
Siamo distratti, anche parlando con qualcuno: una nebbia fitta avvolge il nostro cuore. Ma quando appare il sole, concentriamoci solo sulla luce: parlare con Gesù è un’altra storia.
Narratori del Nuovo Millennio – Giulio Mozzi

Proseguo il mio appuntamento mensile con le narratrici e i narratori italiani con un ospite speciale in molti modi: Giulio Mozzi, che racconta:
C’è una discussione che dura da, boh, forse da cento anni; o forse da molti di più. La discussione è: se in un’opera letteraria sia più importante la materia o sia più importante la forma. Nel nostro tempo, in cui la forma principe della letteratura pare essere il «romanzo» (e vi ricordo che non è sempre stato
così: quando Alessandro Manzoni decise di piantarla con inni e tragedie, i suoi amici si strapparono i capelli, perché il romanzo era una cosa volgare, popolana – e la chiesa lo guardava con molto sospetto), la discussione è spesso posta in questi termini: se sia più importante la narrazione (con tutti i suoi elementi: la storia, il montaggio, la tensione, le agnizioni, il mistero, il ritmo eccetera) o la scrittura (lo stile, il lessico, la sintassi, le figure retoriche, la punteggiatura eccetera).
È facile (ed è anche giusto) rispondere salomonicamente: narrazione e scrittura sono entrambe importanti. Continua a leggere
Luigi Maria Corsanico legge Marcello Comitini. 52
Tesori
La parola ai poeti. Stefano Bottero

(John Cheever)
che sia la convalescenza o l’alcol o le luci di questa
stanza, il suo isolamento, il calore dei suoi
termosifoni, mi sembra –
la poesia come voce di animali investiti.
movimento egressivo del respiro, ultimo – in cui convergono in maniera paradossale l’essere definitivo e, ancora, seriale. tutto questo significa fondare l’atto estetico come un gesto ritmico, rimico, del tutto simile alla dipendenza eppure dato una volta soltanto. unico gesto – libero dall’essere «persona», dall’avere un peso, traiettoria, modo di camminare.
significato che accade nel corpo, che si «attesta» dentro come l’idea che il gas sia rimasto aperto, quando già la metropolitana è nel punto in cui la rete non prende e il buio intorno spalanca il vuoto mentale.
non sto parlando di ascesa. una distanza che si abbrevia – venire meno, qui, delle dita, verso il nero. latrato che si spegne dopo l’incidente –
dopo, ricordo.
L’essenziale
Filippo D’Eliso, “Lì un tempo fioriva il mio cuore”
Recensione di Giovanni Agnoloni
Filippo D’Eliso, Lì un tempo fioriva il mio cuore (RP Libri, 2020)
Conosco Filippo D’Eliso come musicista, poeta e uomo di cultura, e posso dire che raramente ho trovato un autore che sapesse esprimere con altrettanta intensità e direi quasi compresenza molteplici sfaccettature di una stessa sostanza artistica. I versi raccolti nella silloge Lì un tempo fioriva il mio cuore lo dimostrano. Qui il vissuto dell’autore si riversa mediato dal filtro della sua vocazione umanistica e della sua competenza di compositore, accompagnandosi a risonanze cosmiche che echeggiano la sua passione per la fisica.
Leggiamo ad esempio i primi versi di Miserabili pellegrini:
Miserabili pellegrini
di un universo ignoto
vaganti nel buio
della notte amica
in cerca di verità
nel cosmo dissanguato
dalla cieca cupidigia
di mani insensibili
ai dolori
delle umane genti
occhi selvaggi
bagnano
l’asfalto grigio
strade vuote.
La parola ai poeti. Angelo Airò Farulla

Forse mi sbaglierò, ma avendo ormai perduto lo scranno dell’arte letteraria per eccellenza, credo che si riaprirebbe oggi, per la poesia, la possibilità della famigerata “torre d’avorio”, ovvero l’occasione di sottrarsi alle smanie di condivisione con un qualsivoglia lettore, per farsi pura pratica conoscitiva individuale, ascesi tutta rivolta verso i più estremi lidi.
Il nostro pubblico è Dio, ho già scritto altrove, per sottolineare l’irresistibile tendenza che mi conduce verso il mio stesso naufragio letterario.
La torre d’avorio è sempre anche cella di spleen, in effetti.
Perché, nonostante tutto, non ci è dato balzare fuori dal tempo e raggiungere l’assoluto con un paio di versi, anche se all’origine della scrittura vi è, certamente, come un’inespressa preghiera: vincere la morte.
Ma tutto il percorso si gioca pur sempre nel tempo mortale; per quanto mi riguarda, nell’approfondimento eretico di una certa frase di San Paolo che recita: ora vediamo come in uno specchio offuscato, ma allora vedremo direttamente.
