L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 1

Il luogo dell’invenzione letteraria è non già il macro, ossia il plot e la polpa del pensiero sotteso (se così fosse, La critica della ragion pura di Kant o L’origine delle specie di Darwin sarebbero oggetti estetici di gran lusso e, per converso, Murphy di Beckett o Dans le labyrinthe di Robbe-Grillet non più intensi e profondi d’un elenco telefonico), bensì il lessico, la sintassi, il ritmo, i nessi tra le parole e il loro ordine, la tessitura dell’immagine, la capacità di dar pathos e anima a un gesto, a un dato paesistico, alla descrizione d’un volto o d’un interno, in modo che tutto, tutto concorra alla globale connotazione.

Lucerne nella luce. Lucio Brandodoro

Scandalo e Follia

[1Cor 1,22-25; Gv 2, 13-25]

“Noi testimoniamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei e follia per i Greci”.

Lo “skandalon” era propriamente la pietra d’inciampo, l’ostacolo che interrompeva la linearità del cammino e che obbligava a regolare il passo per non cadere.  Resta, comunque, l’idea di ostacolo, di impedimento. Cristo crocifisso è impedimento per i Giudei. Impedimento che rende difficile vedere nella croce la manifestazione di IHWH. Dov’è la “Gloria”? Dov’è la “Potenza”? Dov’è l’”Immortalità” che si richiede ad un dio? Continua a leggere

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La parola ai poeti. Eleonora Nitti Capone

Cos’è la poesia? 
La poesia è uno dei modi di far cantare all’anima ciò che di reale esiste nella vita. È il mio cuore  che dall’interno del petto s’affaccia, sente la vita più vera e si domanda: “che cos’è?”, e lui ne canta  ed io ne scrivo. E questo canto è figlio del silenzio, la poesia è il fiore del silenzio. Essa è sincero tentativo, attraverso una tessitura sapiente di parola scritta-parola lettaparola pronunciata-parola ascoltata, di condividere con gli altri un livello più autentico  d’esistenza. Continua a leggere

Prima di

Se l’umiltà è raccomandata dalla Bibbia, ci dev’essere un motivo. A Dio piacciono i semplici, quelli che vivono nella verità. Lo stress dell’io, prima di rivelarsi una menzogna, è un’idiozia.

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Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Bellezza 1

Duemila. La tribù delle storie 

La Bellezza 1.   Canta con le ali 

  Un bambino miope riceve in dono un paio di occhiali e per la prima volta mette esattamente a fuoco il mondo esterno. Poi, curiosando in una piccola libreria, si imbatte in un volume illustrato sugli uccelli, uccelli dal nome strampalato – il cardinale rosso, il frosone vespertino, la pulcinella di mare – e con una varietà di piume abbacinante. Quindi si procura un vecchio binocolo e prende ad esplorare le campagne circostanti, in cerca proprio di quegli uccelli. Da lì in poi è un crescendo: coi primi risparmi l’acquisto di un cannocchiale professionale, quindi è la volta di un disco con i vari richiami; a dodici anni il destino è compiuto: da grande farà il birdwatcher.  Continua a leggere

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La parola ai poeti. Nadia Chiaverini

Gent.mo Fabrizio

ti invio alcune  poesie dal mio ultimo libro “Sull’orlo della gioia” Terra d’ulivi edizioni 2022 ed un paio inedite.

Ho incontrato la poesia già da adulta,  nell’età di mezzo, (che è stato il titolo della mia prima silloge, pubblicata nel 2004) , mi ci sono affacciata  in punta di piedi,  poi tutto è stato una scoperta, uno studio, una necessità , trovare nel linguaggio poetico un altro sguardo su noi stessi e sul mondo. Una poesia “onesta”, che affronta un percorso  interiore in verticale,  profondo, sulla psiche, sull’ombra per arrivare ad una consapevolezza di sé, ma  anche un ponte di ascolto e incontro con l’altro. E’ una ricerca non priva di lacerazioni, di mancanze, in questo percorso labirintico intriso di memorie ancestrali, contaminazioni,  perché “il buio è necessario e il nulla non esiste”  Continua a leggere

