Archivi categoria: Poesia

Lo stato dell’arte. Daniele Ricci

“La scrittura è un atto di necessità”. “Ciò che si scrive è”. “Sono fermamente convinto che la scrittura fissi la verità di alcuni momenti della nostra vita”. Non posso non partire da queste parole del poeta Francesco Scarabicchi (in Aa.Vv., Poesia e tempo, Ancona, Il Lavoro editoriale, 1988, p.105), in cui mi ritrovo interamente, per rispondere ai quesiti che mi sono stati posti.

La poesia è nata con l’umanità: la sua origine coincide con quella del linguaggio, che è di per sé poetico, creativo. La funzione primaria della parola, infatti, è dare significato alle immagini e alle percezioni della mente, proiettandole all’esterno e rendendole concrete attraverso la relazione sociale: il linguaggio, si dice, organizza il pensiero e il mondo. Continua a leggere→

La parola ai poeti. Antonella Monti

Cos’è per me la poesia

Poesia, tu sei

“Terra liquida di mare
nessuno può trattenerti
nessuno traccia il confine
solo l’eco delle onde ti parla.
Terra liquida di mare
misteriosa e segreta.”

Antonella Monti

Sono sempre stata irrequieta, conscia che qualcosa di potente stava agitando il mio animo, una forza misteriosa che, nel tempo, scavava un varco al suo interno. Come in un vulcano in eruzione, la parola poetica diveniva lava temeraria, piena, libera da paure.  Realizzai allora che la poesia richiedeva un animo variegato, follemente malinconico, un animo in cui mi sono ritrovata e che ho capito essere il mio “piccolo” talento.  Continua a leggere→

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Giuliano Mesa

a cura di Giorgio Stella

II. piromanzia. le bambole di Bangkok

fumo, nugoli, sciami di gusci neri.
bruciano le mandorle degli occhi, le falene,
le dita piccole e incallite, le mani stanche, stanche.
bruciano, scarnite, a levigare guance,
i gusci gonfi delle palpebre
che si richiuderanno.
fumo portato via, che trascolora,
che porta via le guance, paffute, delle bambole,
le anche dondolanti, a fare il movimento di ripetere,
in altalena, in bilico di piede, che lenisce,
gioco che non finisce, mai,
che non arriva, mai,
tempo di ricordare, dopo,
di ritornare dove si era stati.
a fare il gioco del silenzio,
nel preparare doni, meraviglie, a milioni,
passate per le mani una ad una,
per farli scintillare, gli occhi stanchi,
tenerli aperti, sempre,
e quando arriva il fuoco, che sfavilla,
ecco, giocare a correr via,
gridando, ad occhi chiusi.

tu, se sai dire, dillo, dillo a qualcuno.

Giovanni Giovi Gulino

Bella è la vita

In questo mondo
c’è chi canta chi scrive
e chi parla d’amore.
Bella è la vita
compagna di mille avventure
che con l’amore
aiuta a superare ostacoli che sembrano
insuperabili e tutte le paure.
Bella è la vita
per chi la ama,
per chi sa affrontare
i problemi e non li allontana.
Bella è la vita
per chi la rispetta
e sa aspettare con bontà
tutto quello che da essa desidera,
senza aver mai fretta.
Bella è la vita
quando si trova il tempo
di ridere e scherzare
e un amico su cui contare.
Bella è la vita quando
si trova il tempo
di essere amici.
Bella è la vita
quando si è amati e rispettati,
per non sentirsi abbandonati. Continua a leggere→

Lo stato dell’arte. Mirko Boncaldo

Divagazioni sulla poesia

Premetto di non dilungarmi molto, spiegare qualcosa che meglio si esprime nel suo esperirsi è un esercizio che sento ridondante, come una eco logora, e non credo nell’efficacia dei toni didascalici o nelle appropriazioni, bisognerebbe perdersi prima nei meandri del testo. Quindi un po’ per personale fatica nelle ripetizioni, nei giochi di ruolo e verso le autorità, un po’ perché vi è un senso di unità con la cui sostanza si è sincroni, come con un segreto d’estasi, un po’ per reticenza, non vorrei tediare qualcuno con quello che diverrebbe un parlarsi addosso e un perdersi di spezzettamenti. Lo diceva, in un altro modo, bene Bene. Non so, credo nella partecipazione attiva del lettore, domando un processo di democratizzazione della scrittura, non la sua resa aristocratica. Chiedo venia. Continua a leggere→

