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Archivi categoria: Poesia
Lo stato dell’arte. Gabriella Grasso

Alcuni giorni fa leggevo una poesia tagliente come una lama di luce, scritta da un’amica poeta che stimo molto, e riflettevo proprio sulle domande che mi pone Fabrizio in questa conversazione tra autori, intrapresa già da qualche mese. Quel testo denunciava un senso di impotenza, quasi di inutilità della poesia e dell’arte in genere, in un mondo che sembra aver perso capacità di ascolto e di sguardo critico, che non abbandona la barbarie della violenza, che esalta il paradigma della mercificazione, con tutti i suoi corollari: la fretta, la pragmaticità, l’isterilirsi della capacità immaginifica, l’opportunismo, l’apologia dello sfruttamento. Cosa ha ancora da dire e da offrire la poesia in contesti che sembrano già averne decretato la marginalità? Sono domande cruciali e ci sarebbe tanto su cui confrontarsi, ma cercherò di toccare alcuni punti che mi sembrano particolarmente importanti. Alla mia amica poeta che si poneva questi interrogativi ho risposto, quasi di getto: “la poesia non sana, non consola, non decide. E tuttavia mi sembra necessaria”. Ecco, io la vedo così: sgombriamo il campo da credenze magiche, fantasie da vate o superomistiche. Continua a leggere
Quattro quadri per “Macchine del diluvio” di Stefano Massari
I.
Primi dodici morti: ognuno incarna un transito verso l’impossibile della salvezza. In questa prima sezione del libro dominano la materia, la sovranità del caso e le proiezioni dell’angoscia. Dominano– eppure chiedono alle creature di obbedire al dolore che infliggono loro; vorrebbero che si riconoscesse il magistero della sofferenza. Come se il dolore accettato smettesse di essere tale. Ed è questo che Stefano Massari rifiuta. Tutto l’ethos del poeta si risolve in una legge: il dolore non ha nulla da insegnare a chi lo patisce. Che possa insegnare a chi lo osserva è ignobile. Continua a leggere
Settembre, di Enrico Fraccacreta
Eravamo in tanti a sognare l’estate
stagione dell’amore morto giovane
cimitero dei cuori sconosciuti alle primule,
ora i nostri giorni non saranno uguali
qualche brivido e gli alberi cominceranno a ingiallire
andranno in terra tutte le nostre illusioni
quelle grandi come foglie d’acero
i voli infinitesimali degli aghi dei pini
e il dolore sarà lo stesso
sempre sulle aspettative mancate.
Veramente credi che dietro i cespugli ci sono scoiattoli?
loro sono sui tronchi, bisogna arrampicarsi
entrare nelle loro case, scrutare dentro i loro occhietti inquieti
mangiare insieme le ghiande messe da parte per il freddo,
dietro le macchie troverai un po’ di insetti
o un serpentello che non puoi guardare negli occhi,
certo tutto quello che non volevi
compreso la follia o la rassegnazione.
Il nostro destino sarà l’autunno,
gli animali selvatici inizieranno le costruzioni
e noi accenderemo più presto le luci
senza accorgerci che sono accese da sempre
da quando ci cullavano i riflessi delle origini
e settembre nasceva in un fascio di sarmenti e infiorescenze
intorno alla quercia del primo inizio:
il suo nome è settembre, sentenziò lo spirito di verità
sotto la pioggia con cui la natura è solita battezzare,
il futuro sembrerà più spoglio
ma le gemme dormienti già s’attestavano sul punto di crescita
l’ipomea cominciò a svettare cinque centimetri al giorno
e la bella stagione ci restò vicina.
Portiere di notte dell’estate
che lasci la porta un po’ socchiusa
nelle aule scolastiche dove resta il caldo d’agosto,
agente segreto dell’inverno che rechi l’indirizzo
di un amore smarrito
ci ricorderai quei lampi, le occhiate veloci nella notte del solstizio
come le vite sfiorate che non abbiamo conosciuto
persone viste solo passare, un pretesto perduto.
Sepolcro di amorose simpatie
la bella stagione non è ancora finita.
