Archivi autore: fabrizio centofanti

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Robert Walser

di Giorgio Stella

Pioggia leggera

Cadeva la pioggia, leggera, leggera
(in una maniera,
che con tutta la mia buona volontà
non riuscirò a dirvi)
su quel grand’uomo dignitoso e pacato,
di genio illuminato,
di fama incoronato,
che stava lì serio e sovrano
tenendo(…) in mano.
Mentre la sua consorte il caffè beve
sui monti c’era, eterna, la neve,
la vedevano chiaramente.
Lui la guardava crudelmente,
freddo ed elegante,
giovane e vecchio, affascinante.
Il grand’uomo mise le mani nelle tasche
e poi gettò uno sguardo fugace
sulla propria attività fino a quel giorno,
al sanatorio c’erano betulle tutt’intorno
e frusciavano.

Miklòs Radnoti

di Giorgio Stella

19 aprile 1931

Ieri hanno sequestrato il mio nuovo libro,
ora sto seduto solo, con le dita
intrecciate attorno alle caviglie, oggi
con superstizione ho scavato sotto la soglia
una farfalla rossa, e lentamente m’addormento.

Mi ricordo! una volta una madre diciassettenne
priva di latte, la donna del mio amico,
si era assopita così stanca sopra la sua bimba di venti giorni
sognando camicine infantili
e scarpe nuove per il marito! e
si svegliò allegra come all’alba
nelle battaglie favolose i guerrieri al suono della tromba!

Mi sveglierò anch’io! sulla treccia
d’oro della mia amata urlerà la luce del sole
oscillando, la mia ombra crescerà fino al cielo
e con i miei ventidue anni sfrontati stanotte
per cena mangerò tre stelle!

La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Maria Grazia Palazzo

Viviamo un tempo complesso e disorientante, perché nel caos della cronaca attuale che i media riportano, in tutto o in parte, in modo inesatto, incompleto, persino fuorviante, ci ritroviamo ad essere fruitori passivi di una narrazione ambigua, come in un loop di cui non conosciamo più bene la regia e di cui non ci sentiamo responsabili. Il nostro vivere è inestricabilmente legato a ciò che avviene nel mondo e abbiamo bisogno di interazioni diverse, per nutrire una speranza realista e sana, attraversando il presente nel modo più onesto possibile. La cultura della morte e del conflitto ci viene inoculata in ogni modo, senza soluzione di continuità. Continua a leggere→

La Vita Desta, di Giovanni Scarafile. 10

La comunità liquida

Perché ci sentiamo spaesati pur avendo mille connessioni virtuali? Perché le nostre relazioni si dissolvono con la stessa facilità con cui nascono? E cosa succede alla nostra identità quando non abbiamo più radici stabili?
Le comunità tradizionali – basate sul territorio, la famiglia allargata e le istituzioni durature – stanno lasciando il posto a gruppi temporanei. Ci uniamo attorno a interessi del momento, piattaforme digitali o bisogni emotivi immediati. Queste nuove comunità sono fluide: nascono velocemente, si intensificano, poi svaniscono quando l’interesse cala o appare qualcosa di nuovo.
Il sociologo Zygmunt Bauman descrisse questo fenomeno come “modernità liquida”: tutto ciò che sembrava solido ora si scioglie. Nel quotidiano, viviamo questa liquidità come un’altalena tra l’euforia della connessione istantanea e l’angoscia dell’isolamento. Navighiamo in un mare di relazioni superficiali, dove l’appartenenza non è più un dato acquisito ma qualcosa da negoziare continuamente.
Questa fluidità ci dà più libertà di scelta, ma ci rende anche più fragili. Quando ogni legame può essere interrotto con un click, perdiamo quei riferimenti stabili che per secoli hanno guidato l’esperienza umana. Il paradosso è evidente: mentre cerchiamo disperatamente comunità, viviamo una solitudine più profonda.
Forse dovremmo distinguere quali connessioni vale la pena coltivare nel tempo, oltre l’immediatezza dell’emozione o dell’algoritmo.
In questo flusso continuo di appartenenze temporanee, riusciremo ancora a costruire qualcosa che assomigli a una casa?

La scuola di Serena Bedini 7. In prima o in terza?

