Archivi categoria: Scritture

Un presepe africano

di Kika Bohr

Anche a luglio, come durante tutto l’anno, il lunedì e giovedì, sotto casa nostra abbiamo uno storico mercatino di frutta e verdura. Negli anni si sono aggiunte alcune bancarelle di vestiti nuovi ed usati, prodotti per la casa, libri e due bancarelle di bric-à-brac, che mi incuriosiscono sempre. Ma l’ultima bancarella arrivata in ordine cronologico, proprio sotto la nostra finestra, è quella di un venditore africano che vende soprattutto ceste, bellissime ceste di ogni grandezza, con coperchio o senza, di paglia di colori meravigliosi. A volte espone anche stoffe del Mali e statuette in legno di animali. Mi è stato impossibile resistere al fascino di alcune di queste e così ho cominciato col comprare prima una pantera con un orecchio difettoso ma dalla forma molto sinuosa assieme a un lepre seduto, dall’aspetto serio, poi una giraffa con lo sguardo dolce rivolto all’indietro. Qualche mese dopo non ho resistito a un rinoceronte rugoso e scuro. Infine un bufalo africano rossiccio e panciuto, anche lui con le orecchie poco ortodosse. Avevo già in casa due “ombre”, magrissime figure in legno di donne africane stilizzate con un bambino sulla schiena, acquistate davanti alla Statale quando ero ancora studentessa, una testa scura di ragazza con le treccine, comprata dieci anni fa per due euro da Emmaus (mi sono vergognata di averla pagata così poco) e un “albero della vita” con cinque figure umane che si arrampicano, piccolo prodigio di scultura artigianale – meraviglia di stilizzazione e di equilibrio tra pieni e vuoti – comprata da un robivecchi egiziano (anche lì, cinque euro!). Continua a leggere

Tutto ciò che succede ti riguarda

di Stefanie Golisch

Lo stato delle cose.
A un certo punto, le cose sono andate come non dovevano andare, ma qual è quel certo punto? Quando ha cominciato che la difesa della pace e del principio della non-violenza sono stati buttati ufficialmente nella spazzatura della storia?
Sarebbe ipocrita ignorare il fatto che le due guerre in corso, che vengono utilizzate dai mass-media per dividere il mondo in buoni e cattivi, facciano parte di una catena ininterrotta di conflitti armati che raramente concedono una tregua. Si sa, ma è nella natura dell’uomo escludere dal proprio campo visivo ciò che non gli tocca direttamente. L’idea che tutto ciò che esiste è collegato e che le nostre azioni e i nostri pensieri risuonino nel mondo e perfino nell’universo, è per la maggior parte un’astrazione, se non una assurdità a prescindere.
Eppure l’esperienza vissuta insegna che è proprio così. Tutto ciò che succede ti riguarda recita un verso del poeta tedesco Günter Eich: il bene, il male e i vasti paesaggi di ombre e ambiguità che sono il teatro del nostro maldestro vivere. Ogni volta che una persona muore violentemente, tutta l’umanità si macchia di sangue. Il peso della responsabilità non è mai soltanto di chi è direttamente coinvolto, ma di ogni uomo. Continua a leggere

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Incontri XXXI

Franz Kafka (1883-1924)
da: Bambini sulla strada di campagna

Andai verso quella città, della quale si diceva nel nostro paese:
“Lì c’è gente, pensate, che non dorme!”
“E perché non dormono?”
“Perché non hanno mai sonno.”
“E perché non hanno mai sonno?”
“Perché sono matti.”
“Ma i matti non hanno sonno?”
“Come fanno i matti aver sonno?”

Rachel Wetzsteon (USA, 1967-2009)

Blue Octavo Haiku

dopo Kafka

Indolenza e impazienza
sedute su grosse poltrone,
pianificando la mia rovina.

Una gabbia malvagia
volava lungo l’orizzonte
alla ricerca di un uccello.

Bruciavo d’amore,
in stanze vuote voltavo
coltelli contro di me.

