Mauro Ferrari, Seracchi e morene

a cura di Luca Pizzolitto

Mauro Ferrari, Seracchi e morene (Passigli, 2024, prefazione di Giancarlo Pontiggia).

L’uomo che in fuga dalle raffiche
copre gli occhi al figlio,
la donna che tocca la sponda
pensando d’essere infine,
dopo la traversata
del deserto e del dolore,

salva; i mutilati dal dolore
nel buio in stanze bianche,
il condannato che non sa;
e qui vicino a te l’amico in giardino,
la madre che scende le scale
e il bimbo col suo canto d’innocenza:

contro lo sbriciolarsi insensato
innalzano preghiere
e implorano misericordia
per colpe e peccati incomprensibili.
Ma nulla ferma il martellare cieco.

Allora – e non è poco, forse è tutto –
dobbiamo resistere
amando la bellezza,
crearla se possiamo,
proteggere la sua fragilità
e il vero e il giusto
– gli altri suoi nomi –
tenendo l’asse in equilibrio
mentre tutto vacilla.

(In questo buio e in questo freddo
ho contemplato e serbo in me il tuo corpo
nudo che entrava in acqua sorridente
sotto sguardi inconsapevoli:
perché il segreto è ben riposto
fra gli occhi, che accolgono la vista,
la mente, che comprende,
e il cuore che gioisce: e mai saprai
se la battaglia è vinta o persa,
se l’attimo di luce è un accendersi o uno spegnersi).

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Straordinario

Dovremmo credere come respiriamo, senza sforzo, comunicando la presenza di Dio come un fatto di vita quotidiana. È l’offerta che rende straordinario il gesto più consueto. La nostra morte può essere un viatico per l’altrui conversione, come quella del Cristo.

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La parola ai poeti. Sonia Caporossi

La poesia è un essudato dolente di sensazioni, che si riversa verso l’alto dalla gabbia dello sterno attraverso i filamenti neuronali dell’intelletto per dare senso al senso e materia all’informe. Per ottenere un tale risultato, un poeta deve studiare, arrabbiarsi, dannarsi con sé stesso e fallire tante volte, definendo, alla fine del percorso, una propria poetica differenziale che possa dirsi autonoma, che insomma risulti propositiva e non sterile.

In tutto questo, lo stile è fondamentale, ma ritengo che incaponirsi su una tecnica specifica generi, in poesia come nelle altre arti, una ridondanza che si riverbera su temi, argomenti e contenuti, instradandoli inevitabilmente verso un unicum a rischio della ripetitività. Questo perché, nella mia personale visione, la poesia è essenzialmente forma e il contenuto, di conseguenza, vi si adatta permeandola come un guanto. Non che sia minoritario o meno importante rispetto alla forma: dico solo che il linguaggio poetico, il quale per sua natura possiede intrinsecamente uno statuto differenziale rispetto alla prosa, si alimenta del principio dell’analogia, che ha bisogno di uno specifico adeguamento tra stile e contenuto per commutarsi in un messaggio comunicabile. Continua a leggere

Gli uni per gli altri

Pregare gli uni per gli altri: è questo il nostro compito. Invece di farci la guerra, di vedere il male inevitabile, i difetti onnipresenti; invece di pensarsi in una giungla piena di agguati, in un mare che nasconde mostri, pregare gli uni per gli altri: ecco un segreto da custodire attentamente.

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20 righe (per niente) facili

 

di Pasquale Vitagliano

La ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico si presenta come una immane raccolta di merci. È l’incipit de Il capitale di Carlo Marx. E anche le informazioni sono merci. E le informazioni sono parole. Questo è lo scenario nel quale si inserisce l’esordio poetico di Luca Baratta, Hanno ragione i poeti (Eretica Edizioni, 2023). Per sua dichiarazione indica anche il proscenio della sua orazione civile. Il titolo esprime la sua precisa risoluzione.  Il proverbio Navajo in esergo, infine, ne svela lo statuto naturale. I poeti sono nella nostra epoca pari agli uomini “contrario” nella cultura dei nativi americani, gli Heyoka, uomini che erano pervasi dalla presenza del Grande Spirito. A loro, e solo a loro, di fatto dei matti, era permesso tutto. Capovolgendo la realtà ne indicavano l’anima. Come i poeti, appunto. Solo che oggi sono tutt’alto che intoccabili.