Lorenzo Calogero

a cura di Giorgio Stella

Abiti, svolazzanti cappelli

Abiti, svolazzanti cappelli
e guanti portano e l’alito
di una canzone che batte in fronte
e il mesto bagliore degli occhi
trattiene; e se i venti
sono senza confine, ecco,
sulle tegole rosse, appaiono leggere le muse; e cime
e città fantastica stanno con gioia,
ora che olio versa
da una vana lucerna una vana fanciulla
e paesi persi del tempo
in una luce che li smorza gemono
in una vana rincorsa.

20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Il silenzio che evoca Anna Rita Merico è loquace. E’ solido, denso, echeggia, talvolta riverbera. E’ come entrare in un tempio o in una grotta profondissima. Dentro questo spazio non resta che l’ascolto, quasi in preghiera, del fondo sacro che genera la parola come sorgente di ritmo vitale. Bisogna attraversarlo con calma. In Fenomenologia del silenzio (Musicacaos, 2022) vengono raccolte le poesie scritte dall’autrice dal 2004 al 2021. Al centro del livido umore/ il Minotauro ronzante/ modellava/ spargeva le mancanti vocali dell’incompiuto alfabeto. Le lettura di questi testi, centrati prevalentemente, talvolta dislocati dentro lo spazio della pagina, spesso in basso, come a misurare lo spazio, quasi che il bianco o il vuoto sia un prologo o il primo movimento della composizione, alternato a soste di poesia in prosa, è un’esperienza fisica, oltre che intellettuale. Può mancare il fiato, provare vertigine, percepire un’esaltazione dei sensi. Come di fronte ad un spettacolo maestoso della natura. A produrre questo effetto è la parola e la scrittura. Dall’urlo delle viscere una parola muta// come può tanta mancanza d’ordine/ trovare filo e ordino di trama?/ una doppia juta di sillabe si tesse/ mentre/ la parola mostra/ ancora/ solo/ la sua ombra.

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Lo stato dell’arte. Alessandro Assiri

Non ho mai creduto a una poesia salvifica, questo non toglie che la poesia abbia ancora da dire, ma prima di tutto credo sia necessario chiedersi se chi la fa ha ancora qualcosa da dire. Siamo davanti a una profusione di scrittura, un’esondazione di versi, questo determina anche un confuso stato dell’arte. Forse la poesia ha una strada, ma non è la strada, viviamo in una profonda catastrofe emotiva che diventa una disfatta dell’espressione e del linguaggio, si parla la lingua del dolore, perché si auspica una condivisione che è sempre più improbabile. Bisognerebbe ricordarsi che l’interlocutore alla fine, non è nel dialogo con la morte, ma nella ricerca dei vivi. Credo si debba pensare a contenitori di immaginario, prima che di linguaggio, solo questo può far sì che ci si possa fare interpreti di una speranza di futuro e non solo testimoni di una decadenza.