Il richiamo dell’assoluto mi porta ad amare il relativo.
A un dato livello si tratta infatti, per me, di non rinunciare all’abbagliante mondo dei segni e delle figure, e di disobbedire quindi a quella “somma sapienza” che vorrebbe liquidare la realtà della vita come vana illusione; al contrario, senza speranza né timore, affermare la potenza irrefragabile delle apparenze, il loro influsso costante, la necessità della loro esistenza così come l’indelebile segno lasciato nel tutto dal tutto, e sigillare quindi la tragica fragilità di creature, cose, eventi e pensieri alla muta indifferenza dell’eterno.
In ogni caso, avendo come prospettiva ultima la saldatura dell’incondizionato col condizionato, o della trascendenza con l’immanenza (ecce crucem), vi è in tutto questo la promessa stessa del fallimento: scrittura quindi essenzialmente asintotica, la mia, tendente a un punto che non potrà mai raggiungere.
E questo sarebbe forse già sufficiente.
Perché un poeta vuole scrivere ancora e ancora e ancora, pur avendo in mente un unico luogo finale, l’Africa di Rimbaud, laddove più non si scrive.
Per il momento, la scrittura resta un oscuro avvicinamento al nulla eterno, che si rivolge segretamente a quell’unico lettore analfabeta il cui nome resta celato da sempre alle generazioni della Terra.
Angelo Airò Farulla
20 gennaio 2024
(il Sole entra in Acquario)
Lo vogliamo?
Paolo Buchignani, “La spilla d’oro. Memorie da un secolo sterminato”
Paolo Buchignani, La spilla d’oro. Memorie da un secolo sterminato, Arcadia Edizioni, Roma, 2024, euro 18
di Fabiano D’Arrigo
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Dopo “L’orma dei passi perduti” (ed. Tralerighe libri, 2021), Paolo Buchignani continua a scrivere opere narrative e dona al pubblico dei lettori un portentoso romanzo storico: “La spilla d’oro. Memorie da un secolo sterminato” (ed. Arcadia, 2024).
A differenza dei grandi romanzi storici ottocenteschi, il cui narratore esterno ed onnisciente ricostruiva accuratamente un ambiente con gli usi, i costumi e la mentalità, Buchignani si affida ad un narratore che è pure il protagonista della vicenda narrata e ricostruisce una storia, quella del Novecento che parte dal 1911 e sfora fino al 2022, mescolando ed intrecciando memorie, vicende personali reali e verosimili, eventi veramente accaduti e documentati.
La ricostruzione storica dell’ambiente, in particolare di quello lucchese: della città di Lucca e delle campagne dell’Oltreserchio dove si trova Santa Maria dei Colli, non impedisce alla narrazione, come è giusto che sia, il dipanarsi di fatti fantastico-verosimili, né talvolta il trasformarsi in un lirismo narrativo che ricorda la pregevole scrittura tobiniana.
La parola ai poeti. Luca Vaglio
La poesia, in fondo, in tutte le forme in cui è stata, e può essere, concepita, è un modo di orientare il linguaggio e, parallelamente, un modo di pensare, di vedere le cose. E, ancora, è un’occasione per esprimere, o per ricreare, un’esperienza del mondo. La mia prima presa di contatto con questa forma di scrittura avvenne molto presto, a scuola, durante le lezioni di seconda elementare. Si trattò di un’esperienza assai significativa e già capace di agire in profondità, di formare e di trasformare la mia idea relativa alle possibilità di espressione. La mia maestra, Eda Vanni, che si merita, pur a distanza di parecchi anni, un grande grazie, dopo averci insegnato le basi della grammatica, della scrittura e della lettura, l’anno successivo, in seconda elementare, ci fece leggere diverse poesie di Giuseppe Ungaretti, di Salvatore Quasimodo, di Giovanni Pascoli e di altri poeti del ‘900. Continua a leggere
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
[Mc 1,40-45]
?La tradizione rabbinica ha sempre considerato attentamente il simbolismo legato ai fenomeni osservabili in natura e, in particolar modo, nel corpo umano. Così, la malattia è sempre vista, non tanto come fenomeno scientificamente studiabile, ma soprattutto per l’alto valore simbolico attribuitole. In questo contesto religioso-culturale, la pelle ha assunto un forte significato legato alla sua funzione (per quanto si potesse cogliere) nel corpo umano.