“Guarda il cancello luminoso”,
disse il guardiano. “Ora vado
a chiuderlo. “

Appena avevano pulito la strada,
cadevano nuovi mucchi
di foglie secche.

Ma nulla uccide la fede
come una ghigliottina,
tanto pesante, tanto leggera.

Felicità? Trovare
il tuo nucleo indistruttibile
e abbandonarlo a sé.

Nel cielo
volava senza fiato
una legione di corvi impossibili. Continua a leggere

Incontri XXX

Reiner Kunze (Germania, 1933)

sotto gli alberi che stanno morendo

Abbiamo offeso la terra, si prende
indietro i suoi miracoli

Noi, di questi miracoli
uno

Stefanie Golisch (Germania, 1961)

Sotto un cielo cadente

Io non sono fatta per te e tu non sei fatto
per me, siamo fatto per renderci liberi
l’uno dell’altro

r.m.drake

essere umani è
essere rotti e
rotti è un modo
proprio di essere belli Continua a leggere

Incontri XXIX

E.E.Cummings (1894-1962)

Ma questa sera vengo con un sogno negli occhi.
Con una rosa busso alla porta del tuo cuore senza speranza –
Aprimi!
Perché ti voglio mostrare posti nessuno conosce.
E se vuoi,
posti perfetti per dormire.

Bert Brecht (1898-1956)

Dove state andando? Da nessuna parte. Da chi state scappando? – Da tutti.
Vi chiedete, da quando sono insieme?
Da poco. – E quando si lasceranno? – Presto. Continua a leggere

La Signora Adele

di Kika Bohr
Questa mattina, camminando al parco tra le foglie secche, guardando le meravigliose chiome gialle dei tigli e rosse degli aceri e i rami spogli che spuntano sopra il fogliame, mi sono sentita propensa ad evocare ricordi belli. E improvvisamente mi è venuta in mente la Signora Adele: “Adeladle” come la chiamava la bambina del primo piano. La nostra vicina di pianerottolo Salvagni Adele come stava scritto sulla casella delle lettere. Sulla sua porta in fondo al ballatoio invece non c’era scritto nulla, non c’era il campanello, le persiane sempre chiuse erano foderate con carta di giornale. Per salutarla quand’era in casa si doveva bussare forte perché era un po’ sorda. Ma non era spesso in casa perché andava al parco con la sua borsetta nera, un po’ di rossetto rosa e un cappello di lana a turbante grigio, e si sedeva a guardare la gente che passava. Continua a leggere

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Disinnescare da dentro. La testimonianza di Etty Hillesum

di Raffaela Fazio

Etty Hillesum, giovane ebrea olandese morta ad Auschwitz nel novembre del 1943, risponde alla guerra, o meglio all’odio che la guerra comporta, con un duplice movimento di disinnesco, interiore ed esteriore: 1) un profondo scavo introspettivo per estirpare dentro di sé le radici delle pulsioni negative (le stesse che si riconoscono negli altri), superando quei sentimenti “a buon mercato” e non risolutivi come il rancore e il desiderio di vendetta, e mantenendo vivo il senso di gratitudine, di fiducia e di accettazione, accettazione che non è rassegnazione o fatalismo, ma capacità di trasformare la prova in forza, in energia costruttiva e benevola; 2) un’appassionata, quotidiana dedizione agli altri, nella consapevolezza di ciò che ogni scelta implica e nell’incrollabile amore per l’umanità, nonostante le aberrazioni e le atrocità del suo tempo. 

Etty guarda in faccia il dolore e non si tira indietro. Vuole esserci. Vuole essere là, per condividere il destino della sua gente, alleviandone come può la sofferenza e testimoniando fino in fondo che “la vita è bella e ricca di significato” e che “ogni atomo di odio che si aggiunge al mondo lo rende ancora più inospitale”.

A mio parere, il messaggio di Etty non solo è sempre attuale, ma è anche sempre attuabile se si coglie il suo fulcro: non preoccupiamoci di cambiare il mondo, ma pensiamo a cambiare noi stessi. Cambiare noi stessi è sempre possibile (per quanto richieda un lavoro costante): questa è la nostra vera libertà. Una libertà che nessuno, in nessuna circostanza, potrà mai sottrarci. Il resto poi verrà.