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Non ho avuto il tempo di finire

Il post che avevo programmato alcuni mesi fa per la giornata di oggi era dedicato alla memoria di Selma Merbaum, giovane poeta ebrea, nata 100 anni fa, il 5.2.1924 e morta a 18 anni, vittima della Shoah. Non è rimasto molto di lei, una foto e cinquantotto poesie che ho tradotto nel 2009 in italiano con il titolo: Non ho avuto il tempo di finire.
Infatti, queste sono le ultime parole che Selma, all’indomani della deportazione, scrive nel suo album di poesie prima di consegnarlo a una amica.

Non ho avuto il tempo di finire.
Nella luce della violenza inaudita che si scatena contro la popolazione civile palestinese in questi mesi e che si sta intensificando di giorno in giorno, le parole di Selma si caricano di un significato che trascende il suo destino individuale.
Chiunque non abbia il tempo di finire di lavare i piatti, di dare da mangiare ai bambini, di cucinare la cena è fonte della nostra vergogna. Ieri gli ebrei, gli armeni, i tutsi, i bosniaci e tutte le etnie che sono state perseguitate e uccise sotto gli occhi di chi ha preferito far finta di niente per indifferenza o interesse.
Se pretendiamo di aver imparato qualcosa dalla storia, la commemorazione delle vittime della Shoah ci costringe di stare, a prescindere, dalla parte di tutte le vittime di pulizia etnica di tutti i tempi. Hanno bisogno di noi i morti e i vivi affinché loro non diventino i dimenticati di domani.
Chi non ha il tempo di finire ha il diritto dell’incondizionata solidarietà da parte di chi, invece, ce l’ha.
Tacere davanti ad un crimine contro l’umanità come viene commesso in questo momento da parte del governo Netanyahu equivale all’identificazione con la logica utilitaristica dei governanti che considerano l’essere umano nient’altro che una pedina nell’eterno gioco per soldi e potere.

Non ho avuto il tempo di finire, scrive Selma, riassumendo in poche parole scarne la tragedia di chi perde la vita in mezzo alla vita. Tutto ciò che succede ti riguarda, recita un verso del poeta tedesco Günter Eich. A noi che oggi, speriamo di poter finire quello che abbiamo iniziato, ci riguarda ogni pasto cotto a metà, ogni frase interrotta, ogni gatto che questa sera non mangerà e ogni poesia senza fine. Se non comprendiamo questo, siamo persi. O ci salviamo tutti, o non si salva nessuno.

Stefanie Golisch, 3.2.2024

Selma Meerbaum-Eisinger: Non ho avuto il tempo di finire. Poesie sopravvissute alla Shoa. A cura di Adelmina Albini e Stefanie Golisch, Milano, 2009. (Mimesis Edizioni)

Poesie di Tolentino de Mendonca

[foto di Edward Dalton]

A cura di Luca Pizzolitto

Una poesia è un esercizio di dissidenza, una professione di incredulità nell’onnipotenza di ciò che è visibile, stabile, appreso. Una poesia è una forma di apostasia. Non c’è vera poesia che non faccia del soggetto un fuorilegge. Una poesia obbliga a pernottare nella solitudine dei boschi, in campi innevati, in rive incontaminate. Che altra verità esiste nel mondo se non quella che non appartiene a questo mondo? Una poesia non cerca l’inesprimibile: non c’è uomo pio che, nella concitazione della sua pietà, non lo cerchi. Una poesia restituisce l’inesprimibile. Una poesia non conquista la purezza che affascina il mondo. Una poesia abbraccia precisamente l’impurezza che il mondo ripudia.

(Josè Tolentino de Mendonça)

Da “Estranei alla terra” di José Tolentino de Mendonça (Crocetti, 2023, traduzione di Teresa Bartolomei) Continua a leggere

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro


Si mise a servirli
(le preposizioni della Libertà)

[Mc 1,29-39]

 

?Durante la pandemia da COVID, abbiamo toccato con mano quanto fosse importante la sensazione di libertà deturpata che si stava percependo intorno a noi e, in qualche modo, dentro di noi.

