#Nell’alto della vetta# – le forme sorgono! (Walt Whitman) – (- 1 -) si abbraccia alla maniera nubile il sentiero passivo del regresso stato – l’opera non ha valore ma se lo avesse sarebbe datato: ‘domani’ * una purezza di croce/veranda/noce possiede l’alchimia della medesima acquisita – le spade di fuoco non sono il danno del mare nell’incrocio loro! Un tronco pare il faro che appare la luce di germoglio, la giostra densa di plurali feriali * i plurali feriali, queste mense di medaglie senza volto! La ragione attinge al senso della frazione e il cuore del faro alza bandiera bianca alla boa rossa di cera della betoniera: una grancassa di scivolo al bersaglio come mito * corazza e uno scudo di grancassa come il succhio della luce nel faro della rete nell’incrocio stato miele di frodo! Un pescatore dice a un altro datore di sogni: ‘si’ Signore!’ & la madre piange col padre il frutto del seme, il figlio secolare delle tagliole nutrite dal fiore (una pausa) * Continua a leggere
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Charles Bukowski
Vigilia di Natale, solo
Vigilia di Natale, solo
in una stanza di motel
sulla costa
sul Pacifico
lo senti?
hanno provato a farlo
in stile spagnolo, con
tappezzerie e lampade, e
i bagni puliti, ci sono
minuscole barrette di sapone
rosa.
qui non ci troveranno:
barracuda o dame o
adoratori
d’idoli.
giù in città
sono ubriachi e spaventati
corrono a luci rosse
si aprono le teste
in onore del genetliaco
di Cristo, non male.
presto finirò questo quinto di
rum portoricano.
al mattino vomiterò e
farò la doccia, ritornerò in auto,
mangerò un panino alle 13.
sarò nella mia camera alle
14,
sdraiato sul letto,
in attesa che suoni il telefono
senza rispondere,
la mia vacanza è
un’evasione, la mia ragione
no.
Luigi Maria Corsanico legge Pedro Salinas. 4
Giorgio Stella. Le mura di Giuda
Le mura di Giuda. ————– – 1 – questa terra che una volta del tempo vantava tante voci oggi è un ululato spento – il corso del latrato commosso # la mattina il coro del fine giorno – un ponte di legno è diventato di ferro! E il cuore non ha fiato per l’amore che tiene in braccio come una brocca di cera nel trucco di scena! Ho dormito all’infinito la notte del mattino # nel pon-pon di Oz l’arco di Rom – il muro è sudato di freddo e l’acqua sanguina carestia, mia – le mura di Giuda saldano il conto! Il seme della lacrima nel pianto, un precoce abbraccio alla scissione delle cose in corso # non ci credo non è vero l’odio d’amore () – la cura del senso stato è prossima a venire di diritto, diritto umano! Se la pazzia divenisse follia saremmo tutti sani (e salvi) – (una pausa) # la carestia è nella betoniera! Si rimpasta a cero di cera – ha! Come la fiamma al nettare gagliardo dava il fuoco spento sulla radice nel tronco… # -2- perché non ti uccidi? Perché non te ne vai a fare in culo?! Tanto lo so chi sei, il bambino/bamby nel negozio delle bambole gonfiabili (*) # sul cantiere ho provato per la prima volta la violenza all’anima – le mura di Giuda non sapevo cosa fossero perché le costruivo io con altri mendicanti – e uno a me non senti freddo? No, perché il caldo appartiene all’inferno, all’inferno dell’ inconscio – piegò le labbra di rossetto e andò al cesso… Non pagai la camera ma era nera come l’Odissea (una pausa) (un’altra pausa, è dura!) # Continua a leggere
Giorgio Stella. Giardino Colonie dell’Eden
