… che io
neanche vorrei scriverne
Mi basterebbe capire
cosa acciacca certi
giorni il respiro
l’urgenza di parole che si
fanno giuste ma solo in
rigida successione
inabissate in un limaccioso
o resti di bufere
Credo che una poesia nasca dall’urto di due precise mancanze: un dentro, di silenzio raccolto e pregno a cui difetta la chiarezza di un senso, e un fuori così rumoroso da ostacolarne l’ascolto. Due mancanze che tendono comunque ad integrarsi e, quando succede, la poesia diventa linguaggio: cuore nel cuore. Respiro nel respiro (Braga Dimitrova). Continua a leggere→
Saremo giudicati sulla somiglianza con Cristo. Per questo il Vangelo è la mappa con cui dobbiamo confrontarci. La chiave, come sempre, è l’umiltà: a contatto col Gigante, ci scopriamo nani.
A chi mi chiede cosa sia la Poesia non ho mai saputo rispondere, per me la Poesia non esiste, la poesia sono le poesie e soprattutto sono le poesie che mi piacciono, mentre le poesie che non mi piacciono, se pur dotate di elementi caratteristici – la rima, la metrica, la disposizione nello spazio – saranno per me un po’ meno poesia, progressivamente fino a non esserlo affatto. Credo quindi che definire qualcosa come poesia sia di base un fatto legato al piacere, definiamo poesia quello che ci piace, anche quando in modo evidente non è poesia in quanto è tutt’altro, ad esempio diciamo questo film è poesia, questa canzone è poesia, questa torta al cioccolato è una vera poesia.
Parlando strettamente della poesia in quanto produzione poetica scritta posso dire che per me è qualcosa che è partito da Rodari, passato per Leopardi e Ungaretti e approdato a Vivian Lamarque, Wislawa Szymborka e una lunga lista di altri contemporanei, in un percorso sempre guidato dal piacere oltre che dallo stupore, dal turbamento e dall’inquietudine, che del piacere sono forme diverse e forse più alte e complesse.Continua a leggere→
La poesia, se davvero è tale (e mi scuso della precisazione, ma oggi e assolutamente necessaria), ha sempre a che fare con le parole dell’amore, così inevitabilmente chi la scrive e chi la legge. Quale poesia può fare a meno di una parola che sia totalmente nata da una profonda cura, da una premura speciale? Quale poesia potrà essere fondata su una parola che non sia stata coltivata nel silenzio fertile di una profonda meditazione? Di un contemplare la bellezza in ogni suo aspetto, e di averne fatto un lavoro! Come faccioa spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestrasto lavorando? scrisse Joseph Conrad. La ricerca della bellezza diventa un’ossessione, scovarla anche e soprattutto dove pare proprio non poterci essere, dove tutti dicono: impossibile. (…) Tutto il libro è permeato da un dialogo segreto. Dico segreto perché, pur potendo apparire anche chiaro talvolta, non e mai del tutto svelato dall’autrice. Tranne forse in una o due occasioni. Ma c’è un tu, a cui i versi sovente si rivolgono, in un dialogo costante e estremamente fertile. Il dono enorme, maestoso che Danila ci fa, è di portarci con lei, di non tagliarci fuori. Questo senza che nulla si perda della sincera e profonda intimità che contraddistingue tutta l’opera. Ma se leggiamo, e soprattutto se lo facciamo ad alta voce, diventiamo la poetessa, o il poeta, che ha scritto queste poesie. Diventiamo noi stessi protagonisti di quel dialogo segreto, mentre il tu resta lo stesso, minuscolo e altissimo, familiare e divino, così lontano così vicino, per citare il titolo di un film bellissimo di Wim Wenders. Come sempre accade nella grande poesia, che diventa sempre di chi la legge (…)
Iniziare l’anno con la fedeltà: promettere di essere fedeli al progetto di Dio significa fedeltà a se stessi. È dando che si riceve, è dimenticandosi di sé che ci si può finalmente ritrovare.
Cinque slides su una nave che si scopre essere la puntini poesia
Per la doppia pletora di consanguine* conosciuta come scritture verticali e orizzontali l’alta stagione è la stagione delle scuse. Si direbbe che queste nascano spontaneamente, e moltiplichino nelle creature signiche senza possibilità di arginamento: un viaggio di lavoro, un ritiro yoga, una visitina ai parenti fuori regione (per dire). Deposte le suddette presso * loro car* le scritture possono finalmente sparire, abbandonando giornali, libri di scuola, post su Facebook e Instagram, riviste, inserti, bugiardini.