 *

(per Etty Hillesum)

Dentro
mi porto tutto
anche a fatica, col fiato corto.
La vita, una cesta piena
sino alla fine.
E se interrotta
farò il mio meglio
sulla soglia di un’altra stagione
passerò – staffetta –
il testimone.

Raffaela Fazio
da Gli spostamenti del desiderio (Moretti&Vitali, 2023)

Qui, il link a: “Versipelle. Poesie di guerra e di pace. Raffaela Fazio e Etty Hillesum” (15/11/2023)

https://www.youtube.com/live/chvFyl__ZQs?si=lURcPwnnZ25vmJMp

La parola ai poeti. Patrizia Baglione


E c’è che vorrei il cielo elementare azzurro come i mari degli atlanti

la tersità di un indice che indica questa è la terra, il blu che vedi è mare.

Pierluigi Cappello

Questi versi di Cappello cui sono molto legata – mi accompagnano in lunghe passeggiate nelle vie dell’eterno. Versi indelebili. Tatuati fino all’ultimo strato di pelle. In fondo è a questo che serve la poesia: a condurci in luoghi sospesi, senza tempo, nel vuoto più assoluto che si trasforma in pieno. Una linfa che scorre tiepida all’interno, che non brucia, ma fa parte del corpo stesso. Un’amica a cui confidare le cose più tenere e disgraziate. Una compagna fedele negli anni avvenire. Delude poco, se non pochissimo. Ti resta accanto mentre tutto il resto del mondo prova a sbriciolarsi sotto i piedi. La poesia è azzurra. Il mio colore preferito. Celeste, come i mari del poeta. Celeste, come tutta la mia infanzia. Sognare ad occhi aperti, continuare a farlo anche di notte. La poesia è soprattutto sfinimento. Andare a dormire a tarda ora senza far riposare neppure le stelle. Cantare l’alba. Chiedersi – poi in fondo – a cosa porti tutto questo.
A viversi davvero
È dunque la risposta.

Patrizia Baglione Continua a leggere

In memoria Christian Bobin ( 1951-2022)

Ce qui parle à notre
cœur-enfant est qu’il
y a de plus profond.
J’essaie d’aller par
là. J’essaie seulement.

Ciò che parla al nostro
cuore bambino è cosa
più profonda.
Cerco di raggiungerlo.
Ci provo soltanto.

Christian Bobin

Prima di partire

a C.B.

Imparare a accarezzare un gatto, imparare io sono io
e tu sei tu, imparare il mondo è mio, imparare non è
così, imparare il tempo delle cose, imparare il mio
tempo, imparare che quando il gatto dorme dorme,
imparare a dormire anche io

Stefanie Golisch

Oggi, un anno fa, è morto lo scrittore e poeta francese Christian Bobin.
Il quadro è di Janet Sobel.

Antonio Bonchino, un ricordo

di Emanuela Sangalli

Il nome

La mente, l’anima, l’io… il mio nome.

Quello che altri conosce è guscio d’uovo.
“Antonio”. E cadrà, in qualche modo. Ma nessuno
vedrà quel giorno un pulcino di cenere
o un pigolìo di chiarore. Quel giorno

mi saprò. Io
sarò interamente quel nome che oggi
sulla porta del sonno o dell’abissata orazione
va di lontano lampeggiando. Raramente.
Né mai ricordo. Continua a leggere

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Incontri XXVIII

Dedica alla nipote Samay

di Heinrich Böll (Germania 1917-1985)

Veniamo da lontano
liebes Kind
e lontano dobbiamo andare
niente paura
tutti sono con te
che sono stati prima di te.

Simmetria

di Ruxandra Niculescu (Romania, 1949)

Il corpo sogna
che gli crescono le ali
l’anima sogna
di mettere le radici.

