Archivi categoria: Poesia

Georg Trakl

 

a cura di Giorgio Stella

Tristezza umana

L’orologio che prima del sole le cinque batte –
uomini solitari che un oscuro orrore afferra.
Nel giardino serale sussurrano spogli alberi;
il volto del morto si muove alla finestra.

Forse quest’ora si è fermata.
Dinnanzi a occhi foschi notturne immagini illudono
nel ritmo di navi, che sul fiume dondolano;
sul molo un corteo di suore passa al vento.

Sembra sentire i pipistrelli stridere,
nel giardino commettere una bara.
Ossa rilucono tra cadenti mura
e nerastro oscilla là dinnanzi un pazzo.

Un raggio azzurro raggela in nuvole autunnali.
Gli amanti si allacciano nel sonno,
appoggiati ad angelici stellari vanni.
Del nobile le pallide tempie alloro adorna.

Buon compleanno, Giorgio!

 

Amore cerca amore

di Giorgio Stella

alla memoria di Dario Bellezza

Ora che mi lavo la faccia con le mie braccia,
verrà il giorno che non ci saranno più libri.
Di già li vedo, i più piccoli bambini che
vanno verso la scuola di Giuda con tutte le
informazioni nei polsi strette come loro
persi nei paltò al neon classico reo confesso,
le stesse che di lì a poco tempo dopo
dovranno riincidere sulle pietre
e le madri offese dalle troppe faccende domestiche;
il fuoco nella notte, il sole nel giorno e il
pomeriggio inteso come medioevo,
‘gli intellettuali nel medioevo’,
quando la cinese accende le lampade rosse
nel ristoro bianco di piogge
ove si pose chi si rese:
“un sakè Ser, ce ne andremo dalla vita senza destino?”
“Il bar è pieno signore… pieno di quelle luci
al neon che ritagliano all’ombra l’anima,
nostra, amore cerca amore, la storia non importa –
detto ciò, non fa nessuna differenza che tu
sia nata ora o quando bambina piangevi per
essere bambina, figlia mia”.

[da Giorgio Stella, Sterpia, Albatros 2010]

Giorgio Stella. Versi

(+Scarlatta+) – (Giorgio Stella in data 26/04/ 2026.) – al tronco di rose al proprio tribunale io dedico questo mazzo di ombre – ‘POVERA ROSA!’ Quanno pe ncopp’a ll’arbere (…) – Salvatore +Di Giacomo – (SCARLATTA) – l’Europa è un occidente maomettano di Corano assente. .. come l’induismo fosse la Bibbia del romanticismo cattolico – se le corazze di luce potessero gli elmi in scudi! – l’Europa è il bacino occidentale dell’oriente meridionale. … chi vuole di più dal neon di Las Vegas? – noi esseri inumani siamo gli Angeli del Vangelo… Il medioevo della Vergine Maria il Suo Cristo nel lutto di Dio! – un tempo fu diverso, diverso dal tempo medesimo – Nazaret era un bazar di conchiglie e imburrate pannocchie di tonno x le bottiglie, le bottiglie del tronco, col miele a fianco il miele delle betoniere – (una pausa) – Continua a leggere

Remigio Zena

a cura di Giorgio Stella

 

Remigio Zena (1850-1917)



                                      dalle Poesie grigie 

1. L'invito

(Quella sera sull'album)

La sera d'Ognissanti 
venga anche lei da me: 
serviremo in famiglia 
quattro marrons-glacés
e una tazza di thè 
Infilandomi i guanti 
e masticando un sí, 
pieno di maraviglia 
sono rimasto lí
diritto come un I. 
Ha aggrottato le ciglia? 
In fè mia non lo so; 
una nube davanti 
agli occhi mi passò
quando lei se ne andò. 
E ho mangiato in famiglia 
quattro marrons-glacés 
la sera d'Ognissanti... 
Fu un poema per me
quella tazza di thè. 
Sola voi siete la regina mia, 
regina incoronata 
tra le belle e le ricche. 
La vostra corte è tutta poesia
ed io nell'anticamera dorata 
                         sono il fante di picche!

