Da luoghi lontani, recensione di Riccardo Ferrazzi


Sempre più meritoria nel suo impegno, la collana “Senza Rotta” dell’editrice Arkadia offre spazio e opportunità ai racconti, genere letterario ingiustamente trascurato dall’editoria italiana. Dopo “Lo storiografo dei disguidi” di Paolo Codazzi, è la volta di una sillogedi tre autori: il “nostro” Giovanni Agnoloni, del quale, oltre ai recenti
Viale dei silenzi e Berretti Erasmus, non si può fare a meno di ricordare Internet: Cronache della fine; e inoltre Carlo Cuppini e Sandra Salvato, tutti e due poeti, l’uno con esperienze di teatro e letteratura fantastica, l’altra giornalista ed esperta di comunicazione.

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Ora che c’è il sole si ragiona, è tutta un’altra cosa: se uno immagina Dio che sta creando, non può che supporre uno scenario come questo, un silenzio interrotto solo dal canto degli uccelli e dal vento che arriva fin qui da chissà dove. Ne parlava quella sera Gesù, con Nicodemo, come se tutti dovessimo sapere dello Spirito, mentre ricordo quel passo degli Atti dove dicono
  non abbiamo mai neanche sentito dire che esiste uno Spirito Santo. È vero, non lo conosciamo, dovremmo viverlo, semplicemente, in quanto parte del pacchetto iniziale, del progetto, parola perduta, quando parli di persone, perché oggi le persone non sono più un progetto, ma una discarica triste dove ognuno getta ciò che vuole. E se tornassimo a quel gesto, alle parole che in origine hanno detto tutto, chiamandoci per nome, anche te, lettrice, anche te, lettore, e in quella voce c’era la tua voce, quella che hai sempre sognato e mai ha raggiunto le tue labbra, come se ogni volta si smarrisse, sommersa da altre voci, forse per il vizio di dare più importanza a ciò che dicono gli altri, e invece ora, in questo squarcio di creazione, col sole che fa il giallo più giallo e il verde un po’ più verde, in cui si capisce molto meglio che quello è un pino e quella è una ginestra, in quest’alba della storia che appare per miracolo, per un momento o per sempre, senti la tua vera, unica voce, e ti chiedi che cosa abbia fatto fino adesso, ora che gli uccelli cantano e il vento passa e non sai da dove venga, ora che Gesù di nuovo chiede a Nicodemo come mai tu, maestro in Israele, non conosci queste cose, e invece ecco, io so, e parlo con la voce che finalmente è mia e forse tu, lettore, e anche tu, lettrice, sull’onda di questo nuovo inizio, senti, vedi, questa cosa che oggi come allora è molto buona, in un giorno di sole irripetibile, unico, prima che comincino le copie, prima che tutto rischi ancora di smarrirsi, di confondere le voci, non più tue, di chissà chi, da chissà dove, gli echi, le urla senza senso.

Poesia italiana del XXI secolo

Paola Silvia Dolci, è nata nel 1977 a Cremona, dove risiede, è ingegnere civile. Si è diplomata presso il Centro Nazionale di Drammaturgia. È armatrice e comandante dello sloop Noix de Coco. È giornalista, e collabora con diverse riviste letterarie e testate nazionali. È autrice, traduttrice, e direttrice responsabile della rivista indipendente di poesia e cultura «Niederngasse». Ha pubblicato: Bagarre, Lietocolle ed., 2007; NuàdeCocò, Manni ed., 2011; Amiral Bragueton, Italic Pequod ed., 2013; I processi di ingrandimento delle immagini, Oèdipus ed.,  2017; bestiario metamorfosi, Gattomerlino Superstripes ed., 2019; Portolano, Mattioli1885 ed., 2019; Diario del sonno, Le Lettere ed., 2021; un libro segreto sotto pseudonimo, 2021; Dinosauri Psicopompi, Anterem ed., 2022.

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Piaghe


Meditare e pregare sulla passione di Gesù, sulle Sue piaghe, sulla Sua Persona sofferente, è un balsamo potente, che ci introduce nei segreti dello Spirito. Finché non si passa quella porta, non conosciamo nulla della vita.

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Gli ospedali sono tutti identici, perché sei uguale tu, con il battito rapido, i pensieri che vagano nel mare della sofferenza, la gente che aspetta torcendosi le mani o con lo sguardo nel vuoto. Si passeggia, ci si guarda come animali in una riserva naturale, sapendo che qui non c