Cosa ereditiamo da Maria? Qualcosa si trasmette del Suo essere stata in questo mondo, e ora nell’altro. Far vibrare le corde giuste è l’arte dello spirito.
Archivi autore: fabrizio centofanti
Sergej Stratanovskij
La prefica
Intonando un pianto funebre sul suo uomo ubriaco,
intrecciando il merletto Di parole antiche,
sull'ubriaco perso intrecciandole
Per il figlio-mostro, per le percosse quasi quotidiane
Pianto e singhiozzi intrecciando,
parole d'ira
Sul vivo come fosse morto,
perché crepi in un istante, non si svegli.
Morí il mattino dopo,
strozzato nel suo stesso vomito
Lo seppellí senza piangere,
ma da allora non riuscí piú a cantare
La questione
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
Lo stupore
«In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.
Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose:
«Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.
Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».
E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.» [Lc. 5,1-11] Continua a leggere
Fabrizio Bajec, Tanka per le quattro stagioni (e altre poesie brevi)
Fabrizio Bajec, Tanka per le quattro stagioni (e altre poesie brevi), nota di Jérémy Tabani.
I poeti hanno un rapporto travagliato con le parole: accettano di usarle, ma non per far dire loro ciò che dicono. Alcuni cercano di esprimere l’indicibile, altre di far confessare alle parole ciò che non hanno mai detto, qualcuno tenta di parlare contro le parole, qualcun altro di nominare ciò che sfugge alla rappresentazione dell’arte… Ma non appena accettiamo di parlare, sentiamo di aver già detto troppo, anche se siamo stati parsimoniosi con le parole. E allora che fare: parlare per non dire nulla, o tacere per lasciare che le cose siano eloquenti a loro modo, col rischio di restare muti?
In questa raccolta, Fabrizio Bajec ci invita a volgerci verso il vasto cielo che ci circonda, quello sopra di noi, ma anche e soprattutto quello dentro di noi. Perché qui la presenza non si oppone all’assenza, né lo spaventapasseri alla persona, o l’esistenza alla non esistenza. Né la parola contrasta il silenzio.
Così il poeta sceglie di parlare non in vista della “fine del linguaggio”, per usare il titolo della terza parte del libro, ma piuttosto dalla fine del linguaggio. Come Châteaubriand, che nelle sue Memorie dall’oltretomba si rivolgeva a noi lettori dalla sua presunta tomba, qui il poeta ci apostrofa dall’aldilà di ogni concetto inerente al linguaggio, compreso quello della sua persona.
uscendo dal carcere
libero dagli oggetti
di un nocciolo sognato
La persona che esce davvero di prigione non si rende forse conto che ciò che la imprigionava era proprio questo nocciolo sognato, da intendersi qui come un nodo, ad esempio quello del linguaggio, che tiene insieme tutta una serie di altri nodi intorno a quello della persona?
Quindi parlare dalla fine del linguaggio non significa la fine di ogni discorso. Né del silenzio. Qui la parola e il silenzio sono ancora vorticosi, ancora abbracciati, perché sono sempre stati già uniti.
Dove? Nel fuggevole istante.
(Jérémy Tabani)
Fabrizio Bajec
Tanka per le quattro stagioni (e altre poesie brevi)
Prefazione di Fabio Pusterla
Vydia edizioni d’arte, 2025
La risposta
Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Solitudine. 1
La Solitudine 1. Una trama sottile, imperforabile
Dal cane vagabondo all’uccello solitario. Quel cane che si aggira “per le strade della solitudine” nell’alba di un capodanno appena concluso, tra “Bottiglie vuote / e vetri rotti / borse di plastica / svuotate / residui filtrati / di anime che festeggiano”; quell’uccello solitario che tuttavia è parte di uno stormo, parte di una “impeccabile coreografia”, ma “Potrà lui chiudere le ali / rompere le fila / senza distruggere la danza?”. Continua a leggere
Trasparenti
Marie Ponsot
A La Une
Che nessuna parola con la sua pensante minaccia
S’insinui nello sfioro dei nostri baci;
Il più tenue respiro che dia forma
Qui sarebbe di troppo.
Cerco all’interno del tuo singolo battito Il diametrale d’oro, dal quale
Sopprimere ogni via plurale alla verità, Sospendere ogni duplice evidenza.
Tu mi eguagli. Io ti
Libero. Possiamo tuttavia
Essere.
