
QUATERNARIO
I.
I mondi si imbevono e bevono
ebbrezza per nuovo spazio
e i quaternari sprofondano
il sogno tolemaico.
Rovine, roghi, disfatte –
in tossiche sfere, fredda,
qualche anima stigia,
sola, sublime, antica. Continua a leggere

QUATERNARIO
I.
I mondi si imbevono e bevono
ebbrezza per nuovo spazio
e i quaternari sprofondano
il sogno tolemaico.
Rovine, roghi, disfatte –
in tossiche sfere, fredda,
qualche anima stigia,
sola, sublime, antica. Continua a leggere

Il tronco è tagliato alla base: era un albero maestoso, uno di quei pini che svettano e vedi da lontano, per esempio dalle scale che partono dalla piazza del santuario antico, e che percorri come un viaggio dell’anima o del cuore, in cui un gradino è un’epoca passata, un cerchio dell’albero, un tronco tagliato via di netto con l’accetta, come il Battista predicava, sant’uomo d’altri tempi, che parlava della scure posta alla radice, siamo lì, qualcosa che va tolto, o trasformato, che dovrebbe ritornare come un tempo, in origine, quando tutto era buono, anzi, addirittura molto buono, perché Dio le cose le fa bene, non vorremo anche dargli la colpa dei pasticci, e così, dicevo, l’albero, che poi, era l’albero della vita o qualcos’altro? che c’entra l’albero del bene e del male? Forse perché l’ebreo non era tanto interessato a quello che chiamiamo eternità, ma a ciò che definiamo morale, a come mi comporto, a cosa scelgo, e l’uomo, la donna, ish e issha, decisero loro cos’è bene e cos’è male, e così venne fuori un tronco storto, ed è quello che vedo, a pochi metri da qui, è il taglio radicale che il sant’uomo del Giordano auspicava o temeva, valli a capire questi santi. Il vento si è alzato in uno spazio di peccati e confessioni, in questo luogo che non avrebbe motivo di esistere se l’uomo e la donna non avessero mangiato il frutto, se il serpente non li avesse convinti a pensarsi come dèi, che poi, io dico, è meglio tenersi sempre bassi, è meglio fidarsi di qualcuno che affidarsi ad ambizioni smisurate, come quelle del demonio, sempre fuori misura, dall’inizio. I pappagalli conversano tra loro, non finiscono mai di raccontare, come se vivere non fosse che un racconto senza fine, interrotto da azioni secondarie, dormire, mangiare, che vuoi che sia rispetto allo snodarsi continuo degli eventi, al ritrovarsi qui con un taglio radicale, con l’idea di ripartire da capo, ora che hai capito che all’albero della vita ci si arriva arrotolando il nastro, tornando a quella prima parola, alla cosa molto buona che abbiamo perso per strada, lettrice, che abbiamo perso per strada, lettore, ma ti pare, come si fa a permettersi errori così scemi, come si fa a non capire? Come si fa a sbagliare vita?

Fabiano Alborghetti è nato nel 1970. Ha scritto di critica, fondato riviste, creato programmi radio, progetti in carceri, scuole e ospedali ed è promotore culturale. Collabora inoltre come consulente editoriale per case editrici e riviste sia in Svizzera che all’estero. È nella commissione di programmazione di diversi festival ed è presidente della Casa della Letteratura per la Svizzera italiana. Nelle vesti di autore, rappresenta la lingua italiana e la Svizzera nel mondo su mandati ufficiali e traduzioni di sue poesie sono apparse in volume, riviste o antologie in più di 10 lingue. Ha pubblicato 6 raccolte di poesia tra le quali Maiser (Premio Svizzero di Letteratura 2018) poi prodotto integralmente come radiodramma dalla RSI Radiotelevisione della Svizzera Italiana. Dal 2017 è al lavoro per un romanzo in versi basato sulla comunità Walser (Borsa letteraria UBS Cultura e Borsa di creazione della Fondazione Landis & Gyr). Corpuscoli di Krase è la sua ultima raccolta, pubblicata per i tipi di Gabriele Capelli Editore (Mendrisio, Svizzera) nel 2022. http://www.fabianoalborghetti.ch.