Nota a piè di pagina

di Bill Knott (USA, 1940-2014)

Tutti noi che siamo vissuti sulla terra
e tutti i nostri amori e guerre
chi sa se la luna
si ricordi di loro. Continua a leggere

Tre libri di, su e per la traduzione di Marino Magliani 

Articolo di Giovanni Agnoloni

Tre libri di, su e per la traduzione di Marino Magliani 

Una riflessione generale sull’opera di autore e traduttore di Marino Magliani è cosa pressoché impossibile da fare in poche righe, tanto è vasta e articolata. Per di più, per me s’intreccia con il fatto di essere suo amico da molto tempo. Anzi, scrivo su questo blog perché quindici anni fa (abbondanti) mi ci introdusse proprio lui. E insieme abbiamo fatto e continuiamo a fare tante cose, in ambito letterario e linguistico.

Qui, però, vorrei concentrarmi su tre momenti recenti del lavoro di Marino, ovvero il romanzo Il bambino e le isole (Un sogno di Calvino) (ed. 66th&2nd), l’opera critica Calvino, Biamonti, Magliani. Il racconto del paesaggio, lo sguardo, la luce (di Luigi Marfè, Claudio Panella, Luigi Preziosi e Fabrizio Scrivano) (ed. Exòrma) e il volume Islario fantastico argentino (di Salvador Gargiulo, Alejandro Winograd, Gonzalo Monterroso e Alberto Muñoz) (ed. Tarka), su numerose isole(tte) del territorio argentino, trattate con spirito tra il geografico e il fantasioso, che Magliani ha tradotto con una competenza che non nasce solo dalla conoscenza della lingua, ma da quella dell’Argentina, dove ha trascorso un periodo della sua vita.

C’è un elemento comune che attraversa tutte e tre queste opere; e si tratta di qualcosa che, nel mio lavoro di saggista e di narratore, ho sempre avuto a cuore, ovvero la dimensione sottile interna al reale. Questa non è indice di “fuga dal mondo” (Tolkien avrebbe detto di “escapismo”), ma al contrario della volontà di cogliere le dinamiche più intime e apparentemente inafferrabili del mondo e della vita. È, come ho già avuto modo di scrivere altrove, la “Terra di Mezzo della realtà”, strettamente connessa con i misteri dello spazio e del tempo.

Non a caso, Il bambino e le isole ha come sottotitolo Un sogno di Calvino. Il tema è quello che il grande autore avrebbe voluto sviluppare in un suo racconto, che però non scrisse mai, e che Magliani ha “recuperato” e sviluppato con la sua voce genuina, intrecciandolo con scene e momenti attinti dalla vita stessa di Calvino, anche legati al suo supposto incontro, da ragazzo, con il filosofo Walter Benjamin durante un suo soggiorno in Liguria. Continua a leggere

Incontri XXVII

La povertà del santo

di Peter Huchel (Germania, 1903-1981)

Chiunque tu sia,
sacre ossa,
mascella spalancata,
cinto da filo dorato
sotto le arcuate costole
ardeva un cuore,

Quando il gelo
solleva le pietre
l’assenza di pietà
dice l’elogio del creato.

In muta attesa

di David Maria Turoldo (Italia 1916-1992)

Parole, e segni, e immagini,
ringhiere alle nostre solitudini:

maschere di depistaggio
dalla strada verso il nudo
Essere:

certo, neppure da nominarsi,
appena da invocare
in silenzio:

là tu permani
oltre lo stesso Dio:

e io di qua
in muta attesa
Continua a leggere

Incontro XXVI

Giorno d’autunno

di Rainer Maria Rilke (1875-1926)

Signore: è tempo. Grande era l’estate.
Metti la tua ombra sulle meridiane,
e libera i venti sopra le pianure.

Dì agli ultimi frutti di maturare,
concedigli ancora due giorni di tepore,
affinché si possano compiere, e spremi
nel grave vino l’ultimo sapore.

Chi ora non ha casa, non l’avrà.
Chi ora è solo, lo rimarrà a lungo,
vegliando, leggendo, scrivendo lunghe lettere
e camminando irrequieto tra i viali
nel fluttuare delle foglie.