Al loro posto va un replicante che non batte ciglio, una sagoma cartonata che per noi fa lo stesso. Così possono incontrarsi, lontane da responsabilities di sorta, presso un’enorme nave portacontainer in acque internazionali. E qui l’ellisse conviene, perché chi legge sicuramente indovinerà circa il quanto e il quale di cotanti incontri, saggiamente ricorrendo alle stereotipie del caso per figurarsi: dal tenore dei discorsi alle attività agli oltraggi, e su e giù fino alle sodomie. Continua a leggere→
Famiglia è porto di partenze.
Maria e Giuseppe vanno al Tempio per offrire il figlio. Non è solo un’offerta formale. Le prescrizioni sono chiare: il primogenito ( in cui riposa la discendenza, quindi il futuro della famiglia) appartiene al Signore.
I figli non ci appartengono. E ogni volta che usiamo il pronome possessivo in riferimento ai figli commettiamo una appropriazione indebita.
La famiglia non si pone così come ambito esclusivo ed escludente ma come spazio in cui ogni membro è soggetto di costruzione e crescita
La relazione intrafamiliare cessa di essere semplicemente un argine contro le cattiverie di tutto ciò che è fuori e diventa realtà inclusiva fatta da soggetti che, ognuno con il suo compito, godono e si rivestono di responsabilità.
In questo scambio amoroso è tutta la consistenza della famiglia. Essere responsabili è sentirsi interpellati da un chi che chiama e, in questa interpellanza, scoprirsi capaci di risposta. Non sempre questa è adeguata. A volte è improntata alla fuga per tirarsi fuori da impegnativi coinvolgimenti, altre volte è mera manifestazione di potere che può diventare violenza. Può essere necessario conservare i turbamenti del cuore nel segreto, come fa Maria e saperli ascoltare e saper lasciarsi interrogare dalle provocazioni che la relazione mette in campo.
Famiglia non è semplice generazione biologica. Famiglia è coeducarsi lasciando che ognuno sia soggetto della crescita altrui. Il prendersi cura e il prevenire i bisogni dell’altro sono i capisaldi di ogni convivenza umana. Così, nel tempo, si arriva a darsi del tu, in modo pieno coinvolgente, oltre i ruoli e le definizioni senza mai perdere di vista che tutti i termini usati per definire i rapporti familiari sono termini relazionali. Padre, figlio, madre, sorella, fratello implicano un tu, nel nome del quale e a partire da cui ci si definisce.
È in questa relazionalità che si gioca la appartenenza non proprietaria di ognuno. È in questa continua donazione di sè che si stabilisce la bellezza della non appartenenza.
La mia esperienza con la parola è legata al teatro, in particolare alla drammaturgia, di cui mi occupo da circa vent’anni. Nel frattempo, in maniera non continuativa, avevo praticato veloci incursioni nell’ambito della poesia.
Solo più recentemente, a partire dal 2020, in un periodo in cui mi dedicavo alla raccolta e cura delle poesie di mio padre, ho in parallelo iniziato a ripercorrere quei miei sporadici tentativi in versi. Ho così avvertito la necessità di individuare i nuclei, i fili non sempre immediati – forse per il carattere di discontinuità con cui avevo frequentato questa pratica di scrittura – che collegavano tra loro i diversi componimenti; ma che evidentemente, sottopelle, esistevano.
È stata una ricerca che, nel suo farsi, ha generato nuove composizioni: è nata così la silloge “Oggi ti sono passato vicino” (Ensemble edizioni). Titolo dettato dal lavoro che andavo facendo sui testi di mio padre e sui miei – scritture che si sfiorano, che veicolano la necessità e la possibilità di incontri padre-figlio su un altro piano, quando su quello fisico e quotidiano non è più concesso –; e che porta inoltre il segno di un periodo che è stato particolarmente difficile per tutti – quello della pandemia –, in cui la distanza tra i corpi ci ha spesso condotto a cercare altre modalità di reciproco avvicinamento. Continua a leggere→
Tutto dipende dai pensieri, dicevano i Padri. Per questo bisogna vigilare, mettere il pensiero in buone mani, come faceva Maria, che lo affidava al Padre. È l’unica catena che libera, invece di reprimere.
Nel 1969, Joseph Ratzinger fece una considerazione ai microfoni della radio tedesca, quando profetizzò la fine della Chiesa così come l’abbiamo conosciuta.
Queste le sue parole:
“Avremo presto preti ridotti al ruolo di assistenti sociali e il messaggio di fede ridotto a visione politica. Tutto sembrerà perduto, ma al momento opportuno, proprio nella fase più drammatica della crisi, la Chiesa rinascerà.
