Archivi categoria: Racconti

La saga dei drughi- 2 (Tannhaeuser!)

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di Marco Saya & Franz Krauspenhaar 

La strada era notte pesta un po’ tempestosa, raggi di falò soleggiavano l’asfalto. Nord-sud-est-ovest accoglievano gli occasionali. L’orgasmo dell’assassinio pasteggiato a benzo, spensieratezza del m’ama non m’ama, poesia del tanto è toccato a loro, paraponziponziporo. Il nero si confonde con altro nero, accozzaglia di corpi ai lati, alcuni spiaccicati dalla buckomobile nella sua folle corsa. la tiepida brezza ci bacia le cicatrici. Piercingati a puntino suoniamo a festa. Pronti per il nuovo gioco…

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Monscerì # 2

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È amore, un grande amore quello che scoppia. Poi, all’improvviso, qualcuno rivela un particolare, un tassello del mosaico, un segreto a lungo nascosto, e per lei inizia il tormento. L’unica soluzione è sparire, andarsene, dimenticare. Perché?

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Combustibile di Valter Binaghi

fuoco

I russi ci hanno tagliato il gas.
Mano male che sono stato previdente. A casa mia c’era una stufa a legna.
Ai bei tempi dell’antropologia teorica, ho sempre pensato che togliere a un uomo il fuoco oltre che la terra, è togliergli la libertà di fare. Ci hanno resi dipendenti da chi elargisce il lavoro come una grazia, e da chi apre o chiude il rubinetto dall’altra parte del tubo.
Avevo visto giusto: prima o poi sarebbe successo.
Sono cambiati i tempi e il Bengodi è finito.
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Monscerì # 1

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di J.G.

A. lavora alla Clinica della Fertilità del Fairy Well Bros. di Chicago e ha un grande desiderio: diventare madre. Così, non avendo ancora incontrato l’uomo giusto, decide di ricorrere all’inseminazione artificiale. E proprio all’interno della clinica individua il donatore:  l’affascinante dottor B. D. Il destino, però, le riserva delle sorprese.

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Da figlio a padre…

di Pasquale Giannino

San Donato di Ninea Chiesa Dell’Assunta

La casa dove ho trascorso l’infanzia e parte dell’adolescenza era di mio nonno Pasquale. L’aveva acquistata negli anni Sessanta, coi risparmi svizzeri. Non fraintendetemi! Non era un uomo d’affari. E neanche benestante. Era da sempre un contadino. Aveva fatto la guerra d’Etiopia. Poi, richiamato per il secondo conflitto mondiale, dovette lasciare il figlioletto di pochi mesi (mio padre) e la giovane moglie, confidando nella solidarietà del vicinato. “Ero nel reparto munizioni e viveri,” mi diceva, “non ho mai sparato un colpo”. “Quando ritornò dopo lo sbandamento,” mi racconta mio padre, “vidi un uomo che barcollava in lontananza. Si fermò sotto un albero e ne strappò il frutto. Poi si avvicinò, mi prese in braccio… baciò mia madre. Subito dopo si lasciò andare stremato.”
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Thomas MANN – Gli affamati

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Di che parlavano? Di che mai continuavano a parlare? Ah, quel conversare che sgorgava facile e schietto dalla fontana inesauribile dell’innocenza, della spontaneità, dell’ingenua gaiezza, e al quale egli non sapeva prender parte, serio e tardo com’era stato fatto da una vita di vaneggiamenti e di intuizioni, dalle introspezioni paralizzanti e dalle angosce del creare! Se n’era andato: in una crisi di fierezza, di disperazione e di magnanimità s’era allontanato di soppiatto, aveva lasciate sole le due creature; ed ecco che ora, da lontano, con quel nodo di gelosia alla gola, stava ad osservare il sorriso di sollievo e d’intesa con cui coloro salutavano la scomparsa della sua presenza opprimente.

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Appunti

di Emanuele Kraushaar

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“Di noi tre il più violento era senza dubbio Danilo. Dopotutto era stato lui a bucare la mano di quel tipo con una matita. Raffaello invece era il più sveglio con le ragazze. Ci sapeva fare. Una sera al locale se ne stava abbracciato a due, quando è arrivata una specie di modella. Le ha cacciate e si è fatto avanti con lei.

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La saga dei drughi – 1 (caccia al bulgaro)

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di Marco Saya & Franz Krauspenhaar

“L’ho trovato prima io”, ora gli spacco la testa. Prendo un’aspirina, no un aulin, mi scoppia la testa, c’è troppa gente, lui è lì in mezzo, la cubista mi strofina la nera bellezza di una pelle sudata, cade un cubetto di ghiaccio, porfido per quel bastardo nascosto. Ora lo vado a prendere. Il dj Tony spara luci come paillettes variopinte. Sono cieco. Siamo ciechi.

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La Carne del Debole

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Il Maestro di zen Hakuin era decantato dai vicini

per la purezza della sua vita.

Accanto a lui abitava una bella ragazza giapponese,

i cui genitori avevano un negozio di alimentari.

Un giorno, come un fulmine a ciel sereno,

i genitori scoprirono

che la ragazza era incinta.

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Lo strappo sulla schiena (di Elena F. Ricciardi)

La gente passa frettolosa fra il tapis roulant e la porta automatica. I carrelli pieni, i bambini col palloncino accartocciato in forme varie, appena usciti da una qualunque festicciola chiassosa nel chiassosissimo centro delle meraviglie. Coppiette teneramente allacciate, vecchi mano nella mano come un tempo lungo gli argini sotto la luna, famiglie in gita fra vetrine vuote di luci.