(trad. M. Bocchiola)
Per l’Altro
Luigi Maria Corsanico legge Angiolo Silvio Novaro
La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Antonio Fiori
Traviseremo i fatti
diremo cose mai dette
cambieremo
mantenendo i connotati
Interrogheremo
e saremo interrogati
avremo istruzioni
daremo prestazioni
perfette
Ogni parola sarà artificiale
cesseranno paure e preghiere
nessuno si potrà lamentare
Sarà vietato soffrire
[inedita 2025] *** Continua a leggere
Roberto Minardi, Ordine del sud
Preghiera d’assalto
Annerisci il suolo, assali case,
mura, portoni, sbandiera il gas,
fa’ che non resti uno stecco,
scortica, avanza senza senno…
Distorci i lineamenti
perché quel ghigno caschi dalle facce
e nutra la tua combustione.
Chi ha detenuto il potere sia arso
chi mai ha messo un arto sulla brace
venga ustionato.
E sarai maledetto,
non capiremo niente,
esploderà il commercio delle tute ignifughe. Continua a leggere
Vincitore
Robert Desnos
Mai altra che te a dispetto di stelle e solitudini
A dispetto di mutilazioni d’albero all’arrivo della notte
Mai altra che te proseguirà il mio stesso cammino
Più t’allontani più s’allunga la tua ombra Mai altra che te saluterà il mare all’alba quando
vagabondo esausto io uscito da foreste tenebrose
e cespi di ortiche marcerò verso i flutti Mai altra che te poserà la mano sulla mia fronte
e sugli occhi
Mai altra che te e nego la menzogna e l’infedeltà
Tu puoi spezzar la cima di questa nave all’àncora
Mai altra che te
Prigioniera nella gabbia l’aquila rode lenta
le sbarre di rame grigioverde
Che evasione!
È la domenica cifrata dal canto degli usignoli
nei boschi verde tenero il cruccio delle bambine
di fronte a una gabbia dove un canarino si agita
mentre nella via solitaria lentamente il sole
l’esile linea sposta sul marciapiede caldo
Altre linee passeremo
Mai altra che te
Ed io solo solo solo come l’edera appassita dei giardini
di periferia solo come il bicchiere
E mai altra che te.
(trad. P. Dècina Lombardi)
Scelte
Il giorno del ricordo, le foibe, l’esodo di Giuliano Dalmata
Lungo lo scorrere del tempo storico accadono eventi, per lo più drammatici e talvolta lieti, che purtroppo sono destinati ad un parziale o totale oblio e comunque vengono considerati poco rilevanti.
Perché?
Per una ragione di Stato, per le accese contrapposizioni politiche, per l’indifferenza dell’opinione pubblica, per valutazioni personali errate, per un condizionamento mediatico.
Ebbene la tragedia delle foibe e l’esodo giuliano dalmata appartengono a questa serie di eventi. Continua a leggere
Charles Cros
Vitaiolo
Dopo aver vuotato tutte le coppe, tutte!
Alla fine devo rientrare; perché le mie fibre dissolte,
Nei caffè rumorosi, frequentati da sgualdrine,
Hanno freddo nella notte pesante e negli incerti mattini.
Camminiamo. Ecco già brulicare la gente dei mercati.
Arrossisco, ortolani, nel vedervi, i grembiuli sporchi,
Rinfrescati dall’odore lontano degli aratri.
Lavoratori, ignari dei malsani amori,
Ammucchiate cavoli sul marciapiede, senza nemmeno
Immaginare l’orrore che segue il pallido passante.
(trad. L. Aga-Rossi)
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Festa dell’incontro – Segno di contraddizione
Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore.
Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».
…………………
Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.» [Lc 2,22-40] Continua a leggere
Un viaggio alla fine del mondo
Secondo papa Francesco l’Argentina è un paese alla “fine del mondo”.
Situata, infatti, nella parte meridionale del continente sudamericano comprende a nord le foreste lussureggianti attorno alle cascate dell’Iguazu, le pampas centrali, la cordillera andina ad ovest, fino alle gelide steppe patagoniche a sud.
Attraversata dalla leggendaria ruta 40, che unisce Cabo Virgenes in Patagonia a La Quiaca sul confine boliviano, vi si trovano immensi ghiacciai (Perito Moreno, Upsala, Viedma) lungo il Campo di Ghiaccio Patagonico Sud e le grandi acque della cascate dell’Iguazu. Continua a leggere