Sarà più piccola, più povera, quasi catacombale, ma anche più santa. Perché non sarà più la Chiesa di chi cerca di piacere al mondo, ma la Chiesa dei fedeli a Dio e alla sua legge eterna.
La rinascita sarà opera di un piccolo resto, apparentemente insignificante eppure indomito, passato attraverso un processo di purificazione.
Perché è così che opera Dio.
Contro il male, resiste un piccolo gregge”.
Beata Anna Katharina Emmerick
Verranno tempi molto cattivi, nei quali i non cattolici svieranno molte persone. Ne risulterà una grande confusione. Vidi anche la battaglia. I nemici erano molto più numerosi, ma il piccolo esercito di fedeli ne abbatté file intere [di soldati nemici]. Durante la battaglia, la Madonna si trovava in piedi su una collina, e indossava un’armatura. Era una guerra terribile. Alla fine, solo pochi combattenti per la giusta causa erano sopravvissuti, ma la vittoria era la loro”. (22 ottobre 1822)
“Vidi che molti pastori si erano fatti coinvolgere in idee che erano pericolose per la Chiesa. Stavano costruendo una Chiesa grande, strana e stravagante. Tutti dovevano essere ammessi in essa per essere uniti ed avere uguali diritti: evangelici, cattolici e sette di ogni denominazione. Così doveva essere la nuova Chiesa… Ma Dio aveva altri progetti”. (22 aprile 1823)
Il mio padre spirituale diceva che lo spirito è intenzione. Molte azioni sono prive di anima: potremmo chiederci a chi possano giovare. Un corpo senz’anima è difficile persino immaginarlo.
Credo nella poesia, ma non so spiegare cosa sia, già definire la poesia è un atto di poesia. Non si può parlare di poesia senza fare poesia e questa tautologia è la stessa di tutto il creato. Credo che la poesia sia la manifestazione della musica divina e che tutto ciò che esiste e non esiste è il silenzio da cui origina e a cui fa ritorno. La poesia è silenzio e dialogo coi morti, è creazione delle forme e di ciò che dà forma alla creazione, tutto è poesia, nulla è poesia, nel senso che tutto esiste in grazia della follia dei versi e il nulla da cui siamo e in cui termineremo e che ogni istante dobbiamo amare è sempre poesia. La poesia è poesia e recita mantra per l’onnipotenza dell’invisibile, per amore delle stelle. Noi abbiamo una vita e un potere limitato, ma con la poesia sappiamo farci eterni e far rinascere gli universi dalla distruzione degli universi. La poesia è il divino. Ciò che precede il pensiero e che lo segue. Continua a leggere→
Gesù è il più piccolo, il più umile, scompare, non si vede. Si può vivere cent’anni e non accorgersi che è lì, vicino a te. È un mestiere difficile l’amore: sembra che non ci sia, e invece è ciò che è più presente, anzi, è il Presente, Colui che è, anche se lo ignori.
L’obiettivo è arrivare a Cristo: Lui dà a ognuno di noi la vita necessaria per conseguire il risultato. Ci vogliono idee chiare perché il tutto giunga a compimento.
Che cos’è la “nostalgia del futuro”? Più facile è descrivere la nostalgia per un passato che non tornerà; più fattibile è il provare nostalgia per ciò che è irreversibile ma che abbiamo comunque toccato, conosciuto, vissuto… Che razza di nostalgia si può mai provare, allora, per qualcosa che ancora deve accadere e che forse non accadrà mai? Sarebbe più corretto parlare di desiderio dell’irrealizzato; tirando in ballo, invece, la nostalgia si presume una quasi certezza per quel che andremo a realizzare a breve e a vivere in prima persona, al punto che possiamo permetterci di trattare il non realizzato come qualcosa che non c’è ancora ma che sicuramente ci sarà e di cui cominciare addirittura ad avere nostalgia. Proiettarsi in una vita che ancora non esiste, ci rende nostalgici di ciò che è potenziale, ovvero ci rende nostalgici di noi stessi perché le potenzialità sono contenute in noi, non giungono dall’esterno, non sono instillate miracolosamente da un’entità metafisica… In quel caso sarebbe più corretto parlare, appunto, di desiderio perché il termine desiderio, etimologicamente, descrive la condizione di chi “vive in assenza di stelle” (“de”, particella privativa, e “sidus, sideris” = stella; plurale “sidera”) ed è in attesa di ricevere qualcosa “dall’alto”, di rivedere comparire nuovamente le stelle che sono assenti, la loro luce che dona speranza. Chi ha nostalgia del futuro, invece, ha solo nostalgia di se stesso (di un altro se stesso), di quel se stesso che è già lì, presente, che non deve discendere dal cielo sotto forma di stella, ma che ancora non brilla in qualità di essere umano pienamente realizzato. Si ha nostalgia del futuro perché avendo pregustato le premesse, sappiamo già o possiamo concretamente prevedere come sarà il seguito della storia. Non si tratta di una storia di fantasia ma di un racconto realizzabile, realistico, di cui già conosciamo l’incipit. Praticando la nostalgia del futuro “amiamo” un noi che sta per arrivare, che è dietro l’angolo e quindi ancora non visibile, ma sappiamo che esiste, c’è. Potrebbe trattarsi di un atto di fede, ma la concretezza della possibilità ci allontana dal mistero, dall’ignoto.Continua a leggere→
Si può sbagliare, nessuno è esente in questo mondo. L’importante è riparare le falle, ricucire gli strappi, lasciare che il Cielo rammendi i nostri stracci.