Giorno d’autunno 2023

di Stefanie Golisch (Germania, 1961)

L’estate non era più grande della primavera, non
più saporito delle mele Pink Lady che poco sanno
di mela. La stanza del poeta è vuota, sul tavolo ha
lasciato il libretto d’istruzione della caldaia con
l’augurio di riuscire a farla partire Continua a leggere

La parola ai poeti. Gregorio Tenti


La definizione più interessante di poesia l’ho sentita da
Francesco Muzzioli [01:10:00], ed è: “Poesia: plaf” (la poesia come morale è tutto ciò che si deve evitare in prima istanza). 

Per un certo periodo sono stato convinto che una buona definizione di poesia potesse basarsi sull’ecceità linguistica e testuale. In questo senso poesia sarebbe una modalità dell’ostensione del “questo”, gesto deittico che al quesito del lettore (“Cosa mi vuoi dire?”) risponde tautologicamente con la sua stessa presenza. Ora mi sembra che questa soluzione sia poco più che un adagio anti-idealistico, un dispettuccio a Hegel brandito un po’ da chiunque. Continua a leggere

Incontri XXV

The song

di Stefanie Golisch (Germania, 1961)

C’è un cane davanti alla porta d’ingresso,
ma nessuno ricorda il suo nome, questa è
casa tua, un’altra non c’è, e nemmeno un
altro cane, ti ripeti quello che dicono tutti:
non ci si può fidare di nessuno, ma il cane
si fida di te

Da: Sacro minore

di Franco Arminio (Italia, 1960)

Sacro se ti metti in ginocchio
anche se non credi a niente.

Il quadro è di Janet Sobel

In memoriam Charlotte Salomon (1917-1943)


Il mio tempo

per Charlotte Salomon (1917-1943)

the smallest color of the smallest day
Delmore Schwartz

Chi sono? Chi ero e chi sarei diventata?
La mia fiaba finisce qui. Attendo vita e
morte che forse sono la stessa cosa e
forse no. Questo è stato il mio tempo,
l’unico, il migliore di tutti. Vi lascio la
mia storia, ora attendo le vostre

Ottant’anni fa, il 10.10. 1943, la pittrice Charlotte Salomon, incinta di
alcuni mesi, fu uccisa ad Auschwitz. Aveva 26 anni.

Valentina Calista, due testi per san Francesco

Nella cella scura
la pietra è verbo,
parole di vero e vento
(San Francesco, San Bernardino
da Siena) e sacre orme
nella terra nell’aria.
È tutta una benedizione
d’incanti e pietre,
luogo di creature
solcate da silenzio e luce.
Luogo di canti smodati e vento
lecci secolari e chiome.

Benedette le vostre mani
Insieme, salvezza degli ultimi,
ad indicare le stelle
a chi le costellazioni
non sapeva guardarle.

Tutta questa pietra
scavata da preghiere
che sanno d’abissi e luci,
quotidiano intercedere
in ombra, cecità occulta
prima io, secondi voi, tutti.
C’è vita che parla eternata
in secolari gesti d’umiltà.
Piegatevi al volere dei santi.
Piegatevi al sonno dei pazzi.

*

Laudato si’, mi’ Signore
cum tucte le tue creature,
per ogni soffio di vento
che non tace e crea agitazione,
per tucte le fiamme del cielo
della cui luce conosco il nome,
per ogni gesto fatto presenza
e taciturna responsabilità d’amore,
per la salvezza còlta nel fiore
per la saggezza dell’albero
per la notte che crea preghiera
per la vita che si compie a sera.
Laudate et benedicete mi’ Signore’ et ringratiate
che la vita col suo sguardo tempesta può causare.