Giardino Colonie dell’ Eden – 1 – la ‘forza’ ci portò dal vulcano nel vulcano – la campana battuta era cadente e la stazione priva di battesimo e comunione. – 2 – nella postura della scherma l’astro era cadente in un boccone di fiato – i patti si giocarono a mazzi come un scuola d’agosto dove regna la regina del cuore nella clessidra dell’amore. – 3 – i campanili spenti i dadi in fiamme alle cose d’onore e le frecce nei poligoni d’azzardo di razza – alcune ballerine avevano la roccia della rosa nel cuore ma i gendarmi recitarono lo specchio del cinema muto: ‘ove si reca chi move’. – 4 – le cosacche navi incorniciarono la repubblica di Salò – mancava di tutto in queste crociate: miele vitamine guardie svizzere orfani e orfani stati morti strutto & meringhe l’arco nudo nella sede dell’asso! Pure i concentramenti degli arcobaleni – ‘perche’ non sei con noi?’ … *Perché ero il primo dell’ultima classe*- una sfera nella capanna di giada e ceramica! (Una pausa) – 5 – ora gli sposi invitati a nozze – le fedi gemelle nel parto siamese – la campana è un campanile da faro dove non è richiesto niente poiché non si prevede nulla tranne il polpo nudo sulla barella della sirena: ‘eravamo pochi….’. ‘quanti?’…. ‘una tinta per capelli senza testa’ – (il quarto del primo terzo). – 6 – io sono il cubo io sono il quadrato io sono nel cerchio il triangolo (una pausa) – 7 – cercai nella merda la dentiera filosofale – la mattina era rotta Cassandra operata nella notte d’amore – gli schizzi di sangue arrivarono al/nel cuore dei santi! (Una pausa) – 8 – io sono il cubo io sono il quadrato io sono nel cerchio il triangolo – 9 – Rabbi’ dove dimori? Nelle frecce tricolore il giorno della liberazione dell’anima nell’amore! – 10 – quanti santi amore mio? Chiedilo a napoli dove il sangue di s. Gennaro si versa nella coppa del miracolo la tomba risorta! ———————- (Roma 21 dicembre 2025). Nota dell’autore: la preghiera cristica ha una censura poetica cioè la valenza è valutata nella stessa medesima.
Giorgio Stella. Una poesia
(Don Mario) – l’alce nel cappotto il carnevale stretto – l’orsa maggiore del candelabro sul lavandino perché: ‘qui si amaaaaaaaaa!!!!!!’ – Maiakovsky parlando, parlando in giro di ballo! Lontano dai padri del sud l’orologio fa’ cucù – qualsiasi dolore è somma e sottrazione di una divisione netta nel lordo del macello-bello – “Padre dove sono i lacci delle scarpe?” – ‘puoi camminare anche senza lacci’ – la campana grida alla folla il tocco zen dell’ amata notte di nord’ & il cancro non ha più valore nel canto sopravvissuto all’incanto. (Oggi, notte, Giorgio Stella).
Isabella Bignozzi su Stefania Bortoli
Recensione di Isabella Bignozzi in L’ASTERO ROSSO
“Corpo _ Spazio _ Parola” di Stefania Bortoli
Arcipelago itaca Edizioni 2025
collana Mari Interni diretta da Danilo Mandolini
con un contributo di Francesca Foscarini e sei disegni di Francesca Raineri
Stefania Bortoli con Corpo _ Spazio _ Parola (Arcipelago itaca Edizioni 2025, collana Mari Interni, con un contributo di Francesca Foscarini e sei disegni di Francesca Raineri) dà alla luce un’opera d’impostazione interdisciplinare: nata da una pratica performativa – un laboratorio di danza contemporanea condotto da Chiara Bortoli, sorella dell’autrice, presso lo spazio artistico Voll di Vicenza – ma anche visiva, ritmica ed emozionale, interiorizzata e ripercorsa attraverso la parola. Tale iter creativo, che avviene precipuamente in notturna “nella camera della Torre”, quando l’anima che raccoglie la sua voce è avvolta nel silenzio e nella solitudine, è tuttavia il frutto dello “spazio di grazia” – come dichiara l’autrice – “che ha accolto tutto l’amore, l’intimità della fiducia e dell’amicizia”. Sorella biologica e sorelle d’elezione sono le compagne di un’immersione nell’ascolto limpido, che riporta a un’identità affettiva e relazionale preminente su ogni altra: “Siamo quello che amiamo, desideriamo e condividiamo”. Continua a leggere
Roberto Carifi
Ritorno
Scendono verso casa
piaghe che grondano campane
e lini insanguinati,
dopo l’esilio incontro alla pianura
un tempo abitata con i figli,
ora deserta nella neve,
scendono fino ai lazzeretti,
pregano in un sudario
per la pelle malata del fratello
dietro grandi finestre
nel vento che sbatte notte e giorno,
a questo inferno che l’anima capisce
nutriti da un lungo sentiero
nell’ombra inorridita e fredda,
loro lo sanno che stupore afferra
cuori rapiti a un Golgota improvviso.
