Archivi categoria: Racconti

Sapore di Male – 2

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di Barbara Delfino

Cervaro si tirò su i calzoni e si allacciò la cintura. Marinella, distesa sul letto, fumava e gli guardava la pancia prominente.
“Hai saputo di Tinca, Francè?”
“’O capellone, sì. Amore mio, nun ce pensà. Pensa a Franceschino tuo che ti fa comprare le vestine eleganti” le rispose Cervaro mettendole diecimila lire sul comodino, tra le pagine del messale.
“Francè, secondo te s’è ammazzato davvero o è stato qualcuno? Guarda, per me è stata quella troia tutta sciantosa là”.
“Chi?”
“La Dalia, lì, la fidanzata, Che ci ha poco da fare la spiritosa, tutta elegante, eh, mica si ricorda dei bei tempi, la signora!”
“Che stai dicendo, Marinè. Di chi parli”.
“Oh Francesco, lì, la Dalia, quella tutta sciantosa, la fidanzata di Tinca. Faceva la puttana a Ventimiglia, non lo sapevi?”
“Certo che lo sapevo, ma son solo pettegolezzi, Marì”.
Marinella scoppiò a ridere e il fumo le andò di traverso. Tossendo e con le lacrime agli occhi lasciò cadere la tegola sulla testa calva di Cervaro:
“Franceschino, amore mio, a Ventimiglia la sciantosa divideva l’appartamento con me. Il pomeriggio lei, la sera io. E l’affitto lo pagava l’Umberto, lì. Che quando si son fatti famosi chi se la ricorda più, Marinella, eh?”
Cervaro la guardò, sospirando.
“Franceschino, amore mio. Ho visto delle scarpe fa-vo-lo-se, in piazzetta delle Erbe. Se vuoi la prossima volta metto solo quelle”.
Cervaro tirò fuori dalla tasca dei pantaloni il portafogli, prese un biglietto da diecimila lire e le infilò assieme alle altre nel messale.

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Sapore di Male – 1

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di Barbara Delfino

“Ü gianchettuuuu de mainèèèè.”
L’ispettore Sciaccaluga chiuse la finestra che si affacciava sul mercato, lasciando fuori dell’ufficio le urla dei pescatori che attiravano le donne ai banchi. Chiuse la finestra sull’odore di pesce e sulla voglia di un’insalata tiepida di bianchetti, spruzzata di limone, prezzemolo e olio di Andora. Ma era ancora presto per pensare alla cena, mancavano molte ore prima di smontare dal turno, arrivare all’appartamento con vista sul Polcevera sporco di scorie dell’Ansaldo, fare una doccia, tirare fuori pentole e piatti e bicchiere e posate e sedersi da solo a tavola come faceva da oltre vent’anni, da quando s’era trasferito da Savona a Genova.

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Tutte le suore guidano macchine bianche

di Emanuele Kraushaar

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Era un novembre freddo da staccare le mani. Suor Maddalena aveva chiuso la porta della mensa, era uscita fuori, aveva visto il cielo pieno di nuvole ed era salita sulla sua macchina bianca. Poi per la pioggia e per una distrazione è andata fuori strada e per poco non ci ha lasciato la pelle.
E’ stato proprio quel giorno che un giovane e sconosciuto scrittore ha appuntato su un foglio la frase tutte le suore guidano macchine bianche.
Era pur sempre un giorno dopo l’undicisettembre e ogni cosa, ogni piccola e anche fragile certezza, doveva in qualche modo essere segnata, pensava il giovane e sconosciuto scrittore.

(Emanuele Kraushaar, Tic, Atì Editore, Milano 2005)

Tecniche semplici per un mondo complesso

di Gherardo Bortolotti

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105. Accanto al distributore del caffè, ricordo gli anni in cui perdevo spesso il filo del discorso.

106. Mentre aspettavo l’autobus, nel buio delle mattine invernali, sentivo la temperatura ed il gelo come compagni di una vita di avventure lunari, silenziose, metafisiche. Tutta la mia esistenza, a tratti, si raccoglieva nel tepore che sentivo, con le mani guantate, nelle tasche, come se potessi portare i resti dei miei giorni come briciole, il pacchetto di sigarette, le chiavi di casa e lo scontrino del caffè del giorno prima. Sugli zigomi il vento scorreva come sulle asperità di una roccia.

