Archivi categoria: Poesia

Lo stato dell’arte. Lorenzo Mari

Sono domande difficili, molto difficili. Per questo motivo, funzionano molto meglio, per me, se restano in forma di domanda e non come spunto per un mio, inevitabilmente banale, tentativo di risposta. 

Provo comunque a svolgere un ragionamento che mi riporti, in chiusura, alle domande iniziali.

Parlare di stato dell’arte implica poter descrivere un intero campo letterario con le dovute accortezze critiche (ma anche: culturali, politiche, esistenziali, etc.), cosa che resta assai lontana dalle mie competenze. Qui e altrove, in ogni caso, leggo in vari termini di una certa stasi, di una frammentazione o polverizzazione e di un accomodamento conformistico che si fanno generalizzati.  Continua a leggere→

Lo stato dell’arte. Anna Rita Merico

Lo stato dell’arte riguardante la poesia: non credo di poter dire cosa sia ma solo, rispetto ad esso, cosa ne sento e come mi si palesa nel mio percorso di vita. Parto, dunque, dalla mia parzialità.

Rifletto sullo spazio di indagine continua sull’essere. Spazio di apprendimento della possibilità di allontanamento dal giudizio. Spazio di autenticità all’interno del quale muovo lo sguardo  di una disciplina conquistata nel corso del tempo, la disciplina del possibile vedere–sentire il mondo e sé in relazione. Disciplina di forte tensione alla comunicazione, alla connessione con l’altro. Spazio non definitivamente circoscritto, spazio in continua evoluzione, spazio di mobili limiti. E’ lo spazio del nascere a sé. Spazio all’interno del quale vive il senso e la determinazione della propria spiritualità.  Continua a leggere→

Lo stato dell’arte. Nicola Vitale

Le domande e ipotesi poste come interrogazione collettiva sulla poesia, in un confronto che ritengo oggi fondamentale, aprono necessariamente a una domanda di senso, portando il discorso su un piano non solo letterario, ma esistenziale e filosofico.

A questo proposito Severino scriveva in Essenza del nichilismo:

“L’occidente è una nave che affonda dove tutti ignorano la falla e lavorano assiduamente per rendere sempre più comoda la navigazione e non si vuole discutere che di problemi immediati, là dove sono presenti gli strumenti per soluzioni immediate.
Ma la vera salute non sopraggiunge forse perché si è capaci di scoprire la vera malattia?” (1)

Così è nella civiltà occidentale, nella cultura in genere, e in particolare nelle arti.

Da una parte si fa finta di nulla per incrementare il mercato, o quantomeno non alimentare nel pubblico il sospetto di una crisi, controproducente per chi vuole fare affari e per chi vuole emergere. Continua a leggere→

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Lo stato dell’arte. Francesco Sassetto

La poesia oggi

 Credo che la temperie storica in cui vivo sia segnata da una decadenza epocale (penso a un artista come Ivano Fossati e al suo ultimo disco-concerto, La Decadenza), politica, civile, socio-culturale, artistica, un’epoca attraversata dall’indifferenza, l’abulìa, la solitudine. Anche la lingua italiana si è impoverita e “rattrappita” trasformandosi sempre più in una nuova terrificante koinè che impasta un italiano basico, anglicismi a iosa, espressioni gergali e gruppali. La civitas polverizzata in una miriade di monadi, di schegge distanti, egoiste e diffidenti e una “vecchia” società – in cui sono cresciuto – decisamente finita. Si respira un’atmosfera da “fine impero” che risente anche della gravissima assenza di punti di riferimento, di Guide e Padri ormai scomparsi insieme ai valori che incarnavano, dissolto ogni sentimento autentico di appartenenza, solidarietà e civiltà.  Continua a leggere→

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Postille alla poesia, di Maurizio Soldini 1. Valerio Mello