La parola ai poeti. Tommaso Meozzi

Cos’è la poesia, per me, ormai non lo so più. Ricordo però cos’era, o meglio, ricordo i primi versi che ho scritto: “meravigliosa assenza/ ecco, io ti prenderò per mano, e poi sarò ricordo./ Come un fiore non colto/ e il prodigio presso quel fiore”. Aveva dunque a che fare con un’assenza. Avevo sedici anni, e io sentivo questa assenza che apriva in me un vuoto, e anche un senso di infinito. Era lo stupore, di fronte all’infinito del desiderio che in me scoprivo? Era il tendere verso una mano paterna, rassicurante? Era la linea del viso di mia madre, come nelle scene iniziali di Persona di Bergman?
E insomma io scrivevo i miei versi su fogli bianchi, poi sul computer, e sognavo di distribuire questi fogli agli amici, ai vicini di casa – un po’ lo facevo anche – inondando tutti con la luce della mia “meravigliosa assenza”.>Mi sembrava che tutti dovessero ascoltarmi, che io fossi il profeta dell’assenza/essenza, mentre gli altri si affaccendavano con cose inutili perché non vedevano. Ricordo che una volta mia nonna aveva una badante che casualmente venne a sapere delle prime poesie che avevo pubblicato, probabilmente La superficie del giorno (2010). Le chiesi se lei scriveva mai poesie. Era una persona dolce, e allo stesso tempo composta, forte. Mi rispose: “No, sai, la vita ha più a che fare con la prosa.“ Questa frase allora mi sembrò l’ennesima conferma della mia superiorità emotiva e intellettuale, anche se in quella voce c’erano una forza e una tranquillità che toccarono qualcosa dentro di me. Continua a leggere

La parola ai poeti. Marina Gogu Grigorivna

[Il testo non è stato sottoposto a revisione]

idea di poesia per qualsivoglia giornale o intervista 

“All passports”: non so se avete mai indugiato di fronte a delle scritte doganali, ma ecco io certune li ho proprio interrogate; se dovessi dire qualcosa di fermo sulla mia poetica – ecco, ciò che succede in quel instante: “tutti passaporti alcuni passaporti…” la narrativa del incasellamento, l’ho si è dovuto subire é il numerare degli eventi e nell’ momenti instabili delle loro ipotetiche varianti; si direbbe elencare andandosene a capo piuttosto che viverle, cioè risolvere(?!); tuttavia nel mio caso l’insofferenza al designato ortografico- (e sintomatico del come esso) non ha resistito al reale, spiace ma le pressioni consumistiche/capitalistiche ha smashiato il tempo di dedica implicito. Vedere di conseguenza il riformista nei miei versi scritti in Italiano(?), e percepire come incomprensibili è normale e il classico atteggiamento di fronte all’ ibrido; poiché questo considerò sia il corpus linguistico che vengo ad adoperare.  Continua a leggere

L’arte che insegna

Ama il prossimo tuo come te stesso: non è facile, anche perché Gesù ci ricorda che nel prossimo c’è Lui. Il passaggio decisivo è in questa fede nell’Altro, che si fa altro per amore. L’arte che insegna è una vista più profonda, che vede la bellezza oltre i guasti del tempo e dell’incuria.

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La parola ai poeti. Giulio Mazzali

“Cos’è la poesia, e come nasce un tuo testo?”. Mi è capitato spesso, durante incontri e presentazioni, di ascoltare domande simili. Risposta? Ammessa l’impossibilità di proporre una definizione univoca di cosa sia poesia, l’autore di turno chiarisce di poter parlare solo di “sé”, della sua esperienza compositiva, di cosa la poesia abbia rappresentato e continui a rappresentare per la sua storia personale. Dramma della “lirica” direbbero i più esperti, e certamente non nuovo. 

      “La poesia è poesia quando porta con sé un segreto”, confessa in un’intervista del 1961 Giuseppe Ungaretti, che messo alle strette sui meccanismi soliti di composizione, ammette sospirando che “si fa poesia non pensandoci, perché occorre farla”; un’idea giunta inaspettata ci tormenta, spinge a un lavoro di scrittura e riscrittura che varia da caso a caso in base a logiche ora di suono ora di significato. Ma anche Ungaretti sull’origine dell’atto poetico è chiaro: se la poesia (intesa come lirica) è sforzo compiuto dal soggetto per esprimere i propri sentimenti, essa dipende dalla “fantasia” e dal “momento storico” di composizione. Scrivere poesia è fare esperienza di sé, relazionarsi al mondo consapevoli che il rapporto con la realtà (fortemente connotata da eventi di diversa natura) non consente solo una conoscenza “oggettiva”, ma permette di scoprire qualcosa di più profondo e altrimenti sconosciuto.  Continua a leggere

Gesti

Ci sono cose che a Gesù fanno piacere. La vita si arricchisce di piccoli atti di assoluta gratuità, fatti solo per questo. L’amore cresce con gesti che sembrano superflui, eppure riempiono il cuore.