Lo stato dell’arte. Silvio Aman

Caro Fabrizio, secondo un estetologo (Uni Cattolica) l’arte non c’è più, contrariamente a quel che pensava Th. W. Adorno. Inoltre, il significante “bellezza” alcuni studiosi preferirebbero non nominarlo. Lo stato dell’arte contemporanea è ben indicato da Jean-Philippe Dumecq, il quale scrisse un saggio intitolato, se ricordo bene, <L’artista senza opera d’arte>. Se una cornice vuota passa dal corniciaio al Beauburg, diventa concettualmente opera d’arte, ad esempio nell’annunciarne  l’assenza. Poi c’è il profluvio di immagini, spesso poco distinguibili dalla “trovata” con cui non si dice nulla. Si salva l’architettura, laddove non si piega alle esigenze di mercato e a ogni sconfortante fungibilità. Il campo della poesia è ormai vastissimo: c’è qualcuno che non scriva poesie? La poesia, come altre scritture, può dar luogo a un lavoro importante di formazione e conoscenza, ma se si evitano i soliti e doloristici compitini (dolore compiaciuto e di moda: quasi tutti scendono sulla stessa slavina) dove, tra l’altro, si va a capo solo in termini convenzionali. Non credo che la poesia possa incidere sull’andamento attuale delle cose. Cacciari la ritiene giustamente importante per la salvezza del linguaggio (c’è stato un suo intervento in proposito). In quanto al mondo dei poeti, mi vengono in mente (cito a memoria, sperando non sia del tutto fallace) le parole di Th. Mann: Ho conosciuto solo letterati, coboldi e mostri degli abissi. Appunto! In questo campo dove quasi tutti corrono sperando in qualche foglietta di alloro, è bene lavorare in solitudine per dare una voce alla propria anima, e far sì che possa accogliere le cose amate. Così, in questo movimento anche lei si forma. Per il resto, non sarei certo che, come fu scritto, la poesia salvi la vita… magari in carrozzina. Per ora, caro Fabrizio, non saprei cosa aggiungere.

Tuo Silvio

Lo stato dell’arte. Nerina Garofalo

Qual è lo stato dell’arte?  

Credo che la realtà che viviamo oggi ci abbia costretti a ripensare la relazione della persona  con l’esperienza di creazione e fruizione artistica. Siamo in una dimensione di assoluto  sovraffollamento, le opportunità di incontro con i prodotti artistici, siano essi visivi, uditivi,  verbali e a volte anche cinestesici, sono continue, pur essendo di fatto illusorie e mediate  dalla rete, dai prodotti televisivi, dalla stampa.  
In estrema sintesi, crediamo di conoscere molte cose, di aver visto, letto, ascoltato, ma in  una dimensione che è sempre più separata dalla corporeità dell’incontro fra la persona e  l’opera, e dall’incontro integrale con l’opera.
Inoltre, la dimensione “prosumer”, definita da Alvin Toffler nel 1980 come coesistenza nella  stessa persona contemporaneamente del produttore e del fruitore di contenuti, unita all’idea che l’arte sia espressa da chi si autocertifica, rendono il mondo della produzione e  della creatività artistica una babele di esperienze che, se da un lato nutrono e abilitano la  capacità espressiva di ciascun*, allo stesso tempo portano le persone ad “accontentarsi”, a  generalizzare l’esperienza di incanto, trasfigurazione, intuizione nuova che ha consentito all’arte, non solo nei secoli recenti, di essere orizzonte trasformativo.   Continua a leggere→

La parola ai poeti. Gianfranco Isetta

Alcune riflessioni sulla poesia e non solo

Ci pensavo in questi giorni, sono passato dalla politica alla poetica e, giocando un po’ con le parole, potrei dire che in fondo ho sostituito un LI, (che con l’accento diventa un avverbio di luogo, indicante di solito un punto fermo, preciso, spesso d’arrivo) con la congiunzione E che lascia intendere invece il passaggio da un punto all’altro, verso qualcosa che deve ancora accadere, in sostanza un movimento. Ecco, io sento di vivere una nuova fase in movimento della mia esistenza, senza rinnegare nulla e anzi rivendicando l’esperienza passata. Continua a leggere→

Lo stato dell’arte. Stefania Di Lino

La poesia è varcare una soglia. 

È sospendere il mondo esterno per un tempo e uno spazio indefiniti, ambedue immisurabili; è abbandonare l’ordinario conosciuto per addentrarsi in una terra fatta di ascolto e di auto ascolto dello extra-ordinario con il quale parallelamente e quotidianamente conviviamo. Poesia è la consapevolezza di un incontro, principalmente con se stessi; è rivisitazione, è uno sguardo profondo a volti e parole, a presenze e aspetti normalmente ignorati,  a situazioni, e alle tante voci che ci hanno attraversato e che continuano ad attraversarci, voci di e con cui siamo foggiati e formati dalla notte dei tempi, quando la parola, svincolata dal senso, era solo suono. Noi siamo la somma delle tante voci che hanno attraversato il tempo, ne siamo, biologicamente e cromosomicamente, la condensa, la versione possibile e plausibile con la vita, il sunto organico che la selezione naturale ha scelto, senza errore. E in questo c’è qualcosa di terribile e meraviglioso, di magico, di evocativo e di riparativo al contempo.  Continua a leggere→

