20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Quintuplice ferita non rivendica/ il capo incastonato nel carminio/ d’un vivo, enfisematico suo vanto. Chi pensa che la poesia debba essere facile, stia lontano dall’ultima raccolta di Diego Riccobene, Larvae (Arcipelago Itaca, 2023). La deriva della poesia verso le diabetiche sorprese dei cioccolatini qui è del tutto arginata. Anzi, ci troviamo di fronte ad una convinta restaurazione della parola e della sua complessità. Ma subito mi domando, nella mia costante vigilanza dialettica, fino a quale limite questa difficoltà può spingersi? Ammesso che un limite alla difficoltà debba esserci. Rinsaldo con il malleo,/ incorporando a organici convogli/ le maschere deposte sugli avelli,/ contubernali a incàvo come falde/ di albugine divelta.

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La parola ai poeti. Claudio Pagelli

Brevissima riflessione sulla poesia

Cosa sia la Poesia rimane un mistero.

Scintilla divina? Insopprimibile istinto del cuore? Bellissima finzione?

Conosciamo l’etimologia, “Poesia” significa “creare” e già non è poco.

Conosciamo, bene o male, la storia della Poesia, dalle origini ai giorni nostri.

Conosciamo le strutture, le regole, i versi liberi, gli endecasillabi – in buona sostanza: la forma.

Poi c’è la polpa nuda, quello che conta davvero, insomma – la Poesia in gola, nel sangue, negli occhi di chi la legge, nelle mani di chi la scrive.

Molte definizioni sono state tentate – fra tutte scelgo di citare, facendola in qualche modo mia, quella di Wislawa Szymborska

La Poesia – ma cos’è mai la poesia? Più di una risposta incerta è stata già data in proposito. Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo come alla salvezza di un corrimano.

Claudio Pagelli

La parola ai poeti. Antonio Francesco Perozzi

1.

A una definizione ontologica della poesia, che la stabilisce in essenza, platonicamente, una volta per tutte, preferisco una prospettiva intersoggettiva e pratica. Intersoggettiva: la poesia, la scrittura, esiste all’interno di un sistema di relazioni; i suoi codici, la sua tecnica, la sua pregnanza sono continuamente esposti e ridiscussi. Pratica: mi sento più a mio agio in una dimensione che non postula rigidamente le proprie possibilità e che cerca invece di scoprirsi mentre si fa, che agisce contro-intuitivamente e in una zona di interazione (anche conflitto) tra un progetto a priori (che è, o cerca di essere, anche intellettuale) e un’esplorazione in fieri, aperta. Continua a leggere

Gli interessi della massa


Dimenticarsi di sé: strano che nessuno ricordi il principio più essenziale della vita. Forse perché la macchina infernale del commercio subirebbe un colpo mortale. Forse perché l’amore va in direzione ostinata e contraria rispetto agli interessi della massa.

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Frammenti di Cinema # 73

di Pasquale Vitagliano 

Ci sono due colonne di confine del cinema spaziale. 2001: Odissea nello spazio (1968) prodotto e diretto da Stanley Kubrick (con il suo prototipo Ikarie XB 1 diretto nel 1963 dal ceco Jindrich Polák)  e Solaris (1972) di Andrej Tarkovskij. Ogni altro film ha puntato al loro vertice di qualità senza mai superarlo. Hanno fornito un canone oscillante tra profezia tecnologica e simbolismo etico. Chi lo ha abbandonato è scivolato verso uno scontato e prevedibile prodotto di genere. Il capolavoro russo è stato seguito dal remake di Steven Soderbergh del 2002 con George Clooney, dandone una versione psicanalitica e bergmaniana. Dieci anni, nel 1977, dopo l’Odissea di Kubrick, Peter Hyams ci racconta con Capricorn One la dietrologia del (presunto) falso allunaggio.

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La parola ai poeti. Davide Galipò

Per una letteratura transmediale

Non è possibile separare i casi letterari dai contesti che li hanno prodotti: prendiamo Infinite Jest, di DFW, sarebbe stato impensabile prima dell’ascesa di internet. O anche Sulla strada di Kerouac, non sarebbe stato possibile scriverlo prima del boom economico. Stessa cosa per La vita agra di Bianciardi o Fratelli d’Italia di Arbasino. La grande letteratura è lo specchio del tempo che l’ha prodotta.