Luigi Maria Coranico legge Pier Paolo Pasolini. 18
Lo stato dell’arte. Marina Agostinacchio

Gentile Fabrizio, la poesia abbonda come i sedicenti poeti. È diventata una specie di giungla per cui è difficile orientarsi. Scrivere può aiutare quando non è atto di vanità. Penso che se la poesia nasce come un atto onesto, ricerca di parola per sondare se stessi, scandagliare, intento comunicativo leale, possa contribuire a rendere migliori. Inoltre, se si apre lo sguardo all’altro, se si sposta l’attenzione da sé al mondo, la poesia, come l’ arte in genere, può essere una delle possibili vie di miglioramento per la nostra vita. La poesia è pensiero, progettazione, sogno, atto concreto di opposizione, di protesta al malvagio dell’ uomo. E lo fa nei modi e secondo un come personale che non può prescindere dall’ uso di schemi formali, di ritmo, di suoni. Ecco, mi sento di risponderle così e mi scuso di non averlo fatto in word
Francesca Cannata
VIII
Niente.
Ombre di fantasmi.
Fremiti e freddo
niente
ero giunta da molto lontano,
amavo il pericolo senza rischio.
Mi ammantavo di ogni parvenza.
Niente
sono venuta da lontano,
Niente
La strada è cosparsa di polvere
sento odore di carne Cristiana.
Sono venuta da molto lontano
ho raccontato ai cigni la mia storia.
Sono venuta da molto lontano
ho trovato puzze e barocci.
Ho raccontato ai cigni la mia storia.
Sono venuta da molto lontano.
Mi sono sorpresa a cercare i brividi freschi
delle notti infocate.
Niente…
La parola ai poeti. Salvatore Sblando

Era lo scorso febbraio quando sono stato invitato a scrivere il mio pensiero sulla poesia da Fabrizio Centofanti.
Da allora sono passati diversi mesi e mentre scrivo (siamo a fine agosto 2024), fatico ancora a trovare una formula unica che mi faccia dire: “Ecco, poesia è per me questo” ma proviamoci.
In questo arco di tempo non ho trascurato la richiesta, quando c’è chi vuole coinvolgere e far esprimere il proprio pensiero, a maggior ragione in periodi come questi dove chi condivide arte e cultura è visto come un perditempo, occorre rivolgergli il massimo della considerazione.
E dunque eccomi qua tra una pausa e l’altra del mio impegno divulgativo e di diffusione culturale sul territorio a tentare di mostrare il personale sguardo sulla poesia. Continua a leggere
Postille alla poesia, di Maurizio Soldini 2. Mauro Germani

In questa seconda uscita della Rubrica Postille alla poesia ho il piacere di intrattenervi sul libro di Mauro Germani, Prima del sempre. Antologia poetica 1995-2022, pubblicata da puntoacapo Editrice nel corrente anno 2024.
Cercherò pertanto di condensare qui i miei pensieri di lettore senza alcuna intenzione di eccessiva delucidazione. E in anteprima dico di aver colto in questo libro l’afflato lirico, la dimensione esistenzialista, lo scavo della/nella parola per cercare di uscire dall’impasse della morte, il ruolo dell’infanzia, la città di Livorno e la madre del poeta – madre nostra prima e indimenticabile “casa”, come scrive il poeta stesso – e infine il senso del sacro riposto nella ricerca poetica, ma anche, da ultimo, e più che mai, nella speranza e nell’affido al mistero della fede. Continua a leggere
Luigi Maria Corsanico legge Pier Paolo Pasolini. 17
Emanuel Carnevali
Notturno
I vetri a ghigliottina
sono entrambi abbassati
e una tenda inchiodata sul telaio
li copre entrambi ed esclude
(sono steso sul letto)
tutto tranne questo:
un riquadro di freddo,
ultraterreno pulito
blu;
in uno degli angoli
un piccolo ottavo di luna
d’oro e d’argento…
e nient’altro…
Mi basta.
(Febbraio 1919)
Gianfranco Palmery
Pierluigi Cappello
Il tempo si è diviso grano a grano
a passi lunghi nel buio si è inoltrato nello sguardo
le cose rimangono cose nel giorno senza nome
il bicchiere sul tavolo, la bottiglia
la luce giallina delle sei che ne illumina la cima
stanno lì, tra la mia voce e me
come un pensiero non detto.
