Archivi categoria: Scritture

Letture per e con i ragazzi: Cronache dell’Ade di Mattia Corrente

Ho letto Cronache dell’Ade (Salani, 2024, 304 pagine, euro 15,90), il secondo libro di Mattia Corrente, con illustrazioni di Chiara di Vivona; lo scrittore siciliano ha esordito nel 2022 con lo splendido La fuga di Anna (Sellerio editore) e ha sperimentato, con grande successo, la letteratura per ragazzi.

Leggo. Rido tantissimo, perdo la cognizione del tempo e dello spazio, e ogni tanto mi commuovo.
Mia figlia tredicenne: Ma’, certo che sei strana, ma che c’è in questo libro oh?
Tutto Nico, c’è tutto. Una trama avvincente, dialoghi divertenti, riflessioni profonde ed è scritto benissimo. E poi ci sono degli elementi riconoscibili, che aiutano nella lettura e ti immettono sul sentiero che percorrerai insieme con l’autore.

Cioè?
Hai presente Pollon? (Sì, l’ho fatto vedere anche a Nicoletta e Riccardo). Ecco, ci sono tantissimi personaggi che abbiamo studiato a scuola, letto, incontrato, rivisti in chiave fantastica.

Ossia bella?
No. Cioè sì, Mattia Corrente ha creato personaggi stupendi, con una profondità unica, verosimili, solidi. Fantastici nel senso di fantasy, miti, scenari sovrannaturali (stanno nell’Ade, gli Inferi, l’Inferno). Continua a leggere

Due estratti di Alessandra Boero

da Ovunque Lei sia, un saluto dall’inferno… di Alessandra Boero (ed. Philobiblon)

“Totoismo”

prefazione di Marino Magliani

Qualche anno fa è uscito un romanzo di Giuseppe Conte, un giallo, del genere marinaresco, ambientato sulla Costa Azzurra. È un romanzo che racconta un presente  futuribile. In qualche modo racconta una distopia. Il titolo è Il male veniva dal mare e sarebbe un titolo perfetto per il libro per il quale ho accettato di scrivere questa nota. Libro che si può leggere come un frammento di biografia, quello che il lettore ha in mano, cronaca o reportage, o semplicemente il romanzo assurdo. C’è un uomo, col suo dolore, e quest’uomo tenta di farsi capire e di esistere, egli chiede giustizia, perché è un uomo con immensi disagi, sconforti, sogni, emozioni. Purtroppo non si tratta di un romanzo. Un uomo, in effetti, che era un giovane uomo, forte di nervi e muscoli, intelligente, con una professione che amava, e che ora, grazie peraltro alla dedizione e all’amore di chi lo sostiene e lo cura, può solo aggrapparsi a quel gemito: il to-to-to che sostituisce quasi ogni altro messaggio, un linguaggio frammentario che descrive e contiene ogni entusiasmo e gli incubi che lo riempiono, quando entuasiasmo e sogni spariscono. E questo – il to-to-to, dicevamo-, perché un giorno, alla fine dell’estate, nel settembre del 2014, il male veniva dal mare. Continua a leggere

Maria Pia Quintavalla, Saudade

di Mauro Ferrari

Maria Pia Quintavalla, Saudade (2017-2022), Prefazione di Giancarlo Sammito, puntoacapo Editrice 2024.

Saudade (2017-2022) segue a distanza ravvicinata la riedizione, sempre per puntoacapo, di Estranea canzone, e sembra indicare un imponente sforzo di chiarificazione nella poesia di Maria Pia Quintavalla; il che, inevitabilmente e senza tirare in ballo la spinosa questione del rapporto fra biografia e scrittura, è pure indicativo.

Aprendo il libro, si trova in incipit un testo significativo come C’è bisogno degli altri (p. 15): affermazione decisa, tutta esplicita, che sembra quasi fugare le nebbie di una scrittura tutta chiusa in sé, nell’impenetrabilità opaca dei rovelli stilistici. La poetessa prende di petto il mondo con le armi della poesia e affronta i temi a lei cari del femminile – inteso come range tematico personale, sociale, civile e politico, ma anche come punto di vista specifico da cui vivere, osservare e giudicare la realtà nei suoi vari livelli. Continua a leggere

“sul petto dell’amore” il canto per il padre: nell’ora dell’aurora di Daìta Martinez