È un confine, la pelle, fra dentro e fuori, fra sé e tutto il resto. Dunque, una malattia della pelle era vista innazitutto come alterazione di questo confine. Alterando il confine, si altera tutto il rapporto fra le parti segnate dal confine stesso. Si instaura una relazione fra le parti separate dal confine non più rispettosa delle alterità ma, appunto, alterata, confusa, in una parola, impura. Questo concetto (purità/impurità) è legato non alla natura o alla derivazione morale della malattia, ma alla confusione generata dal “non essere al proprio posto” proprio di ciò che avrebbe dovuto segnare un confine, una separazione che poteva permettere una relazione fra diversità. Continua a leggere
La parola ai poeti. Francesco Terracciano

I.
Per quanto sia cosa difficile, e rappresenti anche un pericoloso tranello, potremmo dire che la poesia è il tentativo di dire l’indicibile attraverso l’elaborazione del linguaggio che usiamo, ogni giorno, per dire altre cose.
Dal mio punto di vista, dopo tanti anni, questa sembra ancora l’approssimazione meno ingenua a qualcosa che, per sua natura, è (fortunatamente) indefinibile.
Ungaretti sosteneva: “direi, con modestia, che la poesia è una combinazione di vocali e consonanti, una combinazione, però, nella quale è entrata una luce. È dal grado di questa luce che si riconosce la verità della poesia: quando la poesia è poesia, raggiunge l’irraggiungibile, mette a contatto le parvenze con la sola realtà, che è la realtà eterna”. (1)
II.
“La realtà eterna”. I necessari inciampi, il passo spedito e la corsa lungo la strada bella. Ho ripreso il passaggio di Ungaretti non per cercare una comoda sponda, ma per i concetti di “luce”, “irraggiungibile” e “verità della poesia” che mi sembrano ancora importanti.
Quelle definizioni però, per quanto care, sono legate a un mondo ancora classico -nonostante la complessità degli eventi che l’hanno attraversato- quale poteva essere il Novecento dal suo inizio alla fine; nella società contemporanea, invece, l’individuo vede ridimensionata -se non annullata- la sua partecipazione alla vita collettiva, al punto che l’interiorità sembra essere l’unico luogo confortevole da abitare, anche se implica i corollari dell’isolamento e del cinismo: nulla sembra più adatto dell’interiorità moltiplicata ed esibita, tradita a ogni pensiero, malintesa nell’agire, e i social media ne rappresentano un pericoloso canale di divulgazione anche in poesia.
Oggi assistiamo all’esposizione del soggetto senza più la significazione della soggettività, alla moltiplicazione della poesia dell’io senza che quest’ultimo (e quest’ultima) sussista.
Manca, in altre parole, la possibilità per la parola di essere dimora, di scegliere il suo significato, di aderire al proprio tempo; manca la capacità, per la poesia, di essere sovversiva.
A quel tentativo di definizione che facevo all’inizio, va quindi aggiunto uno spazio del possibile, un luogo dove assumere il conflitto e le scelte che il nostro tempo ci pone davanti. Assunzione di conflitto -o di responsabilità, se si preferisce- sono anche la resistenza e l’opposizione, l’elaborazione, il tentativo di sottrarsi ai meccanismi che immiseriscono l’uomo e lo riducono a una copia, a una griglia standardizzata e obbligante.
Si tratta di atteggiamenti che potrebbero rappresentare una via di uscita dal pensiero dominante e dalla sua prassi, così come da una poesia che ha perduto significato e capacità di evocare. Continua a leggere
Dal nuovo romanzo
Era il giorno della parasceve. Mi rendo conto che il nostro libro prende sempre più la forma narrante del Vangelo, forse perché è il nostro vangelo, la parola che diventa carne nei fastidi quotidiani, nelle paure sotterranee, nelle contraddizioni che sempre affollano la vita. Forse il Vangelo è vero solo in queste pagine, in questo va e vieni tra il progetto e l’attuazione, tra lo sguardo limpido del Cristo e i nostri occhi assonnati, incapaci di vegliare solo un’ora. Avevamo desiderio della luce, e nello stesso tempo l’ombra ci assediava, come se fosse impossibile vivere se non nell’unione degli opposti, che Cusano ci aveva insegnato nelle sue pagine difficili. Forse la vita è in queste righe che si accavallano e si sommano, nei pensieri che passano per labirinti intricati, perché solo Dio è semplice, come diceva don Mario, e noi siamo discepoli pieni di dubbi e di conflitti da sciogliere nel giardino della risurrezione, nei chiari del bosco di un dono immeritato. Era il giorno della parasceve. La luce che tanto attendevamo sarebbe sorta – ne eravamo sicuri – prima o poi.