La poesia vista dalla luna. Trenta righe di Alberto Bertoni 1. Stefano Massari

Trentarighe n. 1*

Stefano Massari, Parlo ultimo, Postfazione di G.M. Villalta, Industria & Letteratura, Massa 2024

Stefano Massari (classe 1969), un romano trapiantato a Bologna da circa un quarto di secolo, vive sulla sua pelle un paradosso non da poco. Per indole naturale è uno sperimentatore inesausto di forme e di modi anche inusuali di trasmissione dei suoi selezionatissimi testi poetici: infatti, oltre che scrittore, è anche videomaker, autore di podcast, progettatore di siti letterari e riviste, inventore con la moglie Carlotta Cicci (pure lei poetessa di vaglia) del progetto di videopoesia consegnato al web zona|disforme, ma anche ideatore di un’originalissima metrica verbale e lineare che porta il suo verso ad agire tanto nella verticalità (com’è consueto), quanto in un’orizzontalità che sfida continuamente la prosa, senza mai abbracciarla per davvero. Dati presupposti simili, sarebbe facile includerlo nella linea di sperimentazione formale della nostra poesia, una linea di rottura della linearità sintattica e tematica. Invece, Massari è anche il poeta vivente meglio predisposto ad essere davvero “per tutti”, in quanto estraneo a qualsivoglia modo di narcisismo autobiografico oltre che ad ogni principio astrattivo legato a una fede già incarnata: e già tali caratteristiche basterebbero a proiettarlo ben oltre il Novecento. Ma ciò significa anche che meccanismi e temi profondi delle sue partiture poetiche non aderiscono affatto al polo anarcoide di rottura programmatica del senso che è tuttora vivo nella poesia occidentale né tantomeno si propongono di limitare sguardo e impegno al perimetro piuttosto estraneo alla realtà comunicativa di oggi e in fondo limitato agli altri, pletorici componenti della Società dei Poeti Viventi. No, i quattro libri pubblicati fin qua da Massari, nel ventennio compreso fra il 2003 del Diario del pane e il 2022 del più recente Macchine del diluvio, preferiscono venir riconosciuti come testimonianze di un’appartenenza assieme appassionata e critica al genere umano: un’appartenenza portata a superare ristrettezze psicologiche e solipsismi, mode e svolte solo in apparenza epocali, vezzi transeunti e prese di posizione pseudoinnovative. Questi quattro libri parlano invece di Eros e di Thanatos, di figli e di padri, di destini individuali e di autobiologie della specie, di buio e di luce, di contemporaneità e di primordi, di inesausto afflato religioso e di passione della Parola quale principio genetico, oltre che di archetipi quali il pane, il sangue, la terra e di un inesausto “cercare da mangiare”. Parlo ultimo (il cui titolo è da intendere in tutte le accezioni consentite al sintagma dalla lingua italiana) è l’antologia giustamente molto inclusiva dei primi tre capitoli della tetralogia che compone fino ad oggi l’opera poetica di Massari: ovviamente, quando se ne sarà conclusa la lettura, è da integrare con le Macchine del diluvio composte dopo. Anche così com’è, però, è semplicemente uno dei libri di poesia più compatti e necessari di questo primo quarto di XXI secolo. 