Federico Garcìa Lorca

 

a cura di Giorgio Stella

Mare

Il mare
è il Lucifero dell’azzurro.
Il cielo caduto
per voler essere la luce.

Povero mare condannato
a eterno movimento,
dopo aver conosciuto la calma del firmamento!

Ma della tua amarezza
ti redense l’amore.
Partoristi Venere pura
e la tua profondità
resto vergine, senza dolore.

Le tue tristezze sono belle,
mare di spasimi gloriosi.
Ma oggi invece di stelle
hai verdi polipi.

Sopporta il tuo dolore,
formidabile Satana.
Cristo ha camminato sulle tue onde,
ed anche Pan.

La stella Venere è
l’armonia del mondo.

Taccia l’Ecclesiaste!
Venere è il profondo
dell’anima…
E l’uomo miserabile
è un angelo caduto.
La terra è il probabile
Paradiso perduto.

Giorgio Stella. Versi

VERENA – Giorgio Stella in data 25/04/2026 – dedicato a nessuno e al tutto questo poemetto. (Eclissi e percezioni, con
donnine di vetro (…) (Franco Tralli.) – la Medaglia Miracolosa nn esiste esiste, Cristo in croce cioè la Medaglia Miracolosa – Sant’Ignazio di LOYOLA diceva, pregando: Disponi di me e delle cose come più Ti piace. – un Angelo uno tra i tanti non votati ai tarocchi si limitò in nessun limite a lievitare le anime infinite – il Santo Spirito è l’anima dello Spirito Santo quindi Dio è Salvo! La creta nn ha paura della seta… Che bel messaggio! Grazie San Michele Arcangelo della boa rossa, dell’arma nutriente di pannocchia e del cocco sulla bilancia nella ceramica della betoniera senza svastica di coralli neutrali al neon delle aragoste – (una pausa) – (un’altra pausa) – Il SANTO CURATO D’ARS raccomandava : ‘Cuore x amarci (…) … In genere o genericamente – la betoniera brucia nella candela del bazar nel museo della cera dove chi possiede un uovo avrà la medaglia dell’ala – il faro ci suggerisce o registra di nn guardare il neon… Possibilissimo! Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. GLORIA! nn di Morrison/Maometto, caduto nella trincea del suo burro parrocchiale di turno, di turno serale, serale nel medesimo turno! – la pannocchia nella betoniera è una forma di ceramica in cera… Ci raccomanda PADRE CHARLES DE CONDREN : O Gesù vivente in Maria (…) .. in effetti l’Europa è Orientale a tutti gli effetti come nel bazar chi nulla prende niente da’, e nn fa’ nulla basta il perdono di tutto il Dono! – il neon ha una plastica facciale come la betoniera il sasso della pietra in fiore quindi VERENA stringi le dita, ma nn le incrociare mai! ——————— nota: nell’ epoca di nessuna epoca c’è l’epoca reciproca alla Croce del Creato appunto dell’epoca mancante – il tronco di miele la clessidra il faro insomma tutti i volti protagonisti sono sciolti dai nodi! (G.S.) #

Assunta Sànzari Panza

Francesco

Piccolo piccolo, ossa consunte,
miracoloso, egli stesso miracolo,
sguardo alla pietra occhi chiusi rapiti
penetrano la coltre
che ammanta serra
la parola di pace.
Siede una donna al suo fianco
stringe le braccia al petto composto delirio
testura di gesta antiche
tutto ciò che narra
e lei disegna la sagoma sacra,
sottili capelli bruni unghie divelte
dal misero incanto di madrefeconda
esile corpo reietto logorato dal tempo
in basso con la polvere:
non sono sapiente, ma il nulla,
l’ultimo degli ultimi,
in basso è il mio posto
beati i poveri i semplici
che si nutrono di libertà
povertà è libertà
beata Irene

