rumore delle armi, l’angoscia della violenza più cieca può acquistare un senso misterioso, senza nulla togliere alla sua tragicità: finisce col rivelare il volto dell’eterna lotta tra il male – che cerca di trovare spazio – e il bene – che mobilita i personaggi più santi per avvertirci del pericolo incombente, per fornirci le armi più adatte a questo tipo di conflitto. Le apparizioni mariane, copiose nel secolo trascorso e in quello presente, hanno proprio questo scopo. È l’aèrea prospettiva da cui contemplare, la chiave per interpretare la concatenazione degli eventi sul pentagramma della storia. A cominciare da quella personale, che nel suo rovescio rivela il lavorìo di dita operose, impegnate a tessere il disegno di un amore più forte della morte, un potere che attraversa il confine fra la terra e il cielo, pur di trarre dalle sabbie mobili tutto ciò che, mancando il bersaglio, si rivela come male.
Il Compagno
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Non è facile farsi strada in questa giungla, dove a ogni passo si affaccia una richiesta, un’esigenza, come se qualcuno potesse rispondere davvero, come se non fosse Dio l’unico garante, il depositario di ogni verità. Il cuore si affatica a trovare responsi di cui non ha il brevetto, soluzioni geniali a problemi non ancora formulati. Il mondo è questo intrico di ragioni e sragioni, in cui uno si alza la mattina e dice oggi invado questa terra e un altro dice ma questo che vuole e da lì parte un casino che è la normalità del non senso che affligge questo posto. I gatti, qui, continuano a girare, cercando carezze dai tanti pellegrini che cercano carezze a loro volta, in una sete d’amore che vorrà dire qualcosa, ma no, dài, facciamoci la guerra, diamogliela vinta al nemico che gioca con le anime come coi birilli del bowling: sarà questo, la vita, aspettare che la palla ti colpisca e ti faccia finire nel fondo della pista? Urge una svolta politica, un immenso dietrofront, un mea culpa di tutte le colpe di tutti i secoli dei secoli, un dire finalmente, uno davanti all’altro, senza più giustificarsi, senza attenuare la gravità di pensieri parole opere omissioni, dire finalmente la parola: ho sbagliato. Allora tutto ricomincerebbe per miracolo, perché il vero miracolo è cambiare. Ecco, suona la campana, comincia la messa, il sacerdote dirà le stesse cose, i fedeli risponderanno con le medesime formule di sempre, ma ugualmente qualcuno farà entrare, in qualche cuore disperato, una parola, un gesto, un’intuizione inedita, qualcosa che proprio là, sopra quel banco, tra noia e disperazione, tac! colpisce il cuore, e in un solo momento, ti converte.
Apostoli
Si vis pacem, para pacem. La guerra è una modalità di relazione
“Nella sua essenza profonda, la guerra è una modalità relazionale, tra persone, tra enti, tra stati”. Così dice la mia amica Raffaella Molena. Se è così, come ritengo, la guerra dipende da una relazione in cui due o più sono coinvolti. Non capisco allora perché il partito della guerra egemone nei media gridi allo scandalo a quanto ormai molti dicono: l’invasione russa dell’Ucraina è da condannare; contemporaneamente c’è da domandarsi cosa ha portato all’invasione. Quando gli storici del futuro scriveranno la storia della guerra del 2022 in Ucraina non potranno che indicarne le cause in fattori che emergono da documenti che indico di seguito. Questi documenti dicono che la Nato ha la sua responsabilità e da trent’anni lo ripetono gli stessi politici statunitensi in dichiarazioni pubbliche. Da questa presa d’atto non dovrebbe scaturire la giustificazione della guerra, ma indicazioni su quale dovrebbe essere il lavoro della diplomazia per costruire la pace. Continua a leggere
“Madri, muse e amanti” (sonetti dedicati alla sacralità dell’universo femminile) di Alessandro Ialenti.
Alessandro Ialenti è una persona creativa e poliedrica: studioso e docente di filosofia, lingua italiana e tedesca, scrittore di poesie e saggi, pianista di formazione classica, cantautore, dedito anche alla produzione di jazz e alla musica elettronica.
Un italiano, nato nella “Manchester Italiana”, Terni, città industriale, circondata, quasi per contrasto dalle dolci e mistiche colline dell’Umbria, “Cuore Verde d’Italia”. Alessandro Ialenti cresce in una famiglia con solide e profonde tradizioni musicali. Continua a leggere









