
Il Sangue di Gesù è una cosa seria: non si tratta di parole logore, come insegna il Qohelet. Il sangue è un fatto: non a caso, in ebraico, dabar ha due significati: fatto e parola. Ossia la vita.
Archivi autore: fabrizio centofanti
Dunque
L’infinito
Gianni Ruscio e Riccardo Renzi
a cura di Alberto Fraccacreta

Gianni Ruscio, Mutazioni, Terra d’ulivi Edizioni
Mi accarezzavi le pupille
e da loro apparve un abbraccio
luminosissimo. Poi ti scioglievi
nel gioco
scappando qua e là
per nasconderti.
Risalivi la spuma che ti rideva
nel grembo
e così era alito di mare
nelle tue manine
di sabbia. I capelli al vento
rinascevano
in una brezza oltremare.
Equivoci
Luigi Maria Corsanico legge Mario Luzi. 20
Di là
Il potere
La parola ai poeti. Lucianna Argentino
Ogni poeta ha con la poesia un legame unico, profondo e personalissimo che sfiora l’indicibile e per descriverlo ci si serve di parole che mai riescono a dirne la pienezza. La poesia è dunque qualcosa che vive nelle profondità della mia anima e la apre alla molteplicità e alla complessità della realtà. Qualcosa di intimo e personale che, tuttavia, amplia e feconda il rapporto con il mondo e con gli esseri che lo abitano, uno stare esposta a quanto del e dal mondo mi giunge. Mondo che pur essendosi fatto più piccolo non ha però diminuito la distanza tra gli esseri umani. Distanza che ha molte fisionomie, alle quali la poesia tenta di dare un volto in cui poter rispecchiare il nostro volto e sentire che quelle distanze sono fallaci creazioni della stupidità umana, di dirci che non è lì che sta la nostra umanità, la nostra verità di esseri umani chiamati alla fratellanza, alla sorellanza
L’intenzione
La parola ai poeti. Luca Pizzolitto
La parola poetica è una parola che, all’interno del mio personale percorso di scrittura, ha la propria gestazione e nasce dal silenzio, dall’approssimarsi al vuoto, alla solitudine, alla mancanza; la parola poetica diventa, in questa misura, un qualcosa di imprescindibile, necessario.
La parola poetica, come scrive in maniera stupenda Bonnefoy, “avvicina soltanto ma è, nello stesso tempo, quella parola che salva il mondo dall’abbandono, trasforma l’esilio in speranza, ritesse il filo spezzato della vita.”
La strada
Istante
La parola ai poeti. Pietro Romano


Oggi gli eventi sono prospettati in un flusso di continua imminenza. Tutto è ora, in uno scorrere privo di scarti tra passato e futuro, poiché così deve essere: l’uomo contemporaneo, e mi riferisco a quello occidentale in particolare, deve essere posto dinanzi al disfacimento costante dell’attimo. L’istante non è colto nella sua significazione epifanica, ma scarnificato e ceduto a uno sguardo provvisorio. L’uomo di quest’epoca non crede nel futuro, perché ha smesso di ascoltare l’effimero.
L’effimero ha espressione nel canto, ma luogo nell’esperienza. È un rimosso di cui la poesia costituisce un segno parziale. E tuttavia, il poeta se ne fa custode, lo evoca a suggello della propria lingua, prova a rimarginare una perdita per sua natura irredimibile.
Domande
La parola ai poeti. Domenico Lombardini
C’è un fenomeno della biologia che prende il nome di ipertrofia compensatoria: se una regione dell’organismo – un rene, una parte del cervello, un muscolo – viene meno o per qualche motivo non funziona come prima, allora un’altra parte dell’organismo, ipertrofizzandosi, ne assume le funzioni. Persone colpite da ictus reimparano a parlare, arti anchilosati riprendono a camminare. La poesia è ed è stata per me la stessa cosa. L’incapacità a comunicare in maniera adeguata ha causato l’ipertrofia di un’altra parte. Il ritiro dal mondo, a cui indulgevo da bambino, ha prodotto la poesia. Non c’è nulla di notevole in tutto questo: è fisiologia. Avrei preferito di gran lunga comunicare come fanno gli altri. La poesia è, infatti, un buon modo per complicare il pane (Samuele Bersani). Pian piano mi accorsi che avrei potuto far finta di essere come gli altri: I’m not like them, but I can pretend (Kurt Cobain). La poesia è il mio modo elettivo per simulare una comunicazione. Non c’è nulla di amabile in un mezzo che complica il pane e che simula, complicandola, una comunicazione altrimenti semplice, come il pane. A che pro questa inutile sofisticazione? Avrei preferito abbracci.
[Poesia come sintomo].
E il mezzo è il messaggio (Marshall McLuhan): leggi un verso e non lo capisci. Lo rileggi e credi di capirlo. Pensi: non avrebbe potuto scrivere semplicemente così e così? Il mezzo è la poesia, il messaggio è: devi sforzarti di capire. Nessuno ha così tanta pazienza. Ci limitiamo ad aspettare il nostro turno. E spesso capire non basta. La poesia non è un mezzo per comunicare: la poesia è un gioco linguistico.
Avete mai fatto caso ai bambini immersi nel gioco? Ecco, la poesia, che è gioco linguistico, è come l’ipnosi del fachiro sul serpente. Il fachiro, solo e povero (dall’arabo faqir significa appunto “povero”), ipnotizza il serpente con l’oscillazione del suo flauto. Il poeta, diverso e solo, giocando con le parole ipnotizza e ammansisce il bambino che lo abita.
[Poesia come autismo].
La solitudine
Padre Elia Spezzano. Due poesie

Amore del mio ottobre, sei luce
Che a sera accarezza i colli
E poi cede la scena alla notte
Celandosi in un mucchio di stelle.
Sei la pioggia sottile al mattino
Che cade con piccolissime gocce
Ed irriga e feconda la terra
Arata e seminata da poco.
Sei le foglie che si posano mute
Sulle strade dove l’uomo cammina
Intessendo un tappeto dorato,
Volandogli attorno con il vento.
Sei l’odore secco del melograno,
Il suo sapore dolce e asprigno.
Il muschio che cresce sulla corteccia
Delle piú alte centenarie querce.
Il contorto ulivo che matura
E si incorona di perle nere.
La nebbia che si alza silenziosa.
Il colore di un cielo che varia
Di continuo, passando d’improvviso
Dal grigiastro al limpido azzurro.
Amore d’ottobre, nel mio silenzio
Sei voce amabile e nascosta,
Nel fondo dell’anima che sussurra,
Tutto ció che io vorrei sentire.
E sei speranza che i nostri giorni
Siano sempre lieti e sereni,
Che vivendo alla tua presenza,
Scopra quant’é bella ogni stagione.