La poesia di Valerio Mello, poeta agrigentino con la sicilianità nell’anima e il sangue nelle vene proprio della discendenza dalla Magna Grecia, è assai preziosa. L’adorata Sicilia del poeta è spolverata dall’oro della parola classica, che lui riesce magistralmente ad orchestrare con una mirabile voce. Già nelle prove precedenti, come in Rive, egli aveva mostrato di essere originale e fuori dagli schemi del minimalismo poetico oggi imperante. Difatti, la raccolta Rive, pubblicata nel 2022 nelle Edizioni Ensemble, è un libro che mi convinse nella lettura sin dalle sue prime battute. Il dettato, ora come allora, sia in Rive sia in Hypsas è tipico della tradizione novecentista. Tradizione a me molto cara. Come sappiamo, oggi, molta della critica considera buona parte della letteratura del Novecento, a partire da quella ermetica, un capitolo da emarginare e addirittura da accantonare. Ma questo non mi trova assolutamente d’accordo, anche perché un libro di pregio, come questo di Mello, non meriterebbe assolutamente il trattamento che gli potrebbero riservare molti critici conformisti alla stregua dell’imperante mainstream minimalista, che a mio avviso ci può tranquillamente far dire, in contraltare, che ce ne corre tra una poesia minimalista che viaggia rasoterra e una poesia che invece guarda alla tradizione e agli stilemi classici, volando alta. Non ho mai creduto nella progressività dell’arte e soprattutto della letteratura. Per il motivo che la letteratura è ben diversa dalla scienza e dunque non è detto che quello che precede e appartiene al passato anche remoto non continui ad avere significato, anche perché la dimensione umanistica, a differenza di quella scientifica non si nutre solo di significato ma si nutre soprattutto di senso. Motivo per cui non guasta ogni tanto voltarsi indietro e seguire, a seconda della propria predisposizione poetica, i maestri di un tempo ormai lontano. L’importante è innovare nella tradizione attraverso una personale ricerca linguistica e stilistica, cosa che, nella fattispecie, Mello riesce a fare molto bene. L’accuratezza e la ricercatezza e compostezza linguistica e stilistica, oltre che contenutistica, con un’opera accurata di cesello, sono un tratto determinante di questo poeta e sia nel precedente come pure in questo libro, Hypsas, pubblicato anche questo nelle Edizioni Ensemble nel corrente 2024, ci troviamo tra le mani un volume assai convincente e originale. Hypsas è il nome d’un tratto del fiume San Leone, chiamato Drago, che si trova presso Agrigento (Akragas nell’epoca classica, al tempo della Magna Grecia) e che nell’Ottocento era conosciuto come il Fiume di Girgenti.  Continua a leggere→

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Lo stato dell’arte. Rosaria Lo Russo

Quel che si usa chiamare poesia per me è un’operazione prettamente linguistica il cui senso – in fondo è quello che dice Roman Jakobson in Linguistica e poesia, un saggio fondamentale per inquadrare questa modalità artistica che chiamiamo poesia – il cui senso, dicevo, è non comunicativo ma espressivo. E’ cioè un uso del linguaggio, anzi una produzione linguistica il cui senso non ha un valore referenziale immediato. In poesia A non è uguale a A, o almeno non necessariamente. Il linguaggio poetico tuttavia agisce – come ha ribadito per tutta la sua lunga carriera Nanni Balestrini. La sua azione è linguistica ma se la lingua è innovativa, se cioè sorprende quanto a forme lessicali, sintattiche eccetera, allora mette in moto il gran meccanismo dell’immaginazione umana, ovvero ciò che crea la realtà umana. La realtà, materiale, spirituale, biologica, tra qualche tempo anche quella dell’intelligenza artificiale (o forse è già così come accadeva nel film di Kubrik?) esiste a prescindere da noi, prima, durante e dopo di noi (presto non lo sperimenteremo). Ma la realtà degli esseri umani è fondata sulla percezione la quale è tradotta in immaginazione, immaginazione che può essere anche solo visiva (la scrittura, poesia e altro è una immaginazione anche visiva) ma più specie-specificamente è linguistica. Ciò che chiamiamo pensiero è lingua in azione e le azioni linguistiche possono essere logiche, illogiche, vere, false eccetera eccetera, ma soprattutto lingua in azione si traduce in voce. L’essere umano produce linguaggio tramite un organo fonatorio, che se è malato può essere in qualche modo sostituito da marchingegni che mimano la funzione organica della produzione della voce. Quindi – è sempre una reminescenza jakobsoniana – se ciò che chiamiamo poesia è un atto, o meglio un gesto, linguistico che si differenzia (anche per tratti minimi) dal linguaggio utilitario-comunicativo per una disposizione fonica accentuatamente ritmica ecco che ciò che antropologicamente diciamo poesia è un atto affine al rito liturgico, qualsiasi liturgia si tratti, dalla preghiera allo slogan politico. Dalla supplica alla rivolta, dall’inno gioioso al pianto funebre delle madri uccello del popolo kaluli, la lingua ritualizzata dal ritmo e il suo uso non solamente comunicativo e principalmente estetico-espressivo parallelo all’espressione musicale inventa una percezione aumentata e diversa della realtà. Mettendo a fuoco particolari inauditi, sorprendendo con analogie, metafore e tutto l’armamentario, che siamo soliti pensare scolasticamente invece che visceralmente, della metrica e della retorica, l’azione poetica fa la realtà umana, immaginandola. Questa è una grande responsabilità, etica e politica. Dell’estetica non mi importa granché. Il bello non inventa il mondo, lo decora. Del vero invece mi importa moltissimo. Il vero, o meglio la ricerca del vero, inventa un nuovo mondo, fonda utopie che certamente prima o poi si avvereranno – le profezie. Non c’è nulla di trascendente nella poesia, la scrittura mistica è quanto di più aderente alla materia del mondo io abbia esperito mai, la poesia è profetante per mestiere perché appunto inventa il mondo presente passato e anche futuro. Tramite il lavoro fonoritmico il senso si fa da sé, ma è l’intelligenza poetante (inconscia o conscia) che ricorda i suoni arcani delle connessioni neurovegetative. Tutto esiste da sempre contemporaneamente: si tratta di sentire e di vedere questi stati-strati, questi gangli, questi snodi, o catene microbiche di esistenza percependoli attraverso il gesto delle mani che digitano e dei suoni che si srotolano nella mente poetante e che se sono dotati di carica euristica risuoneranno a casa loro nell’apparato fonatorio di chi leggerà quella poesia, non solo ad alta voce, poiché, come la preghiera, anche se la voce non è alta risuona eccome nella lettura muta. E quanto lavora il silenzio! Quante cose accadono nel silenzio fra strofe, nei baratri dei capoversi. In questo silenzio che si sporge verso ogni ignoto si accende la connessione fra il sistema neurovegetativo di chi ha scritto quella poesia e quello di chi la sta leggendo. E anche se il senso andrà in direzioni sempre diverse, da autore a se stesso e da lettore a lettore, sempre si tratterà di immaginazione del mondo, di invenzione della realtà. Ed è un gesto oltre che coraggioso, sempre erotico. La realtà che la poesia inventa si modifica in due, o in massa, un’orgia!, fra poetante e poetato, se così posso dire. Se non c’è questa scossa elettrica sinaptica la cosa che stai leggendo e che si dice poesia è un inutile e narcisistico vaniloquio. Continua a leggere→

