Archivi categoria: Fabrizio Centofanti

Al centro del mondo

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La malattia è il centro del mondo. Ti costruisci un presente, nonostante le difficoltà, lotti con tenacia per edificare con materiali affidabili, poi arriva il responso e ti smentisce senza appello. La ribellione è inevitabile. Chi parla della fede non può dimenticare Giobbe o Qoelet, il quale dichiara senza mezzi termini: “Odio la vita”, e alla fine della lettura proclamiamo: “Parola di Dio”. La Scrittura conosce lo sprofondare nell’abisso, la bestemmia violenta. Guai a coloro che vivono o annunciano una fede sempre uguale, un cammino senza scosse: non hanno a che vedere con la storia del popolo di Dio. La verità è nel combattimento logorante, quello che Giacobbe sostenne una notte intera sulle rive dello Jabbok. La sorpresa è che l’angelo ti lascia vincere: per questo non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele. Allora, al centro del mondo, non ci sarà più il male, ma la strana e geniale musica di Dio.

I chiodi della storia

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Gira voce che siano stati proibiti alcuni canti nelle celebrazioni liturgiche: Dolce sentire, Osanna eh, Alleluja la nostra festa, Camminerò, Symbolum 77, Acqua siamo noi. Spero sia una voce falsa e tendenziosa. Non solo perché sono canti a cui è legata la mia esperienza di fede, intrisi di memorie che non esito a definire sacre per lo spessore delle relazioni umane e divine che richiamano, ma perché sarebbe indizio preoccupante di un giro di vite che non promette nulla di buono. Da tempo penso che la chiesa necessiti di un rinnovamento: il mondo, il linguaggio, la storia, stanno cambiando in modo irreversibile. La comunicazione religiosa deve stare al passo con i tempi; non per una forma di secolarizzazione, ma per essere fedele al principio fondamentale che la guida: l’incarnazione, una verità non riducibile alla dimensione asettica delle astrazioni, ma compromessa nella carne e nel sangue della vita quotidiana. Bisogna difendere e promuovere con ogni mezzo il matrimonio tra la fede e la realtà. Lasciarsi crocifiggere dai chiodi della storia.

Quando meno te l’aspetti

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Ieri, poco prima della messa, un uomo e una donna vengono a chiedere la sala per un compleanno da festeggiare il pomeriggio. In quei pochi minuti cerco una tregua per prepararmi alla celebrazione. Chi si occupa della sala ha un tumore, spiego loro, ed è stato appena operato, per cui il servizio è sospeso. Niente da fare: hanno già chiesto in ufficio, e non possono più recarsi altrove. Gli fornisco il numero di un eventuale sostituto del malato, ma anche questi non può occuparsi della cosa perché sta partendo con tutta la famiglia per la gita della domenica mattina. Il sostituto invia i due alla consacrata, che ci litiga e si precipita da me. Non è possibile, mi dico. In quel momento mi viene in mente la parabola del padre ferito e deluso che all’arrivo del figlio ha il coraggio di gridare: “Facciamo festa! Questo mio figlio era perduto ed è stato ritrovato”. Come prendersela coi due che vogliono solo festeggiare, come il padre, che poi sarebbe Dio? Il vangelo ti frega sempre, te lo trovi davanti quando meno te l’aspetti.

L’orecchio giusto (a Beppe Cucchi)

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Vorrei dedicare queste righe a Beppe Cucchi, che ci segue ogni giorno con pazienza sorprendente. Per sapere di lui basta leggere qui. La mia vita è fatta di notizie come questa, allarmi e annunci di drammi senza fine, che, mi convinco sempre più, esprimono l’anima di questa terra, dura quando cadi, in attesa di accoglierti dopo l’ultimo respiro. Pessimismo? Sono all’incrocio di povertà estreme, mi viene consegnata la sostanza di dolore del pianeta. C’è una statua, credo a Padova, di Leopoldo Mandic, frate cappuccino. Passava la vita a confessare. Ha un orecchio rivolto verso il basso e uno verso l’alto: le parole che ascoltava dalla voce rotta dell’umanità le orientava verso Dio, perché trovassero sbocco, per non esserne schiacciato. Provo a fare lo stesso, ma non sempre ci riesco. A volte sento il peso che mi spinge verso terra, la terra fatta per caderci, per inghiottirmi ancora vivo. Proviamo a resistere, Beppe, scommettiamo tutto sull’orecchio giusto.