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Bloc notes. Se la casa è in fiamme. 5

di Giorgio Morale

Telefono a mia madre.
“Come stai?”.
“Come vuoi che stia?”.
“Qualcosa va male?”.
“Qualcosa? I denti vanno male, le spalle vanno male, il braccio va male, la testa va male”.
“Non c’è niente che vada bene?”.
“Niente. Ho le artriti, lo stomaco non digerisce, mi cadono i capelli”.
“Sono mali che non guariscono”.
“Lo so, una medicina per me non esiste”. Continua a leggere→

Ma solo così va il mondo?

di Pasquale Giannino


Toys – Ars Factory Investigation

Nuovi fermenti s-muovono le coscienze della rete, mostro tecnologico guardato da molti ancora con diffidenza, ma ultimo baluardo del libero pensiero. Si discute nei blog – non solo di argomenti effimeri – si ravvivano, talora, bei cenacoli d’altri tempi. E’ importante tutto questo, ti fa sentire meno alienato in una società omologante che svilisce l’uomo. Diverse voci urlano la rabbia, la forte indignazione per la superficialità dilagante, alcuni propongono di uscire dal mondo virtuale e scendere nelle piazze. Altri lo hanno già fatto…

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Calendari

di Emanuele Kraushaar

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Mia madre aveva la fissazione per i calendari. Ogni anno ne comprava decine, li appendeva alle pareti di casa e incominciava a segnare gli appuntamenti, le cose che dovevamo fare, quello che avremmo potuto anche fare. Attaccate alle pareti c’era un’infinità di parole che ripetevano più o meno la stessa solfa: oggi si deve fare questo, domani quello, ieri si sarebbe potuto anche fare quello, ma poi c’era un’altra cosa che invece bisognava farla per forza.
Il vero guaio è che mia madre sembrava impazzire se si accorgeva che era sfuggito qualcosa da fare: in pratica, le cose che lei segnava in rosso molto marcato e sottolineava anche quattro volte. Erano parole che traboccavano occhiaie di rosso e che alla fine perdevano quasi il loro senso.
Ce le avevi davanti agli occhi magari per tre settimane e poi al momento giusto rimuovevi tutto e ti dimenticavi. E seguire ogni cosa non era facile per mio padre che lavorava in cantiere dalla mattina alla sera. E tanto meno per me, che ero impegnato con le mie ricerche sulla “Lineare A”.
Ma neanche le crisi o l’arrivo della polizia dentro casa a fermare mia madre che lanciava piatti e coltelli verso me e mio padre, neanche questo mi ha tenuto gli occhi sbarrati per molte notti.
Alla fine quel calendario – dove al giorno della chiamata avevo trovato la scritta chiamare d’urgenza la polizia – me lo sono incorniciato, anche perché è rimasto l’unico ricordo lucido, ed esempio d’amore, che ho di mia madre.

La casa sul fiume

casa sul fiume

I bambini a spasso col cane, la casa in perfetto silenzio. Marta è seduta alla scrivania: arrivo alle sue spalle e vedo che il foglio è ancora bianco.
Il sole calante, un po’ prima che illanguidisca nel tramonto, è la luce che lei preferisce. L’anima dell’acquarello, dice, sta tutta nel colore: i tratti del disegno seguono fedelmente, come la parola alla cosa. Mi è sempre piaciuto starla a vedere, curva sul foglio immacolato per lunghi minuti, e spiare l’attimo decisivo in cui scaturisce l’immagine. Questa forma d’arte, che è estranea al mio temperamento verboso, sta tutta in uno sguardo fugace ma onnisciente: lo spirito creatore aleggia sulle acque primordiali, e sogna l’arabesco del mondo.
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Bloc notes. Se la casa è in fiamme. 4

di Giorgio Morale

Erin è nell’età in cui farebbe di tutto per compiacere i genitori. Se dico che qualcosa andrebbe fatto, raccoglie le mie parole senza darlo a vedere. Me ne accorgo e mi riprometto di darle un segno della mia riconoscenza. Poi me ne dimentico, o me ne manca il tempo, e il suo gesto passa sotto silenzio.

Quando è in casa Simone invece sono io che gli vado dietro, raccogliendo e mettendo in ordine ciò che lui sparge in giro. Continua a leggere→

L’uomo del giorno dopo

padre e figlio

Ai tempi della banda e delle guerre nei boschi, in casa divenni quasi irreperibile.