[foto di Luca Pizzolitto]

a cura di Pietro Romano

La memoria poetica come presidio del pensiero d’amore: la poesia trascorre in questo sostare e si restituisce al lettore in un vigore di dolcezza e grazia che risana ogni ferita. Il sospiro, la lontananza, il sogno, la preghiera, sono tutti elementi che mettono in scena il carattere atemporale della casa familiare, il cui tempo è quello del dire poetico, dell’interiorità. 

nell’ora dell’aurora di Daìta Martinez (peQuod, 2024, collana Portosepolto, curata da Luca Pizzolitto) ha i caratteri dell’elegia amorosa, in un dialogo con il padre che non è figura dell’assenza, ma presenza che abita e ricostruisce volta per volta il respiro poetico. È la costruzione del verso il culmine dell’invocazione e della contemplazione, l’esercizio attraverso il quale mantenere intatte le “fondamenta della casa temporale”. E infatti, a tal proposito Elio Grasso scrive in prefazione:  Continua a leggere

Lo stato dell’arte. Ugo Mauthe

La poesia ha ancora qualcosa da dire?

Vorrei rispondere a questa e alle altre interessanti domande della ricerca assecondando la mia natura di semplice frequentatore di poesia, pragmatico e piuttosto disincantato. E quindi dico certoche la poesia ha ancora qualcosa da dire, perché non dovrebbe? Non condivido il vittimismo-pessimismo che si respira spesso fra chi segue a vario titolo la realtà della poesia, perché penso che la poesia sia una forma d’arte e comunicazione come altre, con alti e bassi, epoche storiche favorevoli e altre meno, sostenitori e denigratori. In quanto umana espressione d’arte e comunicazioneha per forza qualcosa da dire, altrimenti nessuna arte (e quindi nessun umano) avrebbe qualcosa da dire. In realtà viviamo in un’epoca molto ricca di poesia, o, per i più severi e pessimisti, di tentata poesia (il che è comunque qualcosa) a condizione di non chiuderci in piccoli e a volte altezzosi castelli di movimenti-gruppi che fanno fatica a guardare al di là delle proprie mura.
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Lo stato dell’arte. Isabella Bignozzi

La poesia, è bene dirlo, è ancora piena di salvezza: in quanto arte simbolica, eccedenza di senso, che scaturisce da lunga contemplazione, potente e silenziosa.
Non nella scrittura, non nell’esser letti o commentati vi è rimedio al male, ma nello sguardo al mondo: puro sulle cose, privo di desiderio e giudizio. Poesia è essere nella pienezza di creatura vigile, presente, che s’inscrive nella durata, e risuona del proprio timbro lirico, nel grande coro del creato. Continua a leggere

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Arte e fascismo: A proposito dell’omonima mostra al MART di Rovereto

di Stefanie Golisch

Il titolo stesso della mostra, insieme alla locandina, realizzata in stile fascista, esprimono il suo programma con la massima chiarezza: Arte e fascismo hanno creato insieme una grande epoca della cultura italiana che va riscoperta e rivalutata come modello di una futura arte di stato.
Accompagnato in un percorso guidato dalle scelte personali del presidente del MART, Vittorio Sgarbi, che ne ha contribuito con numerose opere provenienti dalle sue collezioni private, il visitatore si muove tra enormi busti di Mussolini, chiamato rigorosamente con quel titolo che il fascismo aveva riservato al culto della sua personalità. Infatti, a Rovereto, in questa primavera 2024, Mussolini è il Duce o anche Dux: senza virgolette. Senza alcuna contestualizzazione storica. Continua a leggere

Scaletta sì, scaletta no

di Riccardo Ferrazzi

Qualche mese fa, poco dopo l’uscita del romanzo “Modus in rebus”, un lettore mi ha scritto per chiedermi: “Lei quando scrive un romanzo fa prima una scaletta?”. 

Ho risposto: “Generalmente no” e non mi sono addentrato in una spiegazione. In realtà, la scaletta bisognerebbe farla per dare una risposta esaustiva a questa domanda. Ma quel lettore si aspettava probabilmente una risposta ampia e argomentata, e si sarà sentito defraudato. 