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Intervista a Nadia Scappini

di Luca Pizzolitto

1) “sul fianco del mattino” è un’autoantologia di poesie che hai scritto negli ultimi vent’anni, tra il 2003 e il 2023. La tua scrittura, immagino che in questo tempo sia cambiata: come trovi si sia evoluta la tua voce poetica nel tempo?

Gli ultimi vent’anni che sono anche i primi, però. Scherzando, ma nemmeno tanto, sono solita dire che sono una primipara attempata, perché ho iniziato a scrivere dopo i cinquant’anni. La pulsione di qualcosa attinente a una zona misteriosa della coscienza ha sempre covato dentro di me, ma sembrava essersi esaurita tra le pagine di un elegante quaderno, foderato di tessuto blu a fiorellini, che custodiva una serie di poesie cariche di emozioni adolescenziali e di interrogativi sulla vita.  La svolta, nei primi anni del duemila, quando un fiume in piena che premeva da tempo ruppe gli argini e, per alcuni giorni di seguito, all’ombra delle robinie e accompagnata dal canto delle cicale, mi costrinse a scrivere versi in una sorta di trance. Era giugno, mi trovavo in campagna, nella casa dei nonni paterni, dove sono le radici della mia famiglia che improvvisamente e in modo perentorio diventarono anche mie… Compresi così che “non si colmano i vuoti del tempo, illuminarli però fa bene”, come ebbe a scrivere la grandissima filologa, critica letteraria e semiologa Maria Corti. E, in qualche modo, mi sentii liberata da tanti lacciuoli sperimentando la felicità del comporre (Leopardi docet). Sì, la mia voce ha attraversato diverse fasi: vicina al parlato all’inizio, testimoniava la gioia della neofita; decisamente ermetica nel secondo libro; essenziale e più distesa in seguito, fino a diventare canto/narrazione con i dovuti filtri ma anche con il coraggio dell’autobiografia, laddove questa poteva configurarsi come esperienza condivisibile. La poetica, invece, è rimasta la stessa: poesia, preghiera e profezia sono sorelle che ritrovo fedeli complici e compagne nel silenzio e nella solitudine. Perciò, quando scrivo, credo e prego insieme, insomma faccio un atto di fede nella vita.  Continua a leggere

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

La Visione e l’Ascolto

[Gn 22, 1-2.9a.10-13.15-18; Mc 9,2-10]

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli.
Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.
Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.
All’uomo che ha operato la conversione, che ha riorientato il suo cammino, che si sente parte di una alleanza, viene chiesto di più.
Non basta aver compiuto una scelta, accettato un patto. Ora viene chiesto di esserne all’altezza.
La Legatura di Isacco, come la chiama la tradizione ebraica, o il Sacrificio, come la chiama quella cristiana è l’oltre verso cui siamo chiamati. Continua a leggere

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Ghiannis Ritsos, L’altra città

L’altra città

Esistono molte solitudini intersecate – dice – sopra e sotto ed altre in mezzo; diverse o simili, ineluttabili, imposte

o come scelte, come libere intersecate sempre.

Ma nel profondo, in centro, esiste l’unica solitudine – dice;

una città sorda, quasi sferica, senza alcuna

insegna luminosa colorata, senza negozi, motociclette,

con una luce bianca, vuota, caliginosa, interrotta

da bagliori di segnali sconosciuti. In questa città

da anni dimorano i poeti. Camminano senza far rumore, con le mani conserte,

ricordano vagamente fatti dimenticati, parole, paesaggi,

questi consolatori del mondo, i sempre sconsolati, braccati

dai cani, dagli uomini, dalle tarme, dai topi, dalle stelle, inseguiti dalle loro stesse parole, dette o non dette.

“Perfect days” e l’hic et nunc di Wenders

di Michele Nigro

Quand’è che una vita può essere considerata “perfetta”? Quando soddisfa i parametri valutativi di un sistema videocratico-consumistico basati sull’arrivismo, sul potere dell’influencing e sul successo mediatico o quando rispetta un ecosistema interiore costruito lentamente e con pazienza negli anni? Questo film di Wenders, da più parti e a ragione considerato “poetico”, pone al centro di tutto la contrapposizione tra l’affanno di chi programma la vita futura e il carpe diem di chi sceglie di cogliere l’attimo offerto dal “qui e adesso”, senza preoccuparsi di quel che si dovrà fare domani. Continua a leggere