Svagato come una farfalla, entravo e uscivo praticamente non visto, non c’era vento né bufera che potesse tenermi lontano dalle robinie. Tornavo appena in tempo all’ora di cena, per farmi notare col sussidiario in mano da mio padre che rientrava dall’ufficio.
Mia madre, dopo avermi accolto con urla tali da perforare i timpani, all’arrivo del marito si poneva quieta tra me e lui e non faceva parola, come per proteggermi da un’improbabile sfuriata (che infatti non accadde mai, nei vent’anni che vissi con loro). Poi, sicura di avere scongiurato ancora una volta qualsiasi umana violenza o gesto d’amore tra padre e figlio, tornava ad occuparsi della cena e della casa, che governava come una caserma.
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Voxson 73

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di Franz Krauspenhaar

Non so nulla del Carnevale Cinese ma il Carnevale Ambrosiano è appena scomparso ed è stato seppellito. Al funerale non ho sparso una lacrima. Col calendario Gregoriano in mano attendo con fiducia la Pasqua Universale.

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MUNDUS IMAGINALIS – Stazione Terza

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Cronache dal paese dei Balocchi

Sono cresciuto tra boschi di robinie e campi di calcio dell’oratorio, la sera si giocava a nascondino nel frumento e si scopriva cosa c’è sotto le gonne. Il primo computer, a 32 anni, è stata una scoperta, ha arricchito il senso del reale di un adulto. Negli ultimi anni ho cominciato a chiedermi com’è il senso del reale di un ragazzo di oggi, che apprende la realtà nei nostri appartamenti pastorizzati, in forma quasi esclusivamente mediatica e soprattutto simulata. Ho fatto una ricerca nella cronaca bianca e nera, e nelle sterminate possibilità dell’industria dei giochi. Ne è nato un romanzo, “La porta degli innocenti”, in cui si racconta di crimini indecifrabili e giovani naufragi virtuali.
Il paese dei Balocchi è diventato un incubo?
(Da: V.Binaghi, La porta degli Innocenti, Dario Flaccovio Editore, 2005)

Genesis

Com’è finito il mondo di prima? Ci sono diversi scenari a disposizione.
Nel primo scenario è stata la Quarta Rivoluzione Industriale, quando anche i cinesi hanno cominciato a pretendere il frigorifero. L’effetto serra ha sciolto le calotte polari facendo alzare il livello degli oceani e sommergendo la maggior parte della terra. Restavano spuntoni di roccia inabitabili, dove un tempo arrivavano solo gli alpinisti. Per un po’ i superstiti hanno vissuto su barche, come in quel film con Kevin Costner dove la gente per bere ricicla le proprie urine, ma non era vita, e gli ultimi si sono suicidati in massa bestemmiando l’Arconte Supremo. Continua a leggere→

buio uno

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Ora dormo, forse sto sognando, per quanto dormirò e da quanto sto dormendo? Però penso. Penso che, per fortuna, sono caduta sopra al tappeto e non mi sono fatta troppo male, perché male non ne sento, dovrei sentirlo alla testa. Meglio così, ho la soglia del dolore bassa.
Però questo buio non mi piace, sono sicura d’avere acceso la luce quando sono andata a rispondere al telefono. Sì, sono entrata ed ho acceso la luce, ricordo bene. Allora perché questo buio? Sarà che nella fretta di rispondere al telefono non l’ho accesa, sarà che avevo intenzione d’accenderla e poi non l’ho fatto, sarà che mi sono distratta e nella foga non l’ho accesa, sì, dev’essere per forza così, a questo punto non sono più sicura di niente, sono confusa, però l’ho visto bene in faccia quell’uomo quando mi sono girata, quindi la luce doveva essere per forza accesa. Oppure era spenta e l’ho visto in faccia perché in quel momento è passata un’automobile che ha illuminato l’interno del negozio. Continua a leggere→

Una piccola storia new age

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di Mauro Baldrati

Quasi ogni mattina, dalla finestra della mia cucina, assisto a una scena che si ripete.
Raccolgo le briciole di pane o dei biscotti della colazione, le unisco alle briciole del giorno prima, qualche vecchia brioche scaduta, pezzi di panettone che compriamo dopo le feste in offerta al supermercato, e lancio il tutto sul prato del condominio, quattro piani più sotto.

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Covare

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di Franz Krauspenhaar

1.”Siamo animali del bosco, saremo bosco, saremo foglie, sotto di noi cammineranno passi, si spegneranno cicche di sigarette, e poi svaniremo accartocciati nel nulla“. Così disse mio figlio a mia nuora, la quale era una creatura senza grilli per la testa, e pensò bene di guardarmi sgranando gli occhi, come se mio figlio avesse detto una fanfaronata delle sue; invece mio figlio aveva detto una cosa intelligente una volta tanto, era stato preciso sul destino che ci attende, sulla fine inevitabile, e io ne rimasi naturalmente di sasso; e nonostante stessi apprezzando la lucidità di mio figlio finalmente ritrovata non avevo voglia di complimentarmi con lui, dopo tutto quello che mi aveva fatto negli ultimi anni.