Non hanno più vino

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Ennesimo matrimonio, questa volta all’aperto. Siamo d’accordo per le sedici, ma in sacrestia risulta alle sedici e trenta. Non c’è anima viva e bisogna ancora sistemare tutto. La sposa, friulana, arriverà puntuale, sarebbe un trauma se trovasse questa scena. Come uscirne? Ci impegniamo tutti disperatamente, compresi lo sposo e il celebrante, cioè io. E’ la prima volta che, fuori parrocchia,  preparo un matrimonio prima di presiederlo: una strana sensazione. Mi viene da pensare all’insensatezza dei ruoli definiti, all’idea inveterata che ognuno debba fare la sua parte. Il segreto della vita è fare anche la parte degli altri, quando il mondo è in ritardo. Come accadde in quell’ennesimo, sgangherato matrimonio celebrato nella città di Cana, tanti secoli fa.

Da tanto lontano

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Certi poveri fanno paura: gente dell’est dalla faccia affilata che ti ha visto aiutare gli altri e viene a chiedere soldi con aria inconfondibile, una gentilezza dura, già pronta a trasformarsi in lamento querulo e in minaccia. L’unica certezza è che non mollano mai: cerchi di congedarli con modalità diverse, ma a tutte oppongono la loro obiezione insuperabile, metallica. Devi solo sperare che si accontentino di quello che inevitabilmente gli darai, che non inneschino la bomba di una violenza imprevedibile. Sono i momenti in cui provi a vedere il mondo da un’altra prospettiva, dalla luna, per esempio, o meglio ancora da una galassia lontanissima, priva di poveri e di preti, di rabbia e fame, dove scorgi a perdita d’occhio solo cumuli di materiale cosmico di natura e consistenza diversa. Immagini di stare là, ignoto a tutti, soprattutto all’uomo dalla faccia affilata che sta snocciolando l’ennesima obiezione, con un tono che non ammette repliche. Ecco, può bastare così. Ora che sei tornato da tanto lontano ti accorgi di volergli bene, nonostante tutto.

Lo sguardo dell’altro

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Trovare il confessore giusto non è facile. Ho provato prima con un sacerdote anziano che incontro la domenica, ma la pensiamo diversamente su tutto, poi con amici preti di vecchia data, ma mi sembrava di giocare. Alla fine ho scelto un monaco di un’abbazia non molto distante dalla nostra chiesa. Dico sempre ai penitenti di stare tranquilli, perché non si confidano solo con un uomo, ma con Dio stesso: non ha senso temere, vergognarsi. Eppure, quando tocca a me, capisco che è impossibile evitare il turbamento per lo scarto tra l’immagine e il volto interiore, che non corrispondono mai perfettamente. Continua a leggere→

Il programma

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Riunione con le alte gerarchie per la programmazione annuale. Le linee da seguire sono la centralità dell’eucaristia e la carità. Approfondire, organizzare, migliorare. Poi è l’anno sacerdotale, quindi: favorire la comunione tra i preti, mangiare e pregare insieme, incontrarsi per verificare. Nel frattempo, sogno a occhi aperti: vedo Gesù che pranza con i pubblicani e parla con le prostitute: lo sento aggredito dai sommi sacerdoti, insidiato dagli scribi, criticato dai farisei. Ho il vizio di sovrapporre il vangelo alla realtà presente, immaginarvi il maestro che arriva all’improvviso, come a Cana, a compiere qualcuna delle sue stranezze: rivolgersi alla madre bruscamente, far riempire d’acqua le enormi giare di pietra, ordinare di servirle come vino. Mi chiedo se non dovremmo favorire la fiducia nel miracolo, la certezza che se decido di dare mi troverò qualcosa tra le mani, il vino invece dell’acqua, i pani e i pesci per i cinquemila al posto della misera merenda del ragazzo di Tabga. Credo che il programma dovrebbe contemplare l’imprevisto della generosità, lo strappo nell’ordine prestabilito, l’entusiasmo per l’altro. Altrimenti l’eucaristia e la carità restano parole perse nel depliant dell’abitudine, nel menu ripetitivo di un collegio irrigidito nel suo cerimoniale.

Solo una promessa

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Mi chiedo se sia giusto rimanere qui. Forse la missione è compiuta: traghettare don Mario in un’impresa impossibile. E ora? Sento gli sguardi che mi sfiorano per le ragioni più diverse: chi si preoccupa per me, chi cerca spazi inaspettati, chi fiuta l’aria per capire cosa possa cambiare. Io continuo a dare, come ho sempre fatto, ma mi accorgo che le forze a volte scemano, qualcuno potrebbe approfittarne, e non c’è più il mio amico a discernere con certezza la sincerità dalla furbizia. Avevo un motto: procediamo impavidi. Oggi mi sembra stoicismo, di cui diffido sempre. Non resta che addentrarmi nel mar dei giunchi, coi carri del faraone che stridono alle spalle, gli ordini secchi nella notte, l’alito incalzante del nemico. Davanti, solo una terra sconosciuta, una promessa. Di qualcuno che traghetti me.