  • Negli anni Novanta del secolo passato, ho avuto la fortuna di frequentare da vicino il grande poeta Giovanni Giudici. Molto di quel che so di poesia contemporanea l’ho imparato da lui. In quel periodo, Giudici concentrava le sue osservazioni sui libri di poesia che riteneva più interessanti in una rubrica che intitolò “Trentarighe” e che affidò prima all’”Unità”, poi al quotidiano toscano “Il Tirreno”. Ora che mi avvicino ai settant’anni (l’età che aveva allora Giudici) e che il ruolo dei quotidiani l’hanno assunto i blog colgo al volo l’occasione offertami dall’amico don Fabrizio Centofanti di riprendere quella consuetudine praticata dal mio mentore e amico. I suoi “Trentarighe” venivano vergati sulla vecchia Olivetti sulla quale Giudici componeva anche molte delle sue poesie: il rigore della misura imposta dalla forma-giornale coincideva con circa 1500 battute, alle quali intendo adeguarmi anch’io. Comincio tuttavia con l’eccezione di una misura esattamente doppia, solo perché considero il libro di Stefano Massari cui ho dedicato la mia attenzione in questa circostanza inaugurale per l’appunto un’eccezione qualitativa, entro l’attuale panorama poetico. Aggiungo in chiusura che il mio “Trentarighe” non avrà una scadenza prefissata, ma verrà composto solo quando m’imbatterò in un libro degno di vero interesse critico.

 

                                                                                       A.B. 



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Lo stato dell’arte. Oronzo Liuzzi

L’attrattiva della socializzazione virtuale segue gli schemi del marketing. Il gioco carnevalesco della finzione è inevitabile. L’altro destinato alla manipolazione perde il riconoscimento della sua identità per diventare desiderio di consumo. Truffe, maschere, superficialità divertimento inganni etc. sono considerati offensivi alla libertà dell’individuo. È una guerra continua e silenziosa il mercato che giorno dopo giorno cerca di neutralizzare il cogito ergo sum cartesiano in quanto potenzialmente pericoloso e ribelle; deve essere, quindi, sempre più emarginato. Un inferno di paradiso. Continua a leggere→

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Lo stato dell’arte. Mauro Macario

L’arte nella nostra epoca necrofora ha avuto un arresto onirico e il suo cervello è fortemente compromesso. Nessuno le augura di morire ma neanche di sopravvivere come un vegetale che 
non riconosce nessuno e nessuno la riconosce. C’è stato un tempo segnato dall’arte solitaria, individualistica, solipsistica, ma anche civile ed epica, volta al sociale.
Ora quel raggio planetario si è spento.
Un foglio per scrivere, una tela per dipingere, un marmo per scolpire, una tastiera per comporre sembrano ora quelle sculture funerarie che adornano le tombe. L’artista che è solo non può nulla, è destinato ad essere un perdente, affonda in un abisso. La civiltà tecnologica, figlia del capitalismo selvaggio, affetta da una bulimia insaziabile e omicida  nei riguardi della cultura umanistica, banchetta a ciclo continuo, disinvolta e incontrastata, cibandosi degli ultimi residui resistenziali di questa visione globale che aveva cuore e sangue, aneliti e speranze, sogni e utopie. Continua a leggere→

20 righe (per niente) facili

Per Marco Plebani il più alto livello di consapevolezza che la poesia può raggiungere è simboleggiato dal Decimo dan. Da qui il titolo della sua raccolta per le Edizioni La Gru (2022). Nelle arti marziali esprime il massimo livello di abilità. Ecco, mi sono domandato il perché di questa scelta. Se seguo istintivamente la stessa associazione proposta dall’autore, penso che questo livello raggiunto sia di rottura. La poesia di Plebani sloga definitivamente e pienamente il suo rapporto con la comunicazione. Il lettore può anche non esistere. E se, per fortuna, c’è, deve accettare la sfida di questa esperienza distonica. Se fosse musica, e Plebani è un musicista, il ritmo sarebbe punk, la melodia sarebbe dodecafonica.  Voglio un verso senza pause e scuse. Punto e basta. Ogni altro discorso, su metrica e poetica, è diventato del tutto inutile. Qui la poesia è puro e semplice esercizio biologico ed esperienza esistenziale. Sfinito come statua cicladica./ Defluito scarico industriale./ Automobile nera nel buio,/ buio rattrappito/ delle colline in seno./ Alla fine della neogalleria/ di Macerata qualcuno mi trovi/ come qualcosa che qualcuno ha perso/ ed ha affisso in avviso… Nell’entropia sociale del nuovo millennio Plebani costruisce con le parole la propria zattera di salvataggio.

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