In prima o in terza?
Quando la trama di un romanzo comincia a delinearsi nella mia mente con maggiore chiarezza, la domanda che temo e che tuttavia non riesco a non pormi è se lo scriverò in prima o in terza persona.
A volte la scelta è ovvia e quasi automatica: una frase d’inizio balza alla mente e subito è chiaro quale sarà il tipo di focalizzazione. Tuttavia in altri casi la scelta si fa complessa. Narrare in terza persona porta a due alternative inevitabili: il narratore può essere onnisciente, ossia conoscere tutto quello che c’è da sapere sulla trama, sui personaggi, sui luoghi, persino su anfratti, nascondigli e posti remoti o sui segreti della vita di quanti sono attori della storia; il narratore esterno è invece colui che scopre l’intreccio insieme al lettore e si fa in qualche modo trait d’union tra la narrazione e i dialoghi stessi, è solo una voce fuori campo che permette di dare una struttura al racconto, ma non sa niente di quanto avverrà e per questo viene spesso utilizzato nel giallo.
Anche la narrazione in prima persona comporta due possibilità: da un lato, l’io narrante racconta fatti della sua vita passata con la tecnica del flashback e quindi conosce già come sono andate le vicende, dall’altro chi narra lo fa tramite il presente indicativo e quindi descrive la situazione per come la vive sul momento, con tutte le sorprese e gli imprevisti che possono conseguirne.
Come scegliere tra ben quattro diverse opportunità? Non è mai facile perché ogni romanzo ha la sua voce e occorre ascoltarla per scegliere la strada giusta per narrare. Talora scrivo le prime venti pagine seguendo la focalizzazione che mi appare migliore sul momento e poi, rileggendo, mi rendo conto di dover drasticamente cambiare. Talora privilegio la terza persona perché più distaccata e meno partecipe rispetto alla prima. Del resto, scrivere con un punto di vista interno comporta l’inevitabile equazione da parte del lettore tra protagonista-io narrante e scrittore, ma nello stesso tempo privarsi dell’opportunità di immedesimazione che dà la focalizzazione soggettiva sarebbe indubbiamente un errore.
Il mio consiglio per decidere è osservare attentamente la trama che si è ideato e cercare di immaginarla nel suo svolgersi per intuire quali potrebbero essere le problematiche di una focalizzazione interna, esterna o zero e, qualora sbagliassimo comunque, niente paura: c’è sempre la revisione!

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Accogliere e Ascoltare

 

«In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta». [Lc 10, 38-42] Continua a leggere→

Lorenzo Calogero

di Giorgio Stella

L’opera

L’opera
non cade mai
non si frantuma,
rimane eterna.
Gioiosa o mesta,
entusiasta e molteplice,
rimanendo immutata
ai colpi del tempo,
è testimone
di un tempo immortale.

La sua nuda fronte
rimane ferma, soda
sotto i raggi del sole che l’indora
fra pollici fissi dell’universo.

Da essa a volte cadono scintille
che indorano la bruna chioma
dei fanciulli che vanno a scuola
svegliandosi dal letargo
nel primo entusiasmo.

E se rileggessimo… di Enrico Grandesso. La commedia umana di William Saroyan

E’ un libro che parla – e in alcuni momenti lirici canta – di  umanità; il suo autore è figlio di emigrati armeni negli Stati Uniti. La commedia umana di William Saroyan (Fresno, California, 1908-1981) non è solo uno dei romanzi maggiori della letteratura nordamericana della prima metà del Novecento, ma è un testo che si confronta con il paradigma della “terra promessa” americana, emblema e sogno della realizzazione individuale e familiare, dell’affermazione nel lavoro e del benessere.  Continua a leggere→

Piccolo manuale di spiritualità

di Fernando Altieri

Il Piccolo manuale di spiritualità è una lettura bella: è il primo requisito perché un messaggio possa farsi strada nel lettore. Ogni capitolo del volumetto è una proposta al tempo stesso convincente e suggestiva, come se gli autori avessero appreso la lezione indicata all’inizio della Bibbia: “E vide che era cosa tov meod”, molto bella e molto buona. Un assunto del libro è che bello, buono e vero “funzionino” solo nell’armonia del loro dispiegarsi, dando l’unica risposta plausibile alla disintegrazione dell’oggi. Il perno dell’opera è l’appello che Gesù lancia all’inizio della Sua predicazione: metanoèite, cambiate mentalità, mutate direzione. Lo shub ebraico si spiega con l’immagine del pastore che conduce il gregge verso l’oasi e si accorge di aver sbagliato direzione: capita anche a noi di cercare la verità nell’io, e di non trovarla. Ecco, allora, che cambiamo rotta, dirigiamo la nostra umanità, la nostra storia, verso il Tu che libera dalla prigionia e consente un esodo dalle proprie illusioni, per approdare alla terra promessa dell’amore. La felicità si trova in questa prospettiva, in uno sguardo liberato dalla trave delle false convinzioni. La gioia è a portata di mano: Fabrizio Centofanti e Sabrina Trane ce la indicano con sicurezza, sulla scorta di un insegnamento ricevuto e trasmesso con l’entusiasmo di un bambino.