Domma Parma (1)

Alle porte del paradiso

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Lo so che leggerai. Per questo scrivo. Ultimamente si sono accavallate molte cose, il dolore, la fatica, tutto si è depositato nel cuore e nelle arterie, fino a causare l’inevitabile black out. Troppe tensioni, troppi traumi. Così arriva, prima o poi, l’incomprensione più evidente, lo scontro più insanabile. Il silenzio. Da bambino e da ragazzo ero pieno di silenzi. Un deserto in cui sentivo la voce di Dio e del suo avversario, ed ero chiamato a scegliere, ogni volta. Il vento del deserto può essere terribile: ti scortica la pelle, t’inchioda a una sete mortale. In quel silenzio puoi ritrovare il filo, la prova chiara di un’insufficienza: non siamo fatti per la solitudine. Anche se veniamo spinti con violenza in quella direzione, in fondo al cuore sappiamo che è il braccio della morte, il reparto dov’è scritta la parola fine. Solo allora ti accorgi che qualunque cosa è meglio del lasciarsi scivolare. Che occorre alzarsi e gettare le catene, protendere le mani e bussare con forza, con tutte le forze che rimangono, alle porte invisibili del cielo.

E tanto basta

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Ce li manderesti tutti, certe volte. E’ solo una questione di stanchezza. Fanno i furbi, ma chi è che non lo fa? Il nervosismo gioca brutti scherzi: ti sembra che tutti vadano in vacanza e tu solo resti a lavorare. Magari è vero, ma l’hai voluto tu, hai scelto tu di dare. Se il mondo è muto, io canterò. Se è sordo, ascolterò. Proprio dove manca, metterò l’amore. Quanto è difficile, però. Ce li manderesti volentieri. Li ameresti con le lacrime agli occhi senza mai asciugarle, perché devono vedere, devono capire. Non restano che quattro parole, quattro note. Una canzone di cui non ricordo più il motivo. So solo che è per te, e tanto basta.

Può darsi

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Potessi poggiarti una mano sulla spalla, farti la prova della glicemia, alzarti dalla sedia per metterti sul letto. Ma sei tu che ti preoccupi per me. Dicono che i morti sono morti, che la sopravvivenza sia nell’anima di chi rimane. Può darsi. Eppure, in certi istanti, mi sembra di toccare con mano, di indovinare un intervento, la traccia di un consiglio: Continua a leggere→

Rose

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D’estate il prete resta solo. Per modo di dire, s’intende. La folla che ti assedia è sempre là, cerchi affannosamente un buco nell’agenda per l’ennesimo appuntamento che ti chiedono. Ma quelli che dovrebbero aiutarti sono in giro per il mondo, in posti ameni. L’idea stessa ti solleva: “stiamo riposando per voi”. Anche questo è solidarietà. Il problema è quando tornano: rigenerati, pieni di energie, pronti a notare ogni mancanza, mentre tu stai esalando l’ultimo respiro. Però non muori mai, sarebbe troppo semplice. E’ il bello del prete. Ho provato a spiegarlo ieri in uno degli innumerevoli matrimoni che celebro nel mese di settembre: citavo la scena di una pattinatrice (la sposa stessa) che lancia una rosa verso il suo ragazzo (lo sposo), seduto tra gli spettatori; lui, chissà perché – è distratto, o pensa che non sia diretta a lui – la lascia passare e finisce chissà dove. Dicevo che Dio è uno che lancia rose a vuoto, disposto ad accettare la nostra indifferenza. Il prete, figlio di tanto Dio, deve fare lo stesso. Riempie il mondo di rose, a volte inutilmente.

Guida lei

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Il prete dev’essere un dio: disponibile, perfetto, onnipresente. Non ci riesco più, da qualche tempo. Guardo la gente e penso al retroscena di attese frustrate, di illusioni tenaci, di dolore, che costituisce la trama segreta della vita. Sono nel cuore della notte e ho occhi di gatto, capaci di vedere l’invisibile. Tutto l’apparato di cui dovrei bardarmi sfuma come l’ombra che mi avvolge; non restano certezze, dogmi, articoli indiscussi, ma solo uno sguardo troppo consapevole, una coscienza troppo lucida. Mi chiedo se sia meglio oggi, o quando avevo perso il filo e la compagna migliore era la ceres. Solo la macchina è la stessa, e come una volta guida lei.