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Giornata mondiale degli animali

Il cane Maruska
Non una fiaba

di Stefanie Golisch

C’era una volta – e c’è ancora – un piccolo paese di montagna. In mezzo al paese vive il cane Maruska. Il paese è bello e la gente è alla mano. Che cane felice, si direbbe, ma non è così. Il cane Maruska vive legato a una catena lunga un metro. In mezzo al paese, sotto gli occhi di tutti. Poverina, dice qualcuno, fa pena il cane Maruska che vive di acqua e pane sotto il cielo aperto che per lei è un quadretto d’infinito. Per gli altri, la maggior parte, è soltanto un cane, e la vita di un cane è così perché è sempre stata così e perciò è giusto che sia così. Ma prima o poi arriva chi non è d’accordo che il cane Maruska sia soltanto un cane, e lo dice ad alta voce, e perché nessuno vuole sentire, lo dice ancora più forte, ma ancora nessuno vuole apprendere la grande novità che il cane Maruska non è soltanto un cane, ma uno di noi. E perché tutto deve rimanere così com’è sempre stato, questa voce deve smettere. I cani sono i cani e gli uomini sono gli uomini, dice la brava gente, cattivo, invece, è chi sostiene il contrario. Il cane Maruska non sa nulla di tutto ciò. È contenta quando qualcuno le porta da mangiare, è felice di una carezza e, a modo suo, ama l’uomo che la fa vivere così perché lui è il suo padrone. La storia del cane Maruska non ha nulla da insegnare, non si presta a diventare una fiaba, la sua storia è la vita stessa che non conosce lieti fini, ma lascia sempre tutte le domande aperte poiché nessuno di noi possa mai dormire tranquillo.

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Uomo del suo tempo

August Schrader (1906-1943)

a mio fratello Andreas Maximilian Golisch (1963-2022)

La realtà deve diventare vecchia per diventare reale.
Stig Dagermann

La vita è uno sforzo continuo per raggiungere l’armonia, visto che può sopravvivere solo come un sistema armonioso di materiali e di energie. Più una creatura è armoniosa, più semplice, più adattabile, più a lungo vive la sua specie: l’eterna ricerca dell’equilibrio pervade tutto ciò che accade. Il mondo è un sistema di continui bilanciamenti.
Leggo queste parole in uno testo che mio nonno, l’operaio August Schrader (1906-1943), aveva scritto alla fine degli anni ’30 del secolo scorso. I suoi appunti, apparentemente di tipo scientifico, in realtà, sono un appassionato trattato sulle connessioni cosmiche che ci muovono e che noi stessi, in quanto parte del grande universo del vivente, muoviamo.

Non è casuale che, proprio in questo momento della mia vita, abbia cominciato ad interessarmi del lascito di mio nonno. Sebbene mio fratello l’avesse digitalizzato già qualche anno fa, è stato solo quando sono entrata in possesso dei documenti originali che la sua lontana figura ha preso vita.
Morto a 37 anni sul fronte russo, ha lasciato uno spazio vuoto che lo ha predisposto a diventare uno specchio di perenne autointerrogazione: per mia madre, che all’età di tredici anni aveva perso il padre e per i suoi figli, cresciuti con l’idea – anche se mai espressa esplicitamente – di non aver conosciuto il membro più prezioso della loro famiglia.

L’unico ritratto fotografico che esiste di lui, mostra un giovane uomo sulla trentina con folti capelli scuri e piccoli occhiali rotondi. Probabilmente si tratta di una foto tessera che è stata ingrandita dopo la sua morte: questa nitida immagine di un bell’uomo il cui aspetto denota uno stile assai personale. Infatti, il tessuto dell’abito, il gilet di lana, la camicia finemente rigata e il papillon a pois sono accuratamente coordinati. Su quali modelli si sarà formato il suo gusto, tutt’altro che scontato per un uomo della sua classe sociale?
Non lo so.
Questa frase è il mantra che ritmerà la mia ricerca.
Non lo so.
Sul piano concreto è impossibile ricostruire gli avvenimenti e per quanto riguarda le particolari atmosfere del suo tempo – odori, sapori, idiomi, modi di pensare e di agire – possono essere solo accennate di volta in volta in forma interrogativa.
Da quel poco che mi ricordo dei racconti di mia madre e di mia nonna e da quello che mi permetto di immaginare, cercherò di dare un volto a un uomo morto ottant’anni fa che nessuno ricorda più tranne me. Continua a leggere

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