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Tutto l’incomprensibile mistero dell’universo

di Emanuele Kraushaar

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Mio nonno aveva un’energia incredibile. Pochi mesi prima di morire era venuto a trovarci a Roma. Era rimasto una sola settimana. Abbastanza per mettere a soqquadro mezza casa, conoscere una signora sulla settantina (prontamente invitata a cena da noi), farsi mordere dal cane del vicino.
Il giorno della partenza, che arrivammo in ritardo alla stazione, per prendere il treno in tempo saltò sul carrello e mentre si teneva in equilibrio io lo portai alla sua carrozza.
E quella fu anche l’ultima volta che lo vidi, dato che un brutto male se lo portò via quella stessa estate. A parte ieri che rideva riflesso in una pozzanghera, mentre una macchina gli passava sopra e mi schizzava addosso acqua e fango. Ma è proprio dalla sua morte che sono cominciate quelle strane allucinazioni. L’altra sera il mio gatto, che a mala pena miagola, mi ha parlato.
“E’ ora di dormire, spegni quella maledetta televisione!” ha detto, mentre addosso mi calava tutto l’incomprensibile mistero dell’universo.

Vicino al letto

di Emanuele Kraushaar

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Quello prese subito confidenza. Ci aveva messo mezzo secondo a bruciare lo spazio che lo separava dalla mia scrivania, ad appoggiarcisi sopra, a rivolgermi la parola.
“Da quanto lavori qui?”.
Borbottai qualcosa. Erano mesi che non davo confidenza a nessuno, perché era quella la linea che avevo deciso di avere in ambito lavorativo.
“Guadagni bene?”.

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Allora si scherzava poco…!

IL GIURAMENTO DEI SANFEDISTI

Giuro di mantenermi fermo nella Santa Causa che ho abbracciato, di non risparmiare nessuno appartenente alla infame combriccola dei liberali, qualunque sia la sua nascita, parentela o fortuna; di non avere pietà né dei piccoli bambini, né dei vecchi e di versare fino all’ultima goccia di sangue degli infami liberali, senza riguardo né a sesso né a grado.

Uno dei momenti più rilevanti della campagna condotta dal Cardinal Ruffo di Calabria per la riconquista del Regno di Napoli nel 1799 fu indubbiamente la presa di Altamura, grosso centro pugliese sulla strada che da Matera conduce a Bari. Il Ruffo, sbarcato nella sua Calabria con pochi compagni ed una bandiera riportante il motto “In hoc signo vinces!”, era riuscito in brevissimo tempo ad allestire una eterogenea armata di volontari (contadini, cafoni, basso popolo, financo bande intere di briganti) che, nella sua vertiginosa avanzata, aveva avuto facilmente ragione delle forze repubblicane italo-franco-napoleoniche.

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Bloc notes. Se la casa è in fiamme. 6

di Giorgio Morale

Grandi feste, grandi prove.

“Vuol dire che passeremo un Natale semplice ma felice”.
Erin ha realizzato che, causa un’infezione volatale in gola, non trascorrerà le feste dai parenti, in un paese di montagna dove non manca mai la neve e l’aria, l’acqua, il pane hanno il buon odore della legna bruciata.
“Un Natale semplice ma felice” diventa il nostro motto. E la piccola annuisce, come una sibilla. Continua a leggere→

Sapore di Male – 5 (e ultima)

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di Barbara Delfino

“É saltato fuori che è stato un omicidio. E che chi lei voleva fosse incolpato ha cercato di togliersi la vita. Ce la farà, la pallottola si è infilata nello spazio tra la calotta cranica e il cervello, ne avrà per parecchio tempo, ma vivrà. L’interessante è il movente, il perché di tutto questo. Lei lo sa?”

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Sapore di Male – 4

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di Barbara Delfino

Cervaro è alla scrivania di Sciaccaluga quando questo entra in ufficio. Le scarpe sul ripiano, lo sguardo accigliato.
Mentre gli parla ogni accento napoletano sparisce, la voce si fa seria, secca. Sciaccaluga annuisce, comprende, inizia a collegare.
“Come intende procedere?”
“Sciaccaluga, ti ho risolto io il caso. Non ho voglia di fare tutto fino in fondo”.
“Vado, allora”.

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Autoritratto due

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di Riccardo De Gennaro

Le visage humain est un force vide, un champ de morte. La vieille revendication révolutionnaire d’une forme qui n’a jamais correspondu à son corps. Dieci anni prima che il protagonista di questo autoritratto nascesse, quarant’anni prima che andasse in giro con quel cappello di paglia alla maniera di Van Gogh e che tutti a Moncalieri lo considerassero pazzo, il poeta Antonin Artaud scriveva che il viso umano è una forza vuota, un campo di morte. Davanti alla macchina fotografica di Georges Pastier, Artaud – che di Van Gogh parlò come di se stesso, un suicidato della società – tentava di dare pienezza alla forza vuota. Quella sera l’uomo che scrive questo autoritratto passò in rassegna tutti i ritratti fotografici di Artaud e tutti gli autoritratti di Van Gogh che riuscì a trovare in libreria, dopodiché tentò di rendere il suo volto la cosa più lontana possibile dal suo corpo.

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Sapore di Male – 3

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di Barbara Delfino

Durante l’ispezione, Cerami trova nel bagno della stanza di Tinca un tovagliolo di una pizzeria. Con ricamato il logo del ristorante Da Vincenzino – Bordighera. É sporco di sangue, è nascosto nel buco della ventola di areazione nella parete della vasca. Lo ha trovato solo perché in un film visto al cinema la settimana prima l’investigatore cercava anche lì, tra le palette sporche di polvere.
Cerami è basso, è salito su uno sgabellino, ha rischiato di cadere. Ma ha trovato quel che Sciaccaluga voleva.

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