Quando un gruppo di ragazzi e ragazze decise, negli anni ’50, di prendere uno zaino e di fare l’autostop sulle strade del deserto statunitense, di bere il peyote e di provare la benzedrina, andando contro le leggi del pubblico decoro e fuggendo dalle proprie famiglie, realizzò, di fatto, uno stile di vita in controtendenza con quello imposto dalla società dei consumi. Quando DFW cominciò a ricevere l’attenzione del pubblico, scriveva racconti e reportage per diverse riviste già da diversi anni e – dopo il successo di critica e pubblico – nella famosa intervista per «Rolling Stone» a David Lipsy nel 1996 dichiarò: «Era la prima volta che la nostra generazione veniva bombardata da tutta quella roba» riferendosi alla grande quantità di stimoli a cui era stato sottoposto fin da ragazzino. Continua a leggere

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La parola ai poeti. Carla Saracino

Credo nella poesia come forma di imminenza ed esperienza di attesa. Uno dei suoi contatti, dei  più duraturi accordi, è con l’infanzia, che rende visibili i sensi e offre spessore alle apparizioni,  conferendo loro memoria di realtà. Alla prima parte della vita dobbiamo molto, perché in quel  precipuo tempo il linguaggio, con i suoi molteplici aspetti e funzioni, non ha ancora compromesso  l’integrità delle visioni, le quali sono pura vigilia sulla lancetta di ogni potenzialità. Nella vita adulta  questo stato di trepidazione va sfumando, il quotidiano s’insinua coi suoi continui assalti eppure  qualcosa di allora resta: nel guardare, nell’andare in fondo, nel non disattendere sé stessi. In quel rimanente, in quelle preziose macerie, va raffinandosi la vita. È da lì che ha inizio ogni  compimento.   Continua a leggere

Questo filo


Pregando e amando, possiamo salvare molte anime. Nella vita, nel mondo, nella storia, tutto è connesso. Sapremo essere tra coloro che consentono l’unione, piuttosto che avversarla? Ogni destino è appeso a questo filo.

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La parola ai poeti. Paolo Castronuovo

All’Industriale si studia poco italiano. Sono tutti numeri, formule, parentesi e radici quadrate. Leggi della fisica, condensatori, curve. Non c’era uno spazio per la poesia meno in qualche occhio assopito in treno o nel corridoio nascosto, dove cappe di fumo ci strangolavano in un abbraccio collettivo di amicizia. Fu così che cominciai a scrivere, agli inizi della scuola superiore dove ero il più grande di tutti. Non sapevo nulla della poesia, e dopo tanto tempo ancora meno. Scrissi due libri orrendi. Il secondo conteneva anche il primo. Retorica, sgrammaticatura, acerbità. Tanti punti di sospensione. Crebbi e rinnegai i due testi. Il terzo tutt’oggi continua ad essere una genialata rozza e cruda, lo tengo. E poi via di nuovo con la poesia: la protesta, il cannibalismo, l’ossessione dei dettagli. Dopo l’amore, il sesso, la follia, la malattia nascosta, l’illusione spacciata per illuminazione. Ciò che della poesia ho definito. Solo dopo tanto tempo la calma, la chirurgia della parola, la mano ferma. L’apertura totale, l’annullamento del “tu” imminente racchiuso in una trilogia da compattare. La dittatura del verbo e io sul trono di un eremo a cui nessuno bussa.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro


Fluidità e Concretezza

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo» [Mc 1.12-15]

La Quaresima comincia nel deserto.
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La parola ai poeti. Andrea Leone

Credo che la nota dominante dell’infanzia sia il sentimento di eccezionalità, la percezione dell’eccezionalità ovunque e costantemente. L’eccezionalità del mondo, di ogni cosa, l’eccezionalità di una canzone, l’eccezionalità di una persona, l’eccezionalità di un certo luogo, l’eccezionalità di una certa giornata, di un certo oggetto, di un certo gesto, di una certa atmosfera, di una certa parola, l’eccezionalità della propria stessa identità, e così di seguito, insomma l’eccezionalità in sé (si potrebbe sostituire la parola eccezionalità con molte altre).

Poi, però, a un certo punto, nell’età adulta, una simile visione (direi forse un simile dono) viene persa quasi completamente e tutto improvvisamente appare scontato, banale, normale, normativo, regolare e comune, per non dire squallidissimo e miserabilissimo. Si passa cioè dalla categoria dell’eccezionale a quella del naturale Continua a leggere

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La parola ai poeti. Antonella Pizzo