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Assoluto Amore

di Giovanni Martini

Caro amico,
è con vivo rammarico che devo confermarti la mia decisione di porre fine a queste sofferenze. Ho lottato fin che ho potuto, ma adesso basta. Sono un uomo finito. L’opportunità che Nostro Signore l’Altissimo mi conferì non è bastata a donarmi pace sulla terra. Ho fallito in tutto, e ora nulla mi attende. Infatti non possiedo nulla, non ho nulla, non ho raccolto nulla. La mia biblioteca spartiscila con gli altri. Saprai bene come fare. Sono ottomila volumi di spiccatissima qualità. Edizioni rare, raccolte con tanto amore. Per quanto riguarda i miei abiti, buttali. Non voglio che nessun altro li indossi. Al piccolo Peter dona quel berrettino col ponpon, tanto delizioso. E’ l’unico capo che desidero trattenere in questo mondo. Continua a leggere→

Che forse gli somigliava

di Emanuele Kraushaar

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I miei guai sono cominciati la scorsa settimana.
Proprio il lunedì sera della scorsa settimana, infatti, buttatomi sul divano in procinto di guardare la televisione, mi sono accorto che non c’era più il telecomando. E che non era neppure nei posti possibili dove avrei potuto metterlo. E neanche in quelli improbabili dove sarebbe potuto finire.
Fatto sta che ho passato un’intera settimana a cercarlo e così anche per una settimana me ne sono stato senza televisione. Mi secca alzarmi per cambiare canale e se non posso cambiare canale la televisione mi fa schifo.
“Perché forse quello che mi piace è proprio il fatto di poter cambiare canale” ho detto al mio vicino Alessio Elfi, prima di accorgermi che il mio telecomando era sul tavolo del suo soggiorno.
“Quello non è certo il tuo telecomando, come vedi funziona con il mio televisore”. Ha fatto per accendere, ma io me ne sono andato sbattendo porta e cancello.
L’altra sera il mio telecomando è come spuntato fuori dal nulla e così sono corso dal mio vicino. Ma ad aprirmi è venuta una signora sulla settantina, che forse gli somigliava, ma che mi ha detto di non aver mai sentito nominare Alessio Elfi. E poi ha aggiunto che lei lì ci abitava da una vita e che un giorno di questi (“Non ora che devo fare la pedicure”), le avrebbe fatto piacere invitarmi a cena per conoscere il suo nuovo vicino.

Nella rete…

Rete

Sarà col crescere del mondo e delle parole, più onnipresenti e fuggevoli. Sarà l’ingigantirsi illimite dell’io, di milioni e milioni di uomini che migrano verso lo spazio infinito, del web, per ritrovarsi di nuovo, e poi di nuovo, ancora, con battesimale parola: “id…” “Madre, da questo luogo remoto e vicino io scrivo, mi disvelo come mai avrei creduto, per smentirmi, magari, poco dopo, per dichiararmi e prendere forma, davanti a una platea di occhi invisibili, silenti, che vedono e non vedono, come nell’abisso d’un oceano. Osservo come un possidente i miei poderi sconfinati, di parole, di immagini e di suoni; e il ripetersi del nome, il mio, come eco infinita; e le messi dei commenti per aver forza di nutrire, poi, altri poderi, e avere nuove messi, ancora, da riversare; sono qui sospeso, mano nella mano, assieme ad altri; contandoci, ogni volta, per scoprirci più lontani o affiatarci, dopo oasi di silenzio e solitudine: per la parola di troppo, od omessa, per un saluto apparso poco autentico, per la mia riga in meno nel dirti di me, o di te, per la risposta disguidata e perdutasi, per i contatti diradati nelle feste, e nelle ferie, a cui ho rinunciato da tempo, immerso, ormai, in un altro mondo; non surrogato di vita ma altra vita, raduno forse di presenze poco definite, di pochi pixel; non meno luminose nello scarto di tempo, nella fisicità che manca. Rimettimi alla luce un’altra volta, madre, sopra il pelo d’acqua sospingimi, ogni tanto; fuori da questa vita anfibia, da questa prossemica malata; ritorni pure l’aura all’esatto contorno del mio viso, e tuoni immediata la parola, non echeggi; e mi rispondano gli amici per le rime, guardandomi negli occhi, scuotendomi, con mani d’ulivo.

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