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Francesco Marotta, “Da un’eternità passeggera”

Francesco Marotta, Da un’eternità passeggera, Novi Ligure, Joker Edizioni, “I libri dell’Arca“, 2024, pp.99, € 14,00


così risalgono parole
dove fa luce la pena
di sostanze in tacita
pelle d’ombra –

è luce
il non detto che lontana
in disperate finzioni,
allegorie di veglia,
fragili tracce
immiserite
sopra margini di fiamma,
in tutto simili
a un ritrarsi d’ala
davanti al picco
che domina
franate radure del linguaggio

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Lo stato dell’arte. Matteo Veronesi

Forse la poesia italiana non è mai stata come oggi (neppure in periodi di grande fermento e mutamento, come negli anni Sessanta) nettamente divisa, fra un lirismo di ascendenza mitica ed orfica (invero sempre più minoritario o rimosso, in accordo con una secolarizzazione che peraltro è forse inevitabile nella società odierna), uno sperimentalismo che forse non è mai stato altrettanto criptico, cerebrale, a volte incline ad un narcisismo formale un po’ vacuo (come in certi esiti della poesia neometrica) e, infine, una “poesia del quotidiano”, del vissuto, del reale, della “vita vera” nei suoi aspetti più minuti, che può ricordare il diarismo e il prosaismo dell’ultimo Montale senza per questo averne l’ironia desolata ed aspra.
Ma se intendiamo quell’”arte” nel suo senso autentico, forse esso deve essere ripensato recuperandone l’accezione più vivida e originaria, quella del Rinascimento di Bruno e di Bacone  che vedeva una continuità e un complemento fra la Natura che «tractat materiam propriam» e l’Arte, appunto, che «tractat materiam alienam», così che il poeta è artifex additus naturae e naturae interpres.
Il ritorno alla Natura, il bisogno (legittimo) di autenticità, discorso, dialogo, comunicazione, di una poesia che torni a contaminarsi in certo modo con la prosa, a confrontarsi non meno del romanzo con quella che Hegel chiamava la prosa della vita, non dovrebbe risolversi in una sorta di “superstizione del dicibile”; la fuga dalle sottigliezze e dalle rarefazioni dell’ineffabile, o dalla presunta evasività di un analogismo simbolista o ermetico non dovrebbe risolversi né, da un lato, in uno sfrenato e autoreferenziale funambolismo verbale, né, per converso, in una cieca fiducia nella vitalità e nella forza comunicativa che il linguaggio comune – a volte quasi reificato in una concretezza e una quotidianità ai limiti del burocratico e del giornalistico – dovrebbe per intrinseca e nativa magia possedere.
Se l’artista (come dicevano i Decadenti italiani guardando a Leonardo ma prefigurando Rilke) deve “continuare la natura”, trasfondere l’assiduo brusio inarticolato, per quanto denso di significati, della natura – vento animali mare nubi foglie, «fior’, frondi, herbe, ombre, antri, onde, aure soavi», dice Petrarca agglutinando il fertile brulichio della natura con la sapienza dell’artificio verbale – nel linguaggio articolato ed autocosciente, nella coscienza riflessa della parola, allora la poesia (che del linguaggio umano nella sua autocoscienza rappresenta, accanto al linguaggio filosofico – che del resto nel Novecento ha così spesso attinto a quello poetico come sorgente e disvelamento –, il proprio vertice di complessità e di autoconsapevolezza) troverà paradossalmente la massima intensione della propria natura, della propria naturalità, proprio se tornerà ad essere, con limpidezza ancor più traslucida e pura, lo specchio assoluto di se stessa.
Come un piano non euclideo, o un nastro di Möbius che proiettandosi su se stesso non evoca chiusura e tautologia ma piuttosto innesca l’immagine dell’infinito, un vortice di spire intorte e ritorte in cui l’esterno coincide con l’interno e può riversarsi in esso continuando ad aderire a se stesso (il dantesco lume che splende “parendo inchiuso da quel ch’elli inchiude”, prefigurando la “sfera quadridimensionale” della Relatività) – in se stessa, nel proprio occhio che vede se stesso (e il mondo riflesso in se stesso e se stesso riflesso nel mondo), la poesia troverà davvero un “punto all’infinito” che potrà dischiuderle nuovi – ed antichi – cammini.