La vista non è più quella e sono solo.
Gian Giacomo Menon
o so la figura
ed è ape e gheriglio
mio immobile tempo
non casuale di occhi
saltuario di labbra
dove termina il gioco
l’alienarsi delle mattine
fruizione di stanche maschere
e noi a pesare l’essenza
le bilance alchemiche
mercurio e fuoco
zolfo e sale
misurati sulla tua pelle
Lo stato dell’arte. Giuseppe Carlo Airaghi

Nel novembre del 2021 ho partecipato come relatore a un incontro dal titolo “Arte e psiche”. Sulla locandina che presentava l’incontro il mio co-relatore era indicato come sociologo. Per essere definito tale questa persona aveva intrapreso un lungo percorso di studi e di esami che lo aveva portato a conseguire una laurea, un titolo rilasciato da un’istituzione, l’università, riconosciuta ufficialmente a livello internazionale.
Nella stessa locandina io venivo presentato come poeta ma, a differenza del sociologo, nessun percorso accademico, nessuna istituzione mi aveva mai riconosciuto come tale.
Avevo usato proprio questo argomento per aprire la mia relazione e avevo proseguito affermando che scrivere poesie non faceva di me automaticamente un poeta. Non è sufficiente scrivere poesie per definirsi poeta, come non è sufficiente cantare sotto la doccia per definirsi cantante. Continua a leggere
Luigi Maria Corsanico legge Hermann Hesse
Franco Tralli
Luigi Maria Coranico legge Pier Paolo Pasolini. 16
L’editoriale di Atelier, di Giuliano Ladolfi. 1
La natura delle riviste militanti
La storia di una rivista militante si fa non solo sui contenuti, ma soprattutto rileggendo gli editoriali, il “luogo” cioè dove si annida il pensiero estetico e pratico del gruppo che fa capo ai direttori, i quali aprono orizzonti di lavoro per coloro che intendono partecipare al progetto culturale.
Il Novecento letterario potrebbe essere definito, a buon diritto, il “secolo delle riviste”. Nel periodo seguente, il quarto Novecento, che possiamo far decorrere dal 1967, le riviste scontano un’enorme difficoltà a farsi largo, con una funzione e uno spazio riconosciuti, nel mare magnum delle comunicazioni di massa, affollato come non mai e monopolizzato dai nuovi media. Perché questa, alla fine, è la situazione in cui si è venuta a trovare la cultura militante negli ultimi decenni, indipendentemente dal numero delle pubblicazioni periodiche che hanno continuato la sfida.
Le riviste del quarto Novecento partecipano di quella che Ferroni ha definito la “condizione postuma” della letteratura. «Quindici» (1967-1969), una delle due riviste che, tenute a battesimo giusto nel 1967, segnano il terminus a quo della nuova congiuntura, punta subito il dito, a chiare note, contro la congiura del silenzio che ha colpito la cultura come una damnatio memoriae: «Lo sciopero è compatto e unanime; anzi, è una serrata, il primo indizio del regime che è nell’aria». Vittime di questa serrata, le riviste sopravvivono, bensì, ma ridotte al lumicino, senza più voce in capitolo, relegate nella riserva indiana delle specie in via di estinzione. Rispetto ai best seller, ai rotocalchi, ai record d’incassi dei film di successo, alle cifre iperboliche dell’audience televisiva, le riviste, anche le più fortunate, restano prodotti di nicchia, non escono dal circuito più o meno ristretto della tribù o del clan, degli addetti ai lavori o dei pochi simpatizzanti. Obtorto collo o di buon grado, esse devono ammettere che il quadro venutosi a creare è per loro assai sfavorevole. Il secolo delle riviste, partito di slancio coi migliori auspici, conosce così questo malinconico tramonto. Una testata come «Carte Segrete» (1967-1980; 1986-1987) suggerisce in partenza l’idea di un lavoro defilato, tanto amorevole quanto lontano dai riflettori: «ci interessano la letteratura e l’arte “dietro le quinte”, in tempi di divismo e di invasione di pocket-books». E su questa “linea d’ombra” dei risvolti, dei perdenti, degli ignoti, o degli esclusi, si muoveranno, quale più quale meno, anche gli altri periodici, a cominciare dal «Lettore di Provincia» (in vita dal 1970), il cui editoriale, d’altronde, sottolinea in positivo anche i vantaggi e l’utilità di questa dislocazione periferica: «Oggi, con la cultura e la letteratura assediate dall’industria, leggere in provincia può significare atto di difesa e di indipendenza. […] Può persino esistere e sussistere un impegno alla conoscenza e al giudizio soltanto assolvibile in una dimensione provinciale del leggere, o dell’analizzare».