La pietra nella mano

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Aveva sbagliato, almeno stando a certi documenti. Aveva fatto carriera, senza agganci sospetti, grazie alle sue capacità. Svolgeva il suo dovere fino in fondo, prodigandosi per la causa in cui credeva. Ma ormai l’immagine non era quella giusta, stonava, rompeva l’armonia celeste delle intenzioni pure, delle azioni integerrime. Ora finalmente non c’era più spazio per l’errore, ora la trasparente grazia dell’innocenza ritrovata avrebbe fatto tacere ogni rivolta, ogni residua accusa. Intanto un uomo continuava a scrivere per terra, raccontava la storia di noi puri, gli sguardi fieri e l’immancabile pietra nella mano.

Con la pietra e con la fionda

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E’ l’esercito più tecnologico del mondo. Tutti si riforniscono da loro, per assicurarsi le armi migliori. Schierati davanti a noi, fanno paura. Stranamente immobili, ci squadrano come se dovessero godersi lentamente la vittoria. Uno di loro si fa avanti: è un gigante. “Perché scatenare la battaglia?”, dice. “Scegliamo i più forti tra noi, che si sfidino a duello. Chi vincerà, vincerà per il suo popolo”. Tra le nostre file cade il silenzio. Qualcuno troverà il coraggio di affrontare quel colosso? Non so che mi succede, una forza s’impadronisce del mio spirito, mi spinge a fare un passo avanti: “Vado io”. “Che dici, sei un ragazzo!”. Sento voci intorno, che cercano di dissuadermi con ironia o fermezza. “No, vado io, ormai ho deciso”. Il comandante cerca di infilarmi la sua pesante armatura, ma non riesco a muovermi lì dentro. La spada enorme, poi, è impossibile impugnarla. “Faccio senza”, gli dico. Vado incontro al gigante, con la pietra e con la fionda. In un momento, sento che dipende da me il corso della storia.

Alla fine di tutto

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Mi chiedono sempre perché il male. Lo chiedono a me, in un certo modo, come se avessi io la soluzione in tasca, da prete, depositario dei segreti ultimi del mondo. E’ un pezzo che ho smesso di rispondere con le formule usuali. Da quando il male mi ha investito nella sua versione più crudele, non ho più parole. Guardo la persona che mi ha fatto la domanda, cerco di capire se la sua è una sete di sapere o la solita sfida alla chiesa e ai suoi rappresentanti. Tento di comprendere se legge il dolore che mi afferra alla gola, o se gli sfugge questo aspetto del tema su cui vuole conversare. Il problema del male, gli dico, ha una soluzione che attraversa la carne devastata. Come si risolverà non puoi saperlo; credi solo a qualcuno che ha dato la vita per mostrarti che il bene, alla fine di tutto, è ciò che resta.

Shelter from the storm

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Da tempo immemorabile vorrei scrivere un romanzo: idee a ripetizione, coltivate giorno dopo giorno, cresciute con le vicende della vita. I cassetti, fino a poco fa, traboccavano di inizi, come nel memorabile libro di Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore. Con il trasloco di stanza li ho gettati tutti, gli incipit si sono tramutati in finis. Se avessi cinque ore al giorno, il romanzo prenderebbe forma, si snoderebbe come un fiume d’oriente, il Tigri o l’Eufrate, con anse ampie che procedono lente verso l’esito finale. Ma cinque ore non le ho. I fiumi diventano affluenti, gli affluenti torrenti, i torrenti rigagnoli. Quello che resta, al termine del processo inesorabile di contrazione, è un oasi appena percettibile allo sguardo, una pozza d’acqua nel deserto o forse, meglio, un improbabile rifugio nella tempesta della vita.

Partire

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Il rumore della sedia messa in moto faceva parte di me. Erano due, la piccola e la grande, che dava subito il suo avviso sonoro, prima di partire. Si sapeva in anticipo che il cigolio sarebbe risuonato nel piano sottostante. Era il mio rumore, il segno che c’eri. Avevo anche il timore che chiamassi, per le tue esigenze fisiche, e interrompessi il mio lavoro. Ora, quel rumore lo sento solo quando carico le sedie, o le sposto per vedere se funzionano. E allora ti rivedo, la vita ha ancora un centro, un obiettivo, la volontà si desta e riparte nella giusta direzione. Ma con un groppo in gola, una lacrima che fatica a uscire. Mi domando se sia tu a lasciare un vuoto sulla sedia, o se il rumore che sento a intervalli ormai così distanti sia il segno che anch’io debba partire.