Sembrava come se, fino a quel momento, non ci avessimo fatto caso, ma, tutto insieme, ci apparve  lo spettro della malattia incurabile. Non era solo un’ ipotesi, si trattava di una vera e propria espropriazione di sé. La minaccia della malattia minava i rapporti amicali e perfino quelli familiari. Continua a leggere

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La parola ai poeti. Filomena Ciavarella

La parola poetica è stata fin da quando ero piccola l’arma per scavare in profondità nell’esistenza, per dare a me stessa delle risposte alle domande metafisiche alle quali non riuscivo a dare un senso. Mi ricordo che la domenica a sera mio padre mi portava al cinema. Andammo una volta a vedere il film “La Bibbia”, gli chiesi chi fosse dio, perché esiste il male e la morte. Lui mi teneva per mano, mentre camminavano lungo viale Vittorio Veneto del mio paese, mi diceva che non sapeva rispondermi e che ci sono dei misteri inspiegabili nella vita.
Mi ricordo che passavo le ore a voler disegnare in aperta campagna la primavera sul prato, ma il disegno che facevo non era mai perfetto per me e puntualmente  lo strappavo.
Con la scrittura mi sentivo più  a casa, il mio mondo si popolava di anima, il dolore, l’ inquietudine che sentivo cominciava ad avere un senso. Continua a leggere

Compagnia


Tutto dipende da quello che ascoltiamo. Oggi c’è un rumore insopportabile, a cui rischiamo di abituarci sempre più: la chiacchiera, il non senso, l’urlo per partito preso. Se ascoltassimo il canto del cuore di Gesù, troveremmo compagnia.

La parola ai poeti. Giacomo Cerrai

L’arte è l’idea che ci facciamo delle cose, dice Michelangelo Pistoletto in un’intervista. Penso che potremmo dire lo stesso per la poesia, per quanto le definizioni di essa siano infinite e per lo più inutili. Ma “farsi un’idea” mi piace, mi piace la costruzione “per sé”, personale, che questa espressione implica. Ed è appunto una questione di pói?sis, il “fare dal nulla” di cui parla Platone nel Simposio. E questo nulla cos’è? Forse quelle “cose” a cui fa riferimento Pistoletto, oggetti, impressioni, sentimenti, dolori, piaceri, azioni, materiali, elementi della natura o dello stesso linguaggio, che in qualche maniera la poesia ricostituisce in un’idea nuova, o in un concetto significativo. O in una, diciamo, possibilità di vedere. E lo fa per connessioni, legami, meccanismi cognitivi, saperi artigianali e magari un po’ di quel talento individuale di cui parlava Eliot. Continua a leggere

Stupore

Se il Signore ci desse in base a quanto diamo a Lui, saremmo perduti. Solo la libera iniziativa di una generosità senza pari permette lo scatto di reni di ciò che chiamiamo salvezza. L’eternità è una sorpresa esagerata, uno stupore senza fine.

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Annarita Zacchi, Poesia e lutto

a cura di Leonardo Gandi

Di Annarita Zacchi (Castelnuovo di Garfagnana 1959-Firenze 2022) sono uscite tre raccolte, Rotte terrestri, Teseo 2013, Voi e lo sparso, Chipiùneart 2015, Utopie del corpo, Arcipelago Itaca 2020. Alcune poesie sono apparse in riviste e volumi collettivi. Del 2012 è la plaquette Lavoro e antilavoro, di cui sono state allestite letture sceniche. Un primo gruppo di inediti, col titolo Papaveri e lattine, è stato pubblicato nel 2022 dalle edizioni Diddo. Quest’ultimo volumetto è il solo ora reperibile sui principali store digitali. Per gli altri si può scrivere a [email protected]. Notizie, immagini e filmati, testi inediti sono contenuti nel sito [email protected]

Il testo qui presentato, del 2013, nasce all’interno di una discussione su “poesia e lutto” svolta nel gruppo di autori raccolto intorno a Elisa Biagini, a Firenze. Annarita prende le mosse da un contributo di Andrea Gigli che riflette sul particolare lutto da cui è nata, a suo avviso, la poesia moderna e contemporanea, «quello originato dalla perdita di quasi tutto l’apparato tecnico e formale che l’ha definita per secoli. La funzione catartica non può più essere veicolata da una parola che ha perso il suo essere “canto”, che non è più assunta nei suoi valori fonici, in quel “risuonare nel corpo”, in quella possessione magica necessaria perché tale funzione abbia luogo. Perdita e lutto si associano a un dolore che per ciò stesso appare irredimibile. Il poeta “semantizzato” è integralmente solo, solo nella foresta pietrificata dei significati, e la dimensione della “gioia” omerica (eufrosùne) abbandona pressoché per intero le scritture poetiche della contemporaneità. L’ebbrezza vitale e quella erotica, il dionisiaco, lo stesso stupore estatico di fronte alla morte, cantata perché indispensabile per aprire le porte della memoria, dimensioni tutte ben rappresentate nella poesia antica, sono difficilmente reperibili in quella contemporanea». Continua a leggere