*
I figli
Perché non durano le madri
e i figli sono un transito muto
ponti, contrade che hanno solo vento,
i figli durano fino alle madri
e poi trascorrono, si scolorisce
in loro questa parola semplice,
la vita, nella penombra
dove saranno allontanati.
Perché si perde il viso delle madri,
il viso dura fino al cuore dei figli
dopo non batte, non respirano
hanno quell’invisibile nel cuore,
i figli.
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Dario Bellezza
Non si vedrà per tutto l’inverno
il mio ragazzo venire dal lattaio
con la busta del latte da mezzo litro:
tutti penseranno che il radicato
nel mio cuore aspetta malato
che io arrivi con la busta in mano.
Non si vedrà per tutta la primavera
il suo ritorno; le lacrime invano
scivoleranno dalle mie guance:
tutti penseranno che mi ha lasciato
solo nella mia grande casa.
Non si vedrà per tutta l’estate
la sua abbronzatura cittadina,
ma al mare uguale ai più tranquilli
e solitari ragazzi lo immagineranno
silenziosamente disteso sulla sabbia.
Non si vedrà in autunno alcuno
bussare alla mia porta marroncina:
tutti mi guarderanno con tristezza
perché questa è la stagione dei morti.
*
Ma non saprai giammai perché sorrido.
Perché fui il pedante Amleto
della più consolatrice borghesia.
Perché non ho combattuto il Leviatano
Stato che vuole tutto inghiottire
nella macchinosa congerie
della sua burocrazia inesorabile.
Ora mi nascono le unghie come ai morti.
Luigi Maria Corsanico legge Pablo Neruda. 28
Poesia religiosa di tutti i tempi, a cura di Rita Pacilio. Letizia Dimartino

Pregare in solitudine: dolore e poesia
Se il poeta di oggi sceglie di uscire dalla solitudine, a me accade di immergermi in ció che la tempesta emotiva vuole fortemente, così che la tensione non mi fa sentire il senso di esclusione.?”L’apparire” non esiste nella mia vita, le rime nascono in un processo convulso, come unica e vera esigenza per esprimere sensazioni forti. Il defilarmi fa maturare lo scrivere, il gesto quotidiano, atto di autoaffermazione e rielaborazione, si fa spesso rituale del sentimento: è così che al corpo mi rivolgo, un corpo che comanda, nella sua geografia purtroppo realmente sofferta. Sento che il mio è un rapporto intenso tra poesia del corpo e poesia dell’anima, rapporto che si intreccia, di continuo, al vivere la casa e le cose che la abitano – creature della mia vita chiusa – in gesti abitudinari.?E se fuori la città vive e cambia, io, nella mia bolla intatta, scrivo ció che “vedo”, senza rapporti relazionali, in una assenza che mi procura desiderio della realtà da tradurre in versi. Un giorno dell’81 dissi che il mio vero desiderio era avere talento letterario. Ero in auto e il mio futuro marito mi ascoltava. Eravamo sotto i balconi barocchi della nostra città, decorati con maschere e facce a volte irriverenti. Era un pomeriggio sereno. E io ero battagliera. Ma sapevo anche che non avrei raggiunto niente. Che si trattava di un pensiero inutile. Poi tramontò sui palazzi grigi, in fondo alla via in salita. E mi scordai. O forse no Ed è in una notte di insonnia che scrivo. La prima poesia della mia vita. Con lo strazio necessario. Il mattino dopo continuo. Continua a leggere
Giorgio Stella. Una poesia
“Groundwork”, di Randi Ward
Testo introduttivo e traduzione delle poesie di Giovanni Agnoloni
Randi Ward è una poetessa, traduttrice letteraria, paroliera e fotografa del West Virginia, negli Stati Uniti. Ha conseguito un Master in Studi Culturali presso l’Università delle Isole Fær Øer e ha vinto per due volte il “Nadia Christensen Prize” dell’American-Scandinavian Foundation. Le sue opere sono apparse su Asymptote, Words Without Borders, World Literature Today e su molte altre pubblicazioni, e sono state trasmesse anche su Folk Radio UK, NPR e PBS Newshour. Ha ottenuto l’“Appalachian Photography Award” della Shepherd University, e la Biblioteca della Cornell University nel 2015 ha inserito una raccolta di suoi lavori nel proprio Dipartimento di Libri rari e Manoscritti.