Ora: l’ultima cosa che può permettersi uno che scrive e pubblica un romanzo è defraudare i suoi lettori. Sia che non risponda, sia che lo faccia rimasticando qualche chiacchiera da “scuola di scrittura”. Avevo il dovere di spiegare perché “generalmente” non faccio una scaletta, e dovevo farlo senza dare l’idea di disprezzare chi invece la scaletta la fa. Quindi dovevo pensarci su. Continua a leggere

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Alla ricerca del “buon lavoro”: il saggio di Manuela Perrone e Stefano Cuzzilla

Il lavoro, anzi, il “buon lavoro”, è un argomento che mi sta particolarmente a cuore. Quando in passato ho sentito l’esigenza di cambiare, ho inviato il curriculum a tante case editrici, mirato dove avrei voluto. Mi hanno chiamato dopo 4 anni perché si era liberata una posizione, sono stata in prova per 2 anni e adesso posso dire di fare un “buon lavoro”, che è quello che mi piace, per il quale ho studiato e lasciato casa venticinque anni fa.
“Che cos’è, però, oggettivamente, un ‘buon lavoro’?” Una domanda alla quale questo libro risponde con casi di studio, statistiche, dati, interviste ai più importanti imprenditori, manager, responsabili del settore Risorse umane del nostro Paese. Fa il punto su come lo stesso concetto di lavoro sia cambiato dopo il Covid, di quanto la pandemia sia stata uno spartiacque potente sia per l’organizzazione pratica del lavoro che per le aspettative che ognuno ha, pensando all’impiego ideale.

Il buon lavoro. Benessere e cura delle persone nelle imprese italiane è un saggio che convoglia in un canale altamente affidabile tutto il rumore e i luoghi comuni che ruotano attorno alla questione e ne restituisce la molteplicità di voci e aspetti, attraverso il racconto di esperienze e pratiche reali. Il giovane choosy, gli anziani che non vogliono lasciare il posto di lavoro, l’intelligenza artificiale che incombe, tutto viene rivisto in chiave reale, lontana dalla narrazione non sempre corretta degli ultimi anni, e secondo una nuova filosofia del lavoro che presenta tesi molto interessanti.
I due autori – Stefano Cuzzilla, Presidente di Federmanager, CIDA e Trenitalia e Manuela Perrone, giornalista de Il Sole 24 Ore e viceresponsabile di Alley Oop – L’altra metà del Sole ? partono da due parole chiave che possono essere considerate i punti cardine del loro percorso di ricerca: benessere e persone. Continua a leggere

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Ancora attorno alla via Canonica

di Antonio Sparzani

In via Canonica (continuando questo passeggiare) c’è naturalmente la farmacia Canonica, che ha la bella abitudine di essere aperta quasi sempre, chiude nelle più buie ore della notte, ma domenica e vacanze non ne conosce, anche oggi, che è il Lunedì dell’Angelo è bellamente aperta, mentre per trovare un bar aperto, per bere il mio gin-seng, devo girare un po’. Il difetto di questa farmacia è che non vogliono i cani, neanche quelli belli come Jim. Un giorno che l’ho portato con me ben legato al guinzaglio, il farmacista grande capo mi ha redarguito e mi ha mostrato sul suo smart il filmino di Jim che faceva pipì su un basso scaffale. Ma, dico io, invece di perder tempo a fare il filmino, non poteva gridarmi allora di stare attento? Mah, non si sa mai con i farmacisti.
E poi c’è l’altro mistero del gin-seng: ormai quasi tutti i bar lo fanno, tranne pochissimi, e tutti hanno ormai l’apposita macchinetta, tipo espresso, ma dedicata solo al gin-seng; la cosa che non capisco io è come mai c’è tutta una varietà di sapori e densità diverse. Ma non è sempre la stessa macchinetta? Naturalmente ora ho una chiara classifica dei bar della zona e ce n’è uno che è il mio preferito, fa il mio gin-seng preferito, e fa anche la relativa tesserina con dieci quadratini così che quando ne hai bevuti dieci, l’undicesimo è gratis. Continua a leggere

Frammenti di Cinema # 73

di Pasquale Vitagliano 

Ci sono due colonne di confine del cinema spaziale. 2001: Odissea nello spazio (1968) prodotto e diretto da Stanley Kubrick (con il suo prototipo Ikarie XB 1 diretto nel 1963 dal ceco Jindrich Polák)  e Solaris (1972) di Andrej Tarkovskij. Ogni altro film ha puntato al loro vertice di qualità senza mai superarlo. Hanno fornito un canone oscillante tra profezia tecnologica e simbolismo etico. Chi lo ha abbandonato è scivolato verso uno scontato e prevedibile prodotto di genere. Il capolavoro russo è stato seguito dal remake di Steven Soderbergh del 2002 con George Clooney, dandone una versione psicanalitica e bergmaniana. Dieci anni, nel 1977, dopo l’Odissea di Kubrick, Peter Hyams ci racconta con Capricorn One la dietrologia del (presunto) falso allunaggio.