Queste sono solo delle considerazioni personali riguardanti il mio rapporto passato e presente con la poesia. Alle superiori Foscolo mi attraeva. Leggendo il sonetto del suo autoritratto non faticavo a rappresentarmelo, riuscivo a immaginarlo come una persona reale e con precise caratteristiche fisiche. Nel sonetto si descriveva come un uomo non comune, ardito nell’aspetto, che vestiva semplice eletto, dal largo petto, schietto, con i suoi atti, passi ratti, vizioso e virtuoso, che correva appresso al suo cuore, con tutto il mondo avverso, un uomo inquieto, che credeva che solo la morte avrebbe potuto dargli riposo e fama. Per me scriveva dei sonetti magnifici, aveva scritto In morte del fratello Giovanni, il carme Dei sepolcri, si interrogava sul significato della morte, sul legame tra vivi e defunti, e nello stesso tempo era mondano, scriveva alla nobile amica caduta da cavallo e risanata. Non era uno sfigato come Leopardi. Mi pare abbastanza chiaro che per la poesia, a parte Foscolo, non avevo una grande predilezione. Tutte a memoria, odiavo quelle lunghissime e barbosissime piene di termini astrusi e desueti. In seguito sui banchi costretta a studiare Montale, Saba, Ungaretti, i soliti del programma scolastico. Amavo invece i romanzi e saccheggiavo la biblioteca civica della mia città. Come tutti amavo i cantautori, Guccini, De André che cantava Non al denaro non all’amore né al cielo ispirandosi all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master della quale sconoscevo l’esistenza. Insomma io e la poesia praticamente due sconosciuti. Continua a leggere

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Tu sei


Se vedessimo Gesù, non avremmo alcun merito ad amarlo. Possiamo credere, invece, fidarci di un messaggio, una parola, compiere quell’atto che è premessa dell’amore: Tu sei. E questo può bastare.

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La parola ai poeti. Giuseppe Ligresti

La poesia cos’è se non l’atto perpetrato su un polmone; un carcinoma terminale – diagnosticato pressoché a natale – che riporta all’origine la parola.
Non stiamo qui a disquisire sull’Io, sul Tempo perduto o ritrovato (ci ha pensato già Proust, per tutto questo), sugli inganni dell’editoria, delle gare senza vincitori, affrontate senza bombe e senza cannoni, dei concorsi dei vinti.
Non saranno le rime, la brutta copia di un Leopardi, nemmeno il vernacolo da osteria, ad accorciare le distanze, a resettare il vuoto generazionale; e per dirla tutta nemmeno l’ossessione per questo sempiterno “amore” che impregna migliaia di pagine, di libri mai letti, che poi, in fondo, ci chiediamo:

C’è ancora l’Amore?
Cristo è Amore?
Ragazza, tu sei l’Amore?
e l’alcol?
Prendimi, esaltami ed io sarò morto, o meglio, risorto.
Ed io sarò l’Io pensante, onnisciente,
diverrò la Parabola nuova
per la bocca di mia madre
o per la tua bocca sempre uguale, per me, per tutti,
per chiunque voglia amarti.
Credimi, scopami,
ed io sarò te in un momento di privata agonia.
Scava con dolci graffi il cuore
e poi di eiaculazione sarà la stanza piena.

Una poesia editoriale, a volte eucaristica, più spesso sensuale, quando avremmo voluto solamente la leggerezza di un verso sdentato, sessuale, un foglio che non mostri culi e tantomeno falli, una rima morta. È già abbastanza fallica questa vita senza poesia, abbastanza anale questa poesia senza vita. Riaggiorniamo il penultimo passaggio, con le viscere che tendono ad urlare, con i versi che tendono a boccheggiare, con i martiri che credono ancora di leggere domani la nuova raccolta di Salvatore Toma o di Dario Bellezza.
Evadiamo dall’attimo finale con la messinscena del significato quando basterebbe appena il significante, basterebbe contorcerci la mano, amputare quella “stella a cinque raggi”.
Questa poesia ingrata agli occhi del passante, derisa, sbeffeggiata, trovi sempre all’angolo del bar o un po’ più in là, sulla linea trascendentale che porta al cesso, qualcuno che ti dice: ” be’ sì, la poesia, però, perché non scrivi romanzi? Caro Hopper avresti dovuto recitare Recine con la Berma, così come tu Jebeleanu, anziché raccontarci del “Sorriso di Hiroshima” avresti dovuto marcare a vista Gerd Muller.
I ragazzetti che studiano ancora a memoria Ungaretti mi fanno pena, come pena mi facevo io studiando a memoria “Breus”. Questa poesia italiana così poco navigatrice e assai santa mi relega ad un cantuccio, in compagnia dei ragazzetti e delle ragazzette che non studieranno certo Boccaccio, solo quel Dante “maledetto”.
All’unisono, battiamo il “gong” e riportiamo al paese la Parola, l’ostentazione per il piacere di un verso spezzato, la viltà di riconoscersi uomo.