avverso templi di stille argento.
Cavalieri con armature dorate
e palmi colmi di gloria,
andate per il mondo a mani vuote.
Ecco l’uomo: invoca risposte
la mente il respiro le dita intrecciate
recise le vesti torna alla madre
com’esule figlio di misera erba
arsa dal sole fratello padre amico.
Si odono cori di voci fatue
echi di parole traslate, bisbigli confusi:
impariamo dai sassi il silenzio.
Ecco di nuovo cosa dice l’uomo
che reclina il capo su un guanciale di pietra.
L’uomo ricco ma povero
povero ma ricco.
Deus mihi dixit
la parola è ora profezia di eclissi
nessun trono nessuna fattezza dorata
nessun precetto: la scrittura
non detta leggi né dispone confini
mentre i passi avanzano stanchi
e la folla si stringe sussurra parla poi grida,
infine siede su troni di sabbia.
Il grano è miraggio sopito
nell’arido soffio di vento
che brucia le vesti divora le carni
a terra soltanto frammenti di ossa.
Deus mihi dixit ancora grido di goccia vagante
il corpo vacilla nell’eremo
impariamo dai sassi il silenzio
la presa fulminea afferra le acque
genera chiassosi rissosi scroscianti battiti
a invadere il coro di pensatori.
Eterni riflessi di eterna memoria.
Tacete, creature, figlie dell’arida zolla,
inondate di canti i flussi lontani.
Andate, cercate, aprite i palmi.

Cosa resta dell’uomo grato
agli uccelli, che invoca la pioggia sorella
che esulta se sente le frecce nel petto?
Visto dal cieco
udito dal sordo
da minima pietra a macigno
il cui nome è eco mai spenta.

Da La visionaria di Assunta Sànzari Panza
Firenze, Vallecchi, 2026

David Maria Turoldo

 

a cura di Giorgio Stella

Ieri, all’ora nona

Ieri all’ora nona mi dissero:
il Drago è certo, insediato nel centro
del ventre come un re sul trono.
E calmo risposi: bene! Mettiamoci
in orbita: prendiamo finalmente
la giusta misura davanti alle cose;
con serenità facciamo l’elenco:
e l’elenco è veramente breve.

Appena udibile, nel silenzio,
il fruscio delle nostre passioncelle
del quotidiano, uguale
a un crepitare di foglie
sull’erba disseccata.

Rainer Maria Rilke

 

a cura di Giorgio Stella

Pietà

Cosí rivedo i tuoi piedi, Gesú,
ch’erano piedi giovinetti quando
ansiosi li spogliavo e li lavavo;
com’erano confusi in mezzo ai miei capelli,
come bianchi animali selvatici tra spini.

Cosí la prima volta in questa notte amorosa
vedo il tuo corpo che non seppe amore.
Noi non ci coricammo mai vicini
e ora è tempo soltanto di ammirare e vegliare.

Ma vedi, son piagate le tue mani -:
Amato, non da me, non dai miei morsi.
A me sola il tuo cuore doveva esser dischiuso:
ora è aperto ed ognuno vi può entrare.

Ora sei stanco e la tua bocca stanca
non ha voglia della mia che dolora-.
Gesú, Gesú, quando fu la nostra ora?
Ed in che modo strano tutti e due ci perdiamo.

Garcìa Lorca

 

a cura di Giorgio Stella

Madrigale

Il mio bacio era una melagrana
profonda ed aperta:
la tua bocca era rosa
di carta.

Lo sfondo un campo di neve.

Le mie mani erano ferri
per le incudini;
il tuo corpo era il tramonto
in un tocco di campane.

Lo sfondo un campo di neve.

Formarono stalattiti
nel trapuntato
teschio azzurro
i miei ti amo.

Lo sfondo un campo di neve.

I miei sogni infantili
si colmarono di muffa,
e il mio salomonico dolore
trapassò la luna.

Lo sfondo un campo di neve.

Adesso grave maestro
in alta scuola,
per il mio amore e i miei sogni
(cavallini senza occhi).

E lo sfondo un campo di neve.