http://sites.google.com/site/criticaepoesia

Flutto ebbro, di Gottfried Benn

a cura di Giorgio Stella

Flutto ebbro,
macchiato di trance e di sogno, o Assoluto
che mi copre la fronte,
per cui mi cimento,
da cui ho il premio
delle profonde cose
che l’anima sa.

In febbre di stelle
che occhio mai misurò,
in notti, o caro,
che ci scordammo la morte, nell’uno dei tempi,
nel grido della creazione
viene l’unificazione
e porta via passato.

Poi tu da solo
dopo una grande notte,
grano e vino
già offerti,
giù per i boschi,
con i corni vuoti,
torna ai sepolcri
Demetra,

ancor nelle tue spalle
e dentro le tue ossa,
e poi è un’estasi,
un golfo d’azzurro,
di lacrime antico,
da infermità e miseria
un creatore nasce
che ci fa vivere,

che molto sofferse,
che molto vide,
sempre in cammino
lungo le rive
del flutto ebbro
che copre l’anima,
vasto come la digitale
che macchia d’estate i monti.

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Angelo Andreotti, da “L’attenzione”

Foto di Branislav Rodman

a cura di Luca Pizzolitto

Da L’attenzione (Puntoacapo, 2019)

L’indifferenza 

E se per un istante tu guardassi
quegli occhi che nei tuoi cercano indugio,
l’incandescenza di un contatto, breve
indizio del sentirsi a te presente.

Se per davvero ne guardassi il volto
senza saperlo una cosa già vista
coglieresti quella curva, quello spigolo,
quel pianto mite e muto che ha il dolore
quando invisibile muove dal cuore
mostrando il buio, e nel buio il perdersi…

Se soltanto sfiorassi quella vita
certo non per distratta consuetudine,
forse sarebbe tardi, ma nel farlo
l’avresti vista, non abbandonata. Continua a leggere→

La stessa persona, di Antonio FIORI. Recensione di Giovanni Nuscis

Antonio FIORI

La stessa persona

peQuod 2024

Collana Portosepolto

Volume a cura di Luca Pizzolitto

 

Ci sono, nella poesia di Antonio Fiori, delle caratteristiche che ricorrono raccolta dopo raccolta; come il raccontarsi intimamente, il disvelarsi senza infingimenti. Non parliamo naturalmente di temerarietà, di coraggio, ma di altro, di qualcosa di complesso che pertiene alla sua etica, alla sua idea di civiltà, di rapporti umani, di umiltà senza compiacimento; ciò è indubbiamente legato alla sua fede religiosa, e dunque alla consapevolezza di un giudizio finale per il quale dovremo giocoforza spogliarci di tutto, mostrandoci per ciò che realmente siamo. Continua a leggere→