Di lei ricordo in particolare la silloge poetica Whipstitches, oltre alla traduzione americana della raccolta di versi del poeta faroese Kim Simonsen La composizione biologica di una goccia di acqua di mare porta con sé l’eco del sangue nelle mie vene, da cui ho tradotto la stessa silloge in italiano per I Libri di Mompracem.
Oggi vi propongo una selezione di versi di Randi Ward tratti dalla sua opera poetica e fotografica Groundwork, che è stata oggetto di una mostra in West Virginia, dove lei vive. Il concetto di fondo è dare voce agli esseri viventi e agli elementi del paesaggio naturale della sua regione, nella quale dopo la seconda guerra mondiale le attività industriali ed estrattive hanno determinato un selvaggio inquinamento dalle conseguenze persistenti, oltre a vari episodi di inondazione e incendio (si veda il film Cattive acque di Todd Haynes).
Il risultato è una poesia in cui la voce degli animali, delle piante e perfino delle montagne e degli oggetti diventa un tutt’uno con quella degli esseri umani che li pensano, a evidenziare il filo circolare che ci lega alla Natura, e che solo la nostra presuntuosa ignoranza può pretendere di vedere separate in nome del profitto.
Ritratti in/versi, di Silvana Leonardi
Ritratti in/versi di Silvana Leonardi è una raccolta di calligrammi dedicati a 29 figure femminili della storia letteraria e artistica internazionale e a un uomo, nel suo eteronimo femminile.
I calligrammi sono componimenti poetici che si sviluppano su un testo che prende, nella sua struttura dei versi, anche la forma di un disegno, di un’immagine stilizzata, non necessariamente in relazione, per ciò che rappresenta visivamente, con il tema del testo poetico.
Ebbero inizio nella cultura ellenistica, nel IV e III secolo avanti Cristo, e nella lingua greca presero il nome di “technopegnie”. Si diffusero poi anche nella poesia latina prendendo il nome di “Carmina figurata”.
Questo particolare tipo di poesia, pur essendo sempre stato praticato nelle diverse storie letterarie, anche le più antiche, è stato poi ripreso in tempi più recenti dall’avanguardia, nella cosiddetta poesia visuale e concreta. Continua a leggere
Simone Weil
Aprite la porta, dunque, e vedremo i verzieri,
Berremo la loro acqua fredda che la luna ha traversato.
Il lungo cammino arde ostile agli stranieri.
Erriamo senza sapere e non troviamo luogo.
Vogliamo vedere i fiori. Qui la sete ci sovrasta.
Sofferenti, in attesa, eccoci davanti alla porta.
Se occorre l’abbatteremo coi nostri colpi.
Incalziamo e spingiamo, ma la barriera è troppo forte.
Bisogna attendere, sfiniti, guardare invano.
Guardiamo la porta; è chiusa, intransitabile.
Vi fissiamo lo sguardo; nel tormento piangiamo;
Noi la vediamo sempre, gravati dal peso del tempo.
La porta è davanti a noi; a che serve desiderare?
Meglio sarebbe andare senza più speranza.
Non entreremo mai. Siamo stanchi di vederla.
La porta aprendosi liberò tanto silenzio
Che nessun fiore apparve, né i verzieri;
Solo lo spazio immenso nel vuoto e nella luce
Apparve d’improvviso da parte a parte, colmò il cuore,
Lavo gli occhi quasi ciechi sotto la polvere.