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Dal nuovo romanzo

Era il giorno della parasceve. Mi rendo conto che il nostro libro prende sempre più la forma narrante del Vangelo, forse perché è il nostro vangelo, la parola che diventa carne nei fastidi quotidiani, nelle paure sotterranee, nelle contraddizioni che sempre affollano la vita. Forse il Vangelo è vero solo in queste pagine, in questo va e vieni tra il progetto e l’attuazione, tra lo sguardo limpido del Cristo e i nostri occhi assonnati, incapaci di vegliare solo un’ora. Avevamo desiderio della luce, e nello stesso tempo l’ombra ci assediava, come se fosse impossibile vivere se non nell’unione degli opposti, che Cusano ci aveva insegnato nelle sue pagine difficili. Forse la vita è in queste righe che si accavallano e si sommano, nei pensieri che passano per labirinti intricati, perché solo Dio è semplice, come diceva don Mario, e noi siamo discepoli pieni di dubbi e di conflitti da sciogliere nel giardino della risurrezione, nei chiari del bosco di un dono immeritato. Era il giorno della parasceve. La luce che tanto attendevamo sarebbe sorta – ne eravamo sicuri – prima o poi.

 

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Non ho avuto il tempo di finire

Il post che avevo programmato alcuni mesi fa per la giornata di oggi era dedicato alla memoria di Selma Merbaum, giovane poeta ebrea, nata 100 anni fa, il 5.2.1924 e morta a 18 anni, vittima della Shoah. Non è rimasto molto di lei, una foto e cinquantotto poesie che ho tradotto nel 2009 in italiano con il titolo: Non ho avuto il tempo di finire.
Infatti, queste sono le ultime parole che Selma, all’indomani della deportazione, scrive nel suo album di poesie prima di consegnarlo a una amica.

Non ho avuto il tempo di finire.
Nella luce della violenza inaudita che si scatena contro la popolazione civile palestinese in questi mesi e che si sta intensificando di giorno in giorno, le parole di Selma si caricano di un significato che trascende il suo destino individuale.
Chiunque non abbia il tempo di finire di lavare i piatti, di dare da mangiare ai bambini, di cucinare la cena è fonte della nostra vergogna. Ieri gli ebrei, gli armeni, i tutsi, i bosniaci e tutte le etnie che sono state perseguitate e uccise sotto gli occhi di chi ha preferito far finta di niente per indifferenza o interesse.
Se pretendiamo di aver imparato qualcosa dalla storia, la commemorazione delle vittime della Shoah ci costringe di stare, a prescindere, dalla parte di tutte le vittime di pulizia etnica di tutti i tempi. Hanno bisogno di noi i morti e i vivi affinché loro non diventino i dimenticati di domani.
Chi non ha il tempo di finire ha il diritto dell’incondizionata solidarietà da parte di chi, invece, ce l’ha.
Tacere davanti ad un crimine contro l’umanità come viene commesso in questo momento da parte del governo Netanyahu equivale all’identificazione con la logica utilitaristica dei governanti che considerano l’essere umano nient’altro che una pedina nell’eterno gioco per soldi e potere.

Non ho avuto il tempo di finire, scrive Selma, riassumendo in poche parole scarne la tragedia di chi perde la vita in mezzo alla vita. Tutto ciò che succede ti riguarda, recita un verso del poeta tedesco Günter Eich. A noi che oggi, speriamo di poter finire quello che abbiamo iniziato, ci riguarda ogni pasto cotto a metà, ogni frase interrotta, ogni gatto che questa sera non mangerà e ogni poesia senza fine. Se non comprendiamo questo, siamo persi. O ci salviamo tutti, o non si salva nessuno.

Stefanie Golisch, 3.2.2024

Selma Meerbaum-Eisinger: Non ho avuto il tempo di finire. Poesie sopravvissute alla Shoa. A cura di Adelmina Albini e Stefanie Golisch, Milano, 2009. (Mimesis Edizioni)

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro


Si mise a servirli
(le preposizioni della Libertà)

[Mc 1,29-39]

 

?Durante la pandemia da COVID, abbiamo toccato con mano quanto fosse importante la sensazione di libertà deturpata che si stava percependo intorno a noi e, in qualche modo, dentro di noi.

Sembrava come se, fino a quel momento, non ci avessimo fatto caso, ma, tutto insieme, ci apparve  lo spettro della malattia incurabile. Non era solo un’ ipotesi, si trattava di una vera e propria espropriazione di sé. La minaccia della malattia minava i rapporti amicali e perfino quelli familiari. Continua a leggere

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Dal blog AUT | OUT

Sono venuta a conoscenza di questo blog, AUT|OUT dove un trentenne scrittore autistico posta alcuni suoi pensieri e riflessioni, dato che la comunicazione vocale gli è difficile.