Analogamente, un’attenzione non rousseauianamente nostalgica, ma vigile a dialettica, alle «identità culturali» minacciate dalle «logiche perverse della colonizzazione / omologazione / folclorizzazione / colpevolizzazione», e alle realtà periferiche in quanto «luoghi, fra i più parlanti, della trasformazione e della fragilità», dimostrerà «In Oltre» (1988-1998). Ma va detto, altresì, che un simile sforzo di elaborazione progettuale è diventato rara avis nelle ultime stagioni. «Linea d’Ombra» (1983-1999) si era affacciata con la precisa convinzione che invece quello presente non sia più «tempo di manifesti o di battaglie di corrente», e un certo disarmo programmatico si coglie tra le righe di presentazione di diverse altre testate. Le più, anzi, non si sono mai date la pena di formalizzare, almeno in maniera esplicita, un programma: si pensi soltanto a «Poesia» di Crocetti (fondata nel 1988). Ma sottraendosi a questo patto preliminare, è come se avessero rinunciato a priori ad assolvere a un compito militante: non, probabilmente, per mancanza d’idee, ma per sfiducia nelle residue potenzialità del veicolo. Lanciare proclami da una rivista, pronunciare solenni giuramenti, tranciare giudizi, esternare fulminanti strategie d’azione, è sentito ormai gesto velleitario, grottesco, fuori luogo: meglio evitare… La congiura del silenzio ha vinto. Ma, mettendo a tacere le riviste, ha ucciso anche, per asfissia, la cultura militante. Se la letteratura creativa annaspa e, in attesa del capolavoro che non viene, i tanti titoli che il mercato quotidianamente rovescia nelle librerie finiscono per confondersi in un tutto caotico e indistinto, è anche perché nell’ultimo trentennio le riviste sono state espropriate della loro storica funzione di stimolo e di filtro. Si lamenta poi, non a caso, la scomparsa degli intellettuali: non pensando, tuttavia, che essa è la conseguenza, prima di tutto, dello sfratto dato alle riviste. Ogni cultura inventa i suoi luoghi di produzione e il suo sistema circolatorio: la cultura militante ha inventato le riviste. Saprà mai risorgere in altre forme? Se dobbiamo credere al teorema di McLuhan, secondo cui medium is message, c’è poco da sperare. Continua a leggere
Riccardo Mannerini
Signore!!!
Signore!!! Signore io sono qui!
sono Hairisch, quello che non ha la testa.
Ti ricordi quanto bevevo
e quante cose cattive io facevo?
Ti pregai allora d’insegnarmi a non bere.
Quella sete d’alcool, mi spingeva
a perdermi in un piccolo bicchiere
e a sera ero cattivo, quasi rinnegando
il bene che tu mi avevi insegnato.
Era la mia testa a farmi sbagliare
e a darmi dolori e visioni confuse;
il mio corpo godeva di un calore amico
e tutto in me era forza e gioia,
ma la testa no,
pesava doleva e si riempiva di fumo denso
tanto che io ti supplicai di togliermela
e tu mi esaudisti
o grande signore, quanto fui piccolo!!!
Inutilmente le mani e il bicchiere
cercano una bocca che non c’è
e la bettola e la strada non le trovo,
perché i miei occhi sono spariti.
Anche la tua voce non mi giunge più
e solo il marmo dei tuoi altari
dice alle mie dita
che tu esisti ancora.
Signore,
rendimi la mia testa
e non berrò più
e fa’ che i miei fratelli di sventura ritrovino la loro,
anche se a differenza di me,
essi non hanno mai bevuto.