Semplici abbandoni, di Alberto Bertoni
Alberto Bertoni, professore di Letteratura italiana contemporanea all’Università di Bologna, nella cattedra del suo illustre maestro Ezio Raimondi, si sa è critico militante, nel senso più ampio del termine, generoso con la comunità poetica, impegnato nella saggistica letteraria con una applicazione totale, dati i numerosissimi studi effettuati; è però poeta. Nella seconda parte del Novecento, la distinzione tra i due ambiti, quello del critico e del poeta, è stata giustamente messa da parte, tanto che poi alcuni poeti sono risultati ottimi critici (tre nomi per tutti: Bigongiari, Fortini e Zanzotto), così come alcuni critici si sono espressi ottimamente in poesia, e uno di questi è appunto il nostro poeta. Bertoni ha pubblicato vari libri, tra i quali spicca la raccolta Ricordi di Alzheimer (poi Il libro dell’ansia), in cui scrive della terribile malattia contratta dal padre, poesia che ha avuto molti riconoscimenti. Ora, facciamo un passo indietro rispetto al libro di cui vogliamo parlare, cioè Semplici abbandoni, appena uscito presso Einaudi (pag. 140, euro 12), e torniamo al volume precedente del poeta, sempre pubblicato da Einaudi, nel 2021, dal titolo insidioso L’isola dei topi. Ebbene in quelle pagine, il malefico roditore, diveniva minaccia e figura del declino di una società, la nostra, che, tra guerre, covid, perdita dei valori ideali e spirituali e eventi climatici, si pone sulla soglia della fine, o comunque in uno stato di evidente putrefazione. Il roditore ci accompagnava così in un baratro, in un tragico vortice melmoso. Vettore e protagonista della storia. Continua a leggere
Andrea Zanzotto
Elegia pasquale
Pasqua ventosa che sali ai crocifissi
con tutto il tuo pallore disperato,
dov’è il crudo preludio del sole?
e la rosa la vaga profezia?
Dagli orti di marmo
ecco l’agnello flagellato
a brucare scarsa primavera
e illumina i mali dei morti
pasqua ventosa che i mali fa più acuti
E se è vero che oppresso mi composero
a questo tempo vuoto
per l’esaltazione del domani,
ho tanto desiderato
questa ghirlanda di vento e di sale
queste pendici che lenirono
il mio corpo ferita di cristallo;
ho consumato purissimo pane
Discrete febbri screpolano la luce
di tutte le pendici della pasqua,
svenano il vino gelido dell’odio:
é mia questa inquieta
gerusalemme di residue nevi.
il belletto s’accumula nelle
stanze nelle gabbie spalancate.
dove grandi uccelli covarono
colori d’uova e di rosei regali,
e il cielo e il mondo è l’indegno sacrario
dei propri lievi silenzi.
Crocifissa ai raggi ultimi e l’ombra
le bocche non sono che sangue
i cuori non sono che neve
le mani sono immagini
inferme della sera
che miti vittime cela nel seno.
Primo Levi
Polvere
Quanta è la polvere che si posa
Sul tessuto nervoso di una vita?
La polvere non ha peso né suono
Né colore né scopo: vela e nega,
Oblitera, nasconde e paralizza;
Non uccide ma spegne,
Non è morta ma dorme.
Alberga spore vecchie di millenni
Pregne di danno a venire,
Crisalidi minuscole in attesa
Di scindere, scomporre, degradare:
Puro agguato confuso e indefinito
Pronto per l’assalto futuro,
Impotenze che diverranno potenze
Allo scoccare di un segnale muto.
Ma alberga pure germi diversi,
Semi assopiti che cresceranno in idee,
Ognuno denso di un universo
Impreveduto, nuovo, bello e strano.
Perciò rispetta e temi
Questo mantello grigio e senza forma:
Contiene il male e il bene,
Il pericolo, e molte cose scritte.
29 settembre 1984
Ermanno Krumm
Reginella
Finché sollevando gli occhi
ho chiuso con l’idea
che qualcosa possa essere rimasto
in ch? ci ha visto:
la signora della vecchia
friggitoria, il ciclista più caro d’Italia.
Neanche le fotografie servono.
Lo so, non resta proprio nulla
di ciò ch’eravamo uno per l’altra,
solo talvolta qualcosa torna,
ma anonimo, con la didascalia scambiata e lo strano effetto del vento
sul pioppo che faceva autunno
proprio dentro l’estate.