Quando Sorrentino non era Sorrentino snobbai Le conseguenze dell‘amore (2004). Lo ammetto, ho un pregiudizio nei confronti di un certo cinema italiano, in particolare quello che fa il verso a un certo cinema francese. Neanche l’endorsement di un mio amico, per niente cinefilo, e lontanissimo dai sentimentalismi da camera di questo cinema, mi aveva convinto. Anche se qualche dubbio cominciava ad affiorare. Arrivata l’occasione di guardarlo in tv, arriva la sorpresa. Il film gioca esplicitamente con certe atmosfere nouvelle vague, ma non parla proprio d’amore, almeno inteso letteralmente. E’ un film sulla perdizione. E’ un film molto bello, ben riuscito. Così ho scoperto Paolo Sorrentino. Qui, però, mi interessa riportarne l’esempio di scarto tra titolo del film e il suo contenuto.
“Proteggete il nostro
Protettore. Salvate
il Salvatore morente”.
Così predicava il Pastore
nel gelo della chiesa vuota, al lucore
dell’ultima bugia rimasta
accesa sull’Altar Maggiore.
***
Giorgio Caproni ci mette davanti a contraddizioni e aporie che richiedono una nostra decifrazione sempre ardua.

Stato di grazia: laicamente, è quando tutto fila liscio, senza intoppi, quando c’è un allineamento prodigioso tra corpo, psiche e spirito. In senso teologico, è quando siamo visitati dal perdono, pentiti di ogni male. Stato di grazia è rinascere, ripartire, rivivere. Il Signore sia con voi: siate in stato di grazia.

Che sia la volta buona? Che davvero, questa volta, cadano le squame, che si cominci a vivere, ora, proprio ora che cambia il tempo, che il sole dei giorni passati cede il posto alle nuvole – bianche, grigie, nere -, che l’acqua spazzi vie le maschere e non resti che la nuda verità? I preparativi sono incerti, non sai mai se basteranno le valigie, se basterà il viaggio per tornare fra persone che di te non sanno nulla, mentre tu sai quasi tutto, di loro. Il silenzio di attimi, che divide un brano dell’organo dall’altro, ti ricorda che c’è un poi rispetto alla realtà, un abisso di silenzio in cui fare le tue scelte, in cui il giudizio finalmente cade, come quel giorno che parlaste e tu sentivi che nulla era più come prima, e che i passi della gente, l’abbiare dei cani, l’oscillare degli alberi era quello di sempre eppure tutto era diverso, come se le cose incontrassero una luce accecante che le trasformava. Pregare, inginocchiarsi, giungere le mani, gesti che si fanno in automatico, rituali che danno sicurezza, forme che la gente può approvare: la gente, la gente, come se la gente fosse qualcosa, come se non fossimo veri solo davanti a quell’abisso di silenzio, tra un brano d’organo e l’altro, come se ogni azione, ogni sguardo, ogni parola, non fossero la copia difforme di qualcosa che suonerebbe vero solo in quel silenzio, tra un brano e l’altro, tra una vita e l’altra, fino al giorno in cui ogni mossa sarà autentica, il volto del Cristo risorto, le mani non più giunte, i ginocchi ritti, lo sguardo fisso su di Lui, in attesa di una Sua sentenza, eppure tace, tace, non dice una parola, solo ti guarda, come se chiedesse a te di raccontarti, di vedere in un attimo tutta la tua vita, di cercarne il senso, di capire se resista un gesto, una parola, la cipollina data al mendicante, il sorriso regalato per nulla, la mano tesa verso l’altro, se ci sia stato anche solo un atomo, una particella subatomica, che si possa chiamare, anche di sbieco, anche forse per sbaglio, che si possa chiamare amore.
La terra del silenzio è di cristallo,
cristallo azzurro, quasi di ghiaccio.
Lí tutto danza senza far rumore
e ogni immagine si rifrange all’infinito.
Le lacrime e i lamenti dei bambini
lasciano il suono dolce della cetra.
Delle creature tacite i sorrisi
levano ai cieli un riflesso rosato
e gli sguardi profondi dell’amore
azzurre fiamme d’un incendio attizzano.
In questa terra del silenzio il vero
risuona come una campana a festa
che apre volte chiassose in mezzo al cielo.
Nella terra del silenzio spesso ho sentito
gli scampanii d’argento
che leva uno stormo di gru.
A nozze mistiche, a processioni,
a cerimonie celesti ho presenziato,
nella terra del silenzio che è di cristallo,
cristallo azzurro, quasi di ghiaccio.
***
La poesia greca ha la capacità unica di rendere un’atmosfera di mistero suggestiva e inquietante nello stesso tempo. Questi versi di Melissanthi ne forniscono una prova eloquente.