Dialoghetto famigliare di compleanno
di Antonio Sparzani

La famiglia Lampetti è formata dalla madre, matematica pura, dal padre poeta e dal figlioletto dodicenne Carletto, per nulla timido e curioso d’imparare. Un giorno – è il compleanno del padre – viene in visita lo zio Fiorino, fratello della madre e noto come filosofo un po’ rompiscatole, e si aspetta anche l’arrivo degli amici coniugi Baluba, con il loro figlio Lamberto, amico da anni di Fiorino, ma anch’essi assai affezionati ai Lampetti. La signora ha cucinato con le sue mani una stupenda crostata di mele, da abbinare ai raffinati tè che il signor Lampetti sempre serve ai suoi ospiti,
Saranno dunque in sette a mangiare la crostata e occorrerà dunque dividerla in sette parti uguali, se no sai che mugugni. La mamma pone il problema a Carletto che subito, ben fiero del suo sapere, dice che basta dividere uno per sette.
Madre: “Coraggio, bimbo mio” Continua a leggere
La parola ai poeti. Laura Boscardin
Seduta nel divano grigio di casa, mi guardo attorno: vedo scaffali pieni di libri, la pianta di aloe che si allunga sopra il tavolo, ascolto le voci delle persone che passeggiano per strada e quando un filo di luce entra timido dalla finestra, mi dico che la poesia è in tutte le cose di questo mondo. Rispondere alla domanda Cos’è la poesia? è una grande sfida. So di essere solo un’umile servitrice, un canale attraverso cui l’energia poetica si innesta e fluisce, è qualcosa di superiore, non nel senso gerarchico del termine, ma in quello spirituale. Credo che la poesia vera si scriva quando si viene chiamati, e quando succede dobbiamo essere pronti ad usare il sangue delle nostre ferite per svelare ciò che vibra e ferve dentro di noi, perché la poesia è luce ed illumina gli abissi interiori più oscuri. La poesia viene da questa necessità che è insieme salvezza e amore. Continua a leggere
L’altra riva
Utopie… e altro ancora, di Vincenzo MURA. Nota di Giovanni Nuscis

Descrizioni precise e originali e una forte tensione etica si apprezzano immediatamente nelle poesie dell’ultimo libro di Vincenzo Mura Utopie… e altro ancora; e, non marginalmente, anche la weltanschauung dell’autore, nei cui versi affiora la sua storia personale e quella collettiva, e quel sentimento di finitezza che con l’avanzare degli anni sferra la sfida più cruenta. A non sfuggire è anche il legame forte dell’autore con la sua Isola, in particolare, col villaggio natio, Pattada. Continua a leggere
La parola ai poeti. Matteo Pelliti
Rispondo al gentile invito ricevuto da Fabrizio Centofanti di partecipare alla serie di interventi “La parola ai poeti” e, subito dopo aver accettato e aver letto un po’ dei contributi già pubblicati, precipito nel baratro della domanda: “E ora cosa scrivo?”. Quale sia la mia idea di poesia? Forse riproporre le mie poesie scritte nell’infanzia? Oppure le cose ultime a cui sto lavorando? Magari pubblicizzare la collana di poesia giocosa “Frisbee” che ho immaginato e che sta per uscire nei prossimi mesi presso Industria&Letteratura? Dare “la parola ai poeti”, fuori dal perimetro del loro fare poesia, ma anche, spesso, dentro quel perimetro, comporta sempre qualche rischio. Se non altro di tenuta da parte del lettore che si accosti a queste porzioni di autobiografia, o di auto-commento. Quindi? Intanto un’osservazione preliminare: nel novero. Mai come adesso, ma forse è sempre stato così, se già Giovanni Giudici lo osservava in suo intervento sull’Unità degli anni Novanta[1], una delle principali preoccupazioni dei poeti contemporanei pare quello di essere compresi “nel novero” dei poeti contemporanei. Ecco, io vorrei confessare che ho cercato il più possibile di sottrarmi da questa ansia di essere dentro un elenco, un numero, un indice, un’antologia, un albo di abilitati e abili, un gruppo, una corrente, una scuola, una cordata, un cenacolo. Preferisco cercare di captare quel che mi interessa scrivere e come mi interessa scriverlo, con estrema libertà: il foglio bianco è un luogo di libertà, vigilata dai vincoli che mi do scrivendo. Si potrebbe dire che all’aumentare di vincoli aumenta la libertà espressiva. Forse è questo atteggiamento che mi ha portato, alla fine, ad essere incluso tra gli autori dell’OPLEPO, l’omologo italiano dell’OULIPO francese. Il quale dato contraddice, in parte, proprio quello che ho scritto poco sopra (il disinteresse circa l’appartenere a un gruppo, formalizzato o meno che sia). Ecco, la poesia per me è anche il luogo dove sperimentare proficuamente la contraddizione, forse. Continua a leggere