Madrid, ottobre 1920

Ferruccio Masini

a cura di Giorgio Stella

Le città notturne

Le città notturne irriconoscibili nei paludamenti
di pietra ti guardano come se t’attendessero
con l’occhio insonne dei ladri
dal ponte dove si versa il lamento della grondaia
si protendono con i loro capelli di favola
e non sanno possederti neppure nel muggito rossosangue
dei mattatoi che squarcia il mattino
Non sanno perché tu cammini piano sui selciati
tra gli alberi morti nelle inferriate
spiando il raggricciarsi delle foglie
poi si muovono in fretta a piedi nudi
vogliono dirti inseguendo la tua ombra vana
resta ma poco possono offrirti
solo gli anni straziati nel riso stridulo dei lapidari
e l’immagine spenta di chi si curva sopra di te
mentre scrivi e ancora scrivi il nulla
Ah le città notturne con le loro giostre immobili
le altalene accecate gli aquiloni lacerati sui pioppi
come vorrebbero stringere le tue confessioni
nel fuoco autunnale dell’edera sulle antiche mura
ma il loro canto è andato lontano con le allodole
e vanamente sui davanzali azzurri
sogna febbre di tigli l’amore d’un piccolo cielo

La luce nella stanza, di Luca Benassi. Intervista a Marco Onofrio

Fare luce con la poesia – intervista a Marco Onofrio

C’è una luce fisica – che illumina il mondo attraverso la conoscenza – e una luce metafisica che entra nel mistero del visibile e apre alla visionarietà dell’immaginazione. Per Marco Onofrio il poeta è colui che è capace di passare dal visivo al visionario, attraverso una poesia che sia in grado di esaltare la luce e cantare la meraviglia e la bellezza del creato. Continua a leggere

Giuliano Mesa

a cura di Giorgio Stella

“Piangi? Alla tua età? Per un paio di merli?
Dammi retta! lo sono un gatto pratico,
non perdo tempo in chiacchiere
(infatti, i tuoi merli: neanche il tempo di fiatare!)
… be’, e adesso perché ridi?
O piangi o ridi, se no mi confondo: io sono un gatto pratico!».
“E smettila! Chi credi di ingannare? Un gatto pratico!
Se tu lo fossi, lo sapresti che non puoi parlare!».

«Be’, sì, però… «Però che cosa?». «Se mi concedi un’altra strofa…”
“Ormai, l’hai cominciata…» «Però i tuoi merli erano proprio buoni!».
“Ah sì? Prova a mangiare solo merli parlanti,
e vedi quanto ca?p?!». «??mpo, campo…
Allora non lo sai che i merli parlano davvero?
A dire il vero, sono anche un po’ scoccianti:
ascoltano, ripetono: sempre a rifarti il verso!».
“Ma tu di quali merli stai parlando?».
“Io? lo sono un gatto pratico! I gatti non parlano!».

Federico Garcìa Lorca

 

a cura di Giorgio Stella

Sogno

Il mio cuore riposa presso la fonte fredda.

(Disponi i tuoi fili,
ragno dell’oblio.)

L’acqua della fonte gli confidava la sua canzone.

(Disponi i tuoi fili,
ragno dell’oblio.)

Il mio cuore accorto le confidava i suoi amori.

(Ragno del silenzio,
distendi il tuo mistero.)

L’acqua della fonte lo ascoltava malinconica.

(Ragno del silenzio,
distendi il tuo mistero.)

Il mio cuore scivola sopra la fonte fredda.

(Mani bianche, lontane,
frenate le acque.)

E l’acqua lo porta via con sé cantando allegramente.

(Mani bianche, lontane,
nulla resta nelle acque!)

Maggio 1919

Pietro De Marchi, il lavoro del poeta

di Alida Airaghi

PIETRO DE MARCHI, ALLA GIUSTA STAGIONE – CASAGRANDE, BELLINZONA 2026

Pietro De Marchi (Seregno 1958) ha insegnato Letteratura Italiana all’Università di Zurigo ed è alla quarta pubblicazione di poesia e prose poetichr per le edizioni ticinesi Casagrande.
Alla giusta stagione è un titolo che rimanda alla terminologia agricola (secondo la citazione da Esiodo in esergo: “… se alla giusta stagione tu vuoi tutti compiere i lavori…”), laddove si consiglia quando sia necessario seminare, raccogliere, potare, sottintendendo metaforicamente il tempo dovuto all’inventario, letterario ed esistenziale, a cui applicarsi negli anni più maturi. Continua a leggere