Non avevo capito che la musica piena, spiegata, era il segno del dono, della grazia ricevuta in questi giorni. Con Dio bisogna stare attenti, a ogni minimo dettaglio. Sono esattamente nello stesso punto in cui don Mario ha scritto le preghiere: era dopo l’ictus che l’aveva devastato: colpito, ma non ucciso, oppresso, ma non schiacciato, e scriveva e sudava, l’ho già detto, lettore, l’ho già detto, lettrice, ma come si fa a non ricordarlo, ora che sono qui, esattamente nello stesso punto, e la musica dell’organo ricorda che tutta quella sofferenza, quell’eccesso di dolore è diventato gloria, note sublimi che lui ascolta come me, insieme con me, fra terra e cielo, perché qui, davanti alla cappella dei francesi, non c’è più differenza fra alto e basso, superficiale e profondo, è un grande abisso di luce, ciò che Kafka temeva, quando l’amico gli chiese perché non aderisci a Gesù, tuo correligionario, e lui rispose perché Cristo è un abisso di luce e bisogna chiudere gli occhi, per non precipitarvi. Ma ora so, davanti alla cappella dei francesi, esattamente nello stesso punto in cui don Mario ha scritto le preghiere, ora so che l’abisso di luce è il nostro luogo, la nostra vera patria, e che qui siamo tutti pellegrini, in cammino verso noi stessi, come Abramo, quel giorno che partì senza sapere dove andava, e ora che la musica suona, spiegata, trionfale, ora che i giorni sono quasi finiti, e che torno da mia madre, nell’eccesso del dolore, ora so che proprio qui è il mio luogo, che questa è la mia patria, e ogni volta che tornerò qui, davanti alla cappella dei francesi, esattamente nello stesso punto in cui don Mario ha scritto le preghiere, mi chiederò come ho fatto a non capire, quel giorno, che questo era il tuo segno, Signore, che questo era il mio segno.

SILVANA KÜHTZ è nata a Bari, ha il cognome del nonno tedesco (ha anche un nonno salentino!). È ricercatrice confermata all’Università della Basilicata a Matera al Dipartimento Culture Europee e del Mediterraneo, e docente di Estetica e di Ascolto, Comunicazione, Creatività, nel corso di laurea di Architettura ed Educazione, Ambiente e cultura della sostenibilità nel corso di laurea di Paesaggio. La sua ricerca fonde teatro, scrittura, lettura, sensi, attraversamento dei luoghi, dell’invisibile. Conduce laboratori di sensorialità, creatività e lettura a voce alta per adulti e bambini. Ha creato www.poesiainazione.it. Nel 2014 ha vinto il premio Gatto con 30 giorni, una Terra e una casa, pubblicato da Campanotto ed. Finalista al premio InediTo, festival delle colline torinesi 2016 con una silloge tuttora inedita, VISCERA. Nel 2018 è stata pubblicata da Spagine del Fondo Verri una sua raccolta di prose poetiche: Quel che resta del bello, e una silloge poetica Manuale di Fisica Ostica da Musicaos. Collezione di piccole felicità, pubblicato da Casalta di Firenze è un volume con suoi testi e foto di Andrea Semplici. Da marzo 2021 dirige il Festival della Parola | Abitare Poeticamente la Città. Dal 2022 è responsabile cultura e creatività del Digilab, Politecnico di Bari.