Bibbia e poesia, di Valentina Calista. David Maria Turoldo: tra poesia e liturgia

David Maria Turoldo: tra poesia e liturgia

di Valentina Calista

(Il testo è tratto dallo libro monografico di prossima pubblicazione Valentina Calista, La salmodia di David Maria Turoldo: uno studio interdisciplinare, Delta3Edizioni, 2024)

David MariaTuroldo è stato molto devoto al genere innico, ma per comprendere la complessità della sua produzione letteraria bisognerà fare una distinzione tra ciò che è una composizione poetica ispirata ai Salmi biblici e ciò che è un inno vero e proprio destinato all’uso e al rinnovamento liturgico. Per questo, bisognerà affrontare l’analisi letteraria dei testi turoldiani sempre alla luce di specifici modelli di riferimento della tradizione biblica, tenendo conto della moltitudine di riferimenti ai testi sacri e delle relative sfumature interpretative dei testi poetici di Turoldo. La produzione poetica di padre Turoldo si può definire una costante lode a Dio e dunque una perenne salmodia. Nella produzione letteraria turoldiana, ricca di impegno sociale e liturgico, il mondo dei Salmi e quello degli inni si intersecano, si intrecciano, si sovrappongono, si uniscono all’universo poetico dell’autore e spesso combaciano: un genere letterario dentro l’altro. Tuttavia, la produzione editoriale degli inni turoldiani sembra separarsi da quella di salmodica, intraprendendo una strada simile ma “altra”. Infatti, le date editoriali delle traduzioni dei Salmi (1973 – 1987) e quelle della produzione innica (1975 – 1989), sono la traccia di questo lavoro che Turoldo ha svolto parallelamente durante agli anni di cambiamento post-conciliari. La produzione innica turoldiana è raccolta nei seguenti volumi: La nostra preghiera. Liturgia dei giorni (Bologna: EDB, 1976; Gorle (BG), Servitium, 2001), tuttora in uso al Priorato di Sant’Egidio a Sotto il Monte, e scritta in collaborazione con i compagni della Comunità del Priorato di Sant’Egidio; Chiesa che canta. Inni sacri e cantici della liturgia delle Ore (Bologna: EDB, 1975); Chiesa che canta: contributo alla liturgia domenicale e festiva: per contemplare e cantare la parola (Bologna: EDB, 1981-1982) e Opere e giorni del Signore. Commento alle letture liturgiche (Cinisello Balsamo: Edizioni Paoline, 1989), in collaborazione con l’amico esegeta Gianfranco Ravasi. Continua a leggere→

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Carlo Michelstaedter

a cura di Giorgio Stella

 

Le cose ch’io vidi nel fondo del mare,

i baratri oscuri, le luci lontane

e grovigli d’alghe e creature strane,

Senia, a te sola lo voglio narrare.

Ché a brevi fiate nel tempo passato

nel fondo del mare mi sono tuffato.

A dare or la patria all’esule sirena,

la patria a me stesso e all’uomo abbattuto

svelare la via del suo regno perduto,

mi voglio tuffare con più forte lena,

ché ogni uom manifeste le tenebre arcane

conosca e vicine le cose lontane.

Ma quel che già vidi nel fondo del mare,

i baratri oscuri, le luci lontane

e grovigli d’alghe e creature strane,

Senia, a te sola lo voglio narrare.

Monologo di re Salomone, di Francesco Macciò

https://www.youtube.com/watch?v=pwclYoMZOaU&t=23s

da qui

Marcantonio Franceschini, Salomone adora gli idoli (?1697), Genova, Palazzo Spinola

Al tempo della vecchiaia di Salomone, le sue mogli gli

fecero volgere il cuore verso altri dèi; e il suo cuore

non appartenne interamente al Signore suo Dio.

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20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Parto dalla fine.  E adesso di fronte a un fiore di pietra/ così ben fatto scolpito mille e mille anni fa/ non posso trattenere le lacrime,/ e questa è poesia. Sono gli ultimi versi di Viscera, la raccolta di Silvana Kuhtz (Collettiva, 2023). Mi ha fatto pensare ai morti e alle tombe senza fiori, solo con i sassi lasciati pietosamente. Gli ebrei rifuggono la natura che appassisce. I fiori muoiono. Le pietre, restano in eterno. Per altro verso, i fiori senza profumo, mi fanno pensare al piacere della scrittura affrancata dal lettore o che si fabbrica un lettore alla bisogna. Questo è il mistero della poesia che non comunica nulla e dice tutto. Scrivere è appoggiare l’orecchio/ alla morte rubare i discorsi/ che stanno sulla strada e nelle viscere.

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