I suoi scritti sono piccoli tuffi in mondi nuovi resi accessibili da una bella prosa. Vi invito a seguirlo postando un testo dal titolo:

A gente che ha paura di me.

Vorrei dirvi che mi trovo bene in questo angolo e amo quello che sto facendo. Scrivere diventa sempre di più il mio progetto attuale di vita. Scrivere forte per accendere quelle luci, per aprire le porte e per far parte della vita. Scrivere forte per aprire ad altri un mondo che fa paura e che sembra strano, incomprensibile o malato. Ma io non sono malato, né incomprensibile se abbiamo un linguaggio condivisibile, se abbiamo fiducia reciproca, se abbiamo un qualcosa da condividere. Scrivere per raccontarvi la mia vita alla finestra. Perché alla finestra? Perché io guardo, osservo e non sempre posso condividere la vita di tutti. A volte mi sento in gabbia, altre volte mi sento affacciato ad un balcone, altre volte dietro i vetri chiusi. Posso cercare un perché. Ma io lo so il perché. Un perché difficile? Sì, spesso sì, molto. Difficile farsi capire. Poi difficile doversi sempre giustificare.
Continua a leggere qui.

Incontro – coda….

Nessuna immagine

di William Waring Cuney (USA, 1906-1976)

Non sa
di essere bella,
pensa che il suo corpo scuro
non abbia gloria.

Se potesse danzare
nuda
sotto le palme
e vedere la sua immagine nel fiume
potrebbe scoprirlo.

Ma non ci sono delle palme
sulla strada
e l’acqua dei piatti non rispecchia
alcuna immagine.

Noi

di Stefanie Golisch (Germania, 1961)

In tuta da casa grigia, c’è un buco nella
gamba destra, il colore dello smalto è
blu, vedo le sue mani quando fuma sul
balcone. Non so cosa fa quando non fuma
sul balcone, forse la stessa cosa che faccio
io dall’altra parte del muro: non scrivere
poesia. Il colore del mio smalto è rosso,
so che lei lo sa
No images

She does not know
her beauty,
she thinks her brown body
has no glory.

If she could dance
naked
under palm trees
and see her image in the river,
she would know.

But there are no palm trees
on the street,
and dish water gives back
no images.

Traduzione Stefanie Golisch
Il quadro è di Xenia Hausner

Il tempo, i giorni e gli anni

Karl Krolow (Germania 1915-1999): Tre poesie

Tempo

Tempo: qualcosa
che sporca le tasche
di sangue.
Piove vita
dai corpi aperti.
I giorni
e le sue silenziose imprese
con gli uomini
che si perdono.
Nella sabbia
un mese dipinge
la propria immagine per consegnarla
al prossimo, senza nesso
con quello che verrà.
Il bel tempo
non cambia il carcinoma.
Le carte belle in ordine
bruciano anno dopo anno. Continua a leggere

Incontri XXXIII

Paolo Leminski

Scontrarii

Ho detto alla parola di rimare
ma lei non m’ha ubbidito.
Parlava di mare, di cielo, di rosa,
in greco, in silenzio, in prosa.
Sembrava fuori di sé,
la sillaba silenziosa.
Ho detto alla frase di sognare
e s’è persa in un labirinto.
Fare poesia, mi sa, questo e basta.
Dare ordini a un esercito
per conquistare un impero estinto.

William Carlos Williams

Solo per dirti

Ho mangiato
le prugne
che erano
nel frigorifero

e che
probabilmente
hai conservate
per colazione

Scusami
erano deliziose
così dolci
e così fredde

Desencontrários

Mandei a palavra rimar,
ela não me obedeceu.
Falou em mar, em céu, em rosa,
em grego, em silêncio, em prosa.
Parecia fora de si,
a sílaba silenciosa.
Mandei a frase sonhar,
e ela se foi num labirinto.
Fazer poesia, eu sinto, apenas isso.
Dar ordens a um exército,
para conquistar um império extinto

This is just to say

I have eaten
the plums
that were in
the icebox

and which
you were probably
saving
for breakfast

Forgive me
they were delicious
so sweet
and so cold.

Traduzioni di Massimiliano Damaggio e Stefanie Golisch.

Paolo Leminski: Distraídos venceremos/ Distratti vinceremo, a cura di Massimiliano Damaggio, L’arcolaio editore, 2021.

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