Provo a fuggire la tentazione di aggrapparmi (nascondendomi?) alle parole di chi m’incanta quando dice della poesia, del suo fuoco e del suo segreto. Dal momento che mi viene offerta questa opportunità, devo parlare arresa, anche e soprattutto alla mia inadeguatezza. Prendo solo come torcia quella che oggi mi si accende tra le mani (ché l’istante è fatto per dimenticare il caso): “Di un appello trattenere soltanto la purezza dell’intenzione” (E. Jabès). Per lavorare di rinuncia, dunque, di sottrazione. Non è cosa di questo mondo la purezza; l’intenzione vacilla. Ma c’è un appello che risuona forte e insistente, precede la consapevolezza o l’ignora, si volge a un’amata solitudine gelosa del suo bene affinché possa svicolare dai confini stretti della soddisfazione. Per quanto mi riguarda, è principalmente un appello a contemplare e ad affinare lo sguardo, prima ancora che la voce. Ci viene data la parola. Di chi è la parola? La parola ai poeti. Non la parola dei poeti. Bello che ci sia il termine e non la specificazione. Perché la poesia chiede in primis attenzione, ospitalità, cura in chi la legge e in chi la scrive; e rifugge dai dettami di un’appartenenza: è un affido da custodire e vegliare. In genere, ci si accorge solo del suo arrivo, mai interamente e definitivamente del suo mandato: non obbedisce a mappe, canoni e disegni preordinati. Però conduce. Lo fa nei modi e nei tempi più disparati: ogni accento cerca un solco su cui impiantarsi, impara il suo continuo ritorno in quell’a capo che rivolta la fatica e la bellezza del dire. E poco importa della faccia che abbiano i poeti, del loro modo di camminare, dei loro amori: che diventi nome ogni sguardo, ogni passo sia teso a coniugare il timbro delle ore. Vada avanti unicamente questa lenta spirale di accensioni e cadute. Indietro ogni altra presunzione, l’inconsistenza di ogni vanto. Continua a leggere→
Fabio Ciriachi Tempo, soltanto tempo
(Il Labirinto, 2023)
Pag. 127 € 14,00
Già il titolo della raccolta in versi, Tempo, soltanto tempo, è suggestivo. E si presta a una certa varietà di interpretazioni che affidano all’autore dell’opera, lo scrittore e poeta Fabio Ciriachi, e al suo lettore una reciprocità mai scontata, suscettibile di interrogativi, inquietudine, dubbi, affrancamento da convenzioni e convenienze che sono la materia pulsante e il sale della vera poesia, e non solo della poesia. A lettura finita, si ha l’impressione ? che matura in convinzione ?, di trovarsi davanti a un testo importante (definirlo genericamente interessante o bello è come sminuirne il rilievo che acquista nell’ambito dell’odierna poesia italiana che si configura come decisamente asfittico, in un tempo oltretutto povero di stimoli culturali e, nel complesso turbolento e paludoso).Continua a leggere→
Il linguaggio di Dio, spesso, è linguaggio di sottrazione. La gloria è svuotamento. Il potere è servizio. La presenza è mistero.
Così, Natale è celebrazione del mistero che si rivela, ma si rivela come mistero.
Il fatto del Natale non impone la sua evidenza, quasi fosse inoppugnabile che un Dio si facesse uomo. Piuttosto, resta nel nascondimento di un sorriso, quello di un bambino alla sua mamma, come di nuova promessa. E come il sorriso non è una risata fragorosa, così il Bambino di Betlemme non è la gloria di un Dio che sbaraglia. Quella che è gloria nei cieli è pace in terra. Quello che è visione nella realtà di Dio è nascondimento nella realtà umana.
Quello che per noi è concretezza carnale è svuotamento, in Dio.
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