
La poesia post-novecentesca può ancora essere legittimata se saprà emanciparsi dalla prosodia e dalla sintassi per scrivere una nuova fisica delle esistenze umane messe in versi. Ha un senso ancora scrivere poesia se riesce a collocare le nostre vite dentro uno spazio ed un tempo nuovi, se, attraverso la parola, ci permetta una comprensione piena del nostro posto sulla terra.
Come la fisica quantistica, la poesia di Sabatina Napolitano, all’esordio con la sua raccolta, Scritto d’autunno (Edizioni Ensemble, 2019), ma chiaramente maturata in un percorso di costruzione poetica che si percepisce sgorgato da lontano, è magmatica e reticolare. Si inserisce, anche senza volerlo, in questo nuovo cammino gravitazionale che non ha bisogno di protesi attive, musicali o vocali, per risvegliare il verso. E’ una poesia oggettiva in quanto vincolata ai dati e alle componenti dell’esperienza umana ma che non ci lascia in mano le cose inanimate o, all’opposto, icastiche quasi parlanti delle neo-avanguardie. È solo pioggia a piovere./Sì c’è il pane sul tavolo, i piatti, le forchette/ c’è tutto tranne il mare, e non manca. Nella poesia della Napolitano le cose “non sono”, esse “accadono”. La sua poesia riesce a costruire un sistema di eventi che (ri)danno senso a tutto il vocabolario della biografia umana, di tutte e di ciascuna. Grazie a questa nuova poesia (ri)comprendiamo il mondo mettendo in versi relazioni; no fa poesia con le cose o con noi stessi altrettanto fissi e inerti. I poeti raccontano il tempo, il suono, lo spazio/ come l’ordine del mistero:/ a ricordare il vuoto che ora rendi ricco d’istanti,/ non chiedermi di più/ la luce fuori, il suono di ciò che dici,/il vento che non apre gli oggetti/ ma li chiude,/ in alcune righe c’è un’ombra,/ che quasi d’improvviso ti parla:/ sono alcuni nomi, di quelli che alla fine/ sembrano altri poeti, nuovi amici.
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