Archivi autore: fabrizio centofanti

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La società dei senza fili, di Benedetto Vecchi

L’homo cablato è ormai in rete
La società dei senza fili

Un sentiero di lettura a partire da una inchiesta mondiale coordinata dallo studioso Manuel Castells su «Mobile communication e trasformazione sociale». Un pianeta dove blog, chat-room e sms possono far cadere e eleggere presidenti o dare vita a «comunità intime a tempo pieno»
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Davanti al Duomo, di Vito Mancuso

 

Qualche giorno fa, mercoledì 19 novembre, ho partecipato a un evento organizzato dall’Assessore alla Cultura di Milano, Massimiliano Finazzer Flory, per celebrare il completamento dei lavori di restauro della facciata del Duomo, finalmente tornata a offrirsi in tutta la sua maestosità. Prima di me erano intervenuti l’arciprete del Duomo, monsignor Luigi Manganini, il Presidente della Veneranda Fabbrica del Duomo, Angelo Caloia, e il noto filosofo Stefano Zecchi, titolare della cattedra di estetica presso l’Università degli Studi di Milano. La serata prevedeva anche poesie di Alda Merini e di David Maria Turoldo, e una formidabile performance musicale del maestro Matteo Fedeli su uno Stradivari del 1681. Qui di seguito riporto il mio contributo alla serata, sperando che possa interessare anche i lettori del Foglio, milanesi e non. Continua a leggere→

Quando la scienza si allontana da se stessa, di Giorgio Israel

 

«Vediam bene che “la Scienza per la Scienza” è formula vuota di contenuto sociale. E d’altra parte che il sapere può porgere alla volontà soltanto i mezzi dell’operare non i fini; che è assurdo cercare nella Scienza le norme della vita. Ma riteniamo che la volontà scientifica, all’infuori dello scopo utilitario, ponga essa stessa una norma significativa, quando riconosce, ed afferma il vero come indipendente dal timore o dal desiderio e promuove così lo sviluppo pieno della persona umana, la coscienza, oltreché la potenza, di un volere capace di riguardare al di là dei fini transitorii del presente, verso un più alto progresso futuro».

Così scriveva un secolo fa il matematico italiano Federigo Enriques nel suo più celebre libro “I problemi della scienza”, declinando nel suo linguaggio di scienziato alcuni dei temi al centro del discorso di Benedetto XVI che ha suscitato polemiche in questi giorni. Dire che «è assurdo cercare nella scienza le norme della vita» è solo un modo più forte di dire che «la scienza non è in grado di elaborare principi etici». Non è nella scienza che possiamo trovare il senso del mondo e dell’esistenza. Continua a leggere→

Intervista a Chavez

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L’attore americano ha intervistato il presidente del Venezuela. «Se Ombama mi chiama? Corro a Washingon»

Chavez: «Mi piaceva John Kennedy, ho imparato da Fidel, non sono comunista…»

(Sean Penn decide di partire per un viaggio in Venezuela e Cuba per incontrare i due presidenti. Insieme a lui partono Douglas Brinkley, storico conduttore della rete televisiva Cbs, e Chirstopher Hitchens giornalista di Vanitiy Fair )

Quando arriviamo all’aeroporto di Caracas Fernando è lì ad aspettarci. Ci accompagna in un terminal privato dove aspettiamo l’arrivo di Chavez che ci porterà con lui nel tour elettorale per le elezioni regionali sull’isola Margherita. Continua a leggere→

SE LA MEMORIA DIVENTA ROUTINE

L’Israele DI AVRAHAM BURG – SE LA MEMORIA DIVENTA ROUTINE
Incontro con l’autore del libro «Sconfiggere Hitler», appena pubblicato da Neri Pozza. Ha aderito al «partito degli scrittori» che nascerà a il 6 dicembre. «Ho notato – dice – una somiglianza fra quanto sta accadendo in Israele e ciò che avvenne in Germania fra Bismark e la fine della Repubblica di Weimar: allora come oggi si oscilla fra trauma e speranza»

di Massimo Raffaeli

Non è così semplice definire il libro di Avraham Burg Sconfiggere Hitler. Per un nuovo universalismo e umanesimo ebraico, che esce da Neri Pozza (pp. 407, euro 19.00) nella puntuale traduzione di Elena Loewenthal. Due sequenze differenti vi si sommano o, meglio, vi entrano in intersezione: da un lato, un lungo memoriale autobiografico, dettato dall’ammirazione e dalla pietas rerum, su suo padre Yossef, ebreo tedesco e pioniere di Israele, notabile e ministro della generazione di David Ben Gurion, la cui parabola politica culmina tra la Guerra dei Sei Giorni e quella successiva del Kippur, dunque nel frangente che precede l’ascesa delle destre e il primo gabinetto di Menahem Begin; dall’altro, un’accanita riflessione sul presente di Israele, non solo e non tanto sulle scelte politiche dell’ultimo trentennio, quanto sulla ideologia che le avvalora e, anzi, le iscrive come fatti ineluttabili nel senso comune. Continua a leggere→

La faccia di Gimondi

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Il mare di Ostia per me era il Belsito, i panini preparati dalla mamma e la cabina per cambiarsi, mentre mio padre, allo stabilimento, ci arrivava in giacca e cravatta, direttamente dal lavoro. Il mio rapporto con la vita dipendeva da queste apparizioni: noi bambini rotolavamo nella sabbia come le biglie dei ciclisti; la figura scura di mio padre ci trascinava nel mondo degli adulti, la sua durezza, il giudizio, quella che allora chiamavamo la spina dorsale. Della spina dorsale a me importava poco. Mi occupavo più della biglia con la faccia di Gimondi, delle sue lunghe giravolte sulla pista di sabbia, la sua sicurezza affascinante per me che ne sentivo la mancanza. Il Belsito era un luogo, uno dei tanti, dell’inadeguatezza di fronte all’ombra di mio padre, che aleggiava per poi materializzarsi all’improvviso come un deus ex machina a strapparmi dai sogni di bambino. Di spiagge, poi, ne ho viste tante, fino a Isolabella, nella baia di Taormina, dove i ricchi discorrono con l’erre moscia e le signore ti squadrano dall’alto in basso; ma il mare è così bello che cancellavo il resto e guardavo i panfili e le ragazze in bikini come si guarda la luna-occhio di pantera e tutto, tutto sembrava dire: c’è un mondo che non sarà mai il tuo, perché sei sempre quello del Belsito, anche se ormai, nella cabina, ci porti la ragazza che hai rubato a Ciro; lui ti aspetta davanti al Venezia con la banda di bulli al gran completo e tu vorresti essere la biglia con la faccia di Gimondi, imitarne le lunghe giravolte sulla pista di sabbia, la sicurezza struggente, per correre correre e attaccarti alla cravatta di papà che torna direttamente dal lavoro col giudizio e il mondo degli adulti, con la spina dorsale che a te interessava così poco, ma che vorresti avere adesso, per una volta sola, nella vita.

La foto è tratta da qui

(versione audio)

Sinistra rancorosa, perché te la prendi con Roberto Saviano?

di Girolamo De Michele

«Non sono affatto un eroe. Non basta esser minacciati per esserlo. Chi vive qui, a sud, nella provincia d’Italia fa semplicemente una scelta. Io ho fatto la mia (23 marzo 2004)» . Quando scrive queste parole sul lit-blog Nazione Indiana, Roberto Saviano non è ancora l’autore di Gomorra, ma ha già ricevuto avvertimenti, minacce: due pagine pubblicate su Diario hanno suscitato l’attenzione della camorra. Non per la risonanza che l’articolo può avere, ma per aver nominato Casal di Principe. Come accadde per Pippo Fava, colpevole di aver nominato Nitto Santapaola. A Saviano si dice già che non vale «cinquemila», il vecchio prezzo in lire di tre cartucce di fucile: un modo per far sapere che invece le tre cartucce prima o poi arriveranno. Il tenente dei carabinieri che lo convoca in caserma, nel marzo 2005, non ha «mai visto un intellettuale conoscere tante “schifezze”». «Lei sa più dei miei ufficiali», dice con fare rabbioso. In una lettera agli amici di Nazione Indiana lo scrittore rivendica il senso della propria scrittura: descrivere «l’intero meccanismo e non la singola questione non la singola questione. Continua a leggere→

Un ligure dell’entroterra in Piemonte

Racconto a quattro mani di Marino Magliani e Mario Bianco

Era il Piemonte uno dei primi nomi di posti che un bambino ligure imparava.

Forse ora no, il Piemonte per un bambino ligure non esiste, ma negli anni sessanta il piemonte era il luogo di provenienza delle raccoglitrici che scendevano per olive in Liguria . Non si sarebbe mai parlato di Piemonte in Liguria, se non fossero scese le raccoglitrici. Una decina di donne per azienda, restavano in Liguria l’intera stagione della raccolta, parlavano quei dialetti molli, ma erano donne dure, dai ginocchi potenti e le mani svelte.

Le guardavo raccogliere perché seguivo mia madre, che era a sua volta raccoglitrice. Continua a leggere→

Il giorno che le cose mutarono, di Andrea Sartori

 

Molto tempo fa – il Paese era ancora una nazione – il capo del governo italiano s’ammalò gravemente di nervi. Poche persone del gabinetto vennero messe a conoscenza delle sue reali condizioni di salute, e ben presto si creò un cordone mediatico, intorno a Palazzo Chigi, con lo scopo di mettere il primo ministro al riparo dalle indiscrezioni, e di preservare l’apparenza delle sue capacità decisionali. Ragioni connesse all’animosità della coalizione di maggioranza, e alla delicata situazione internazionale – l’Italia svolgeva compiti di rilievo nella gestione diplomatica delle guerre dichiarate dagli USA – impedivano all’intero consiglio dei ministri di dire la verità. I parlamentari e i sottosegretari dell’opposizione, naturalmente, erano a conoscenza dei fatti ed assecondavano la menzogna, sperando di ricavare, da un probabile passo falso, un tornaconto che avrebbe loro garantito il potere politico per parecchi decenni a venire. Continua a leggere→

Focault, tra il sé e il noi – Come lasciarlo alla sua irrequietezza

di Stefano Catucci
Un sentiero di lettura per aggiornarci sul filosofo francese. Dai saggi curati da Mario Galzigna in Foucault, oggi per Feltrinelli, alla monografia di Paul Veyne Foucault. Sa pensée, sa personne, uscito da Albin Michel al libro sul Pensiero politico di Foucault di Vincenzo Sorrentino per Meltemi
Nella sempre più ampia quantità, di studi dedicati a Michel Foucault alcune immagini e alcune citazioni ricorrono e mostrano l’urgenza di un problema: come leggere i suoi scritti e come usare le sue indicazioni di ricerca senza annettere un pensiero così irrequieto agli imperturbabili classici d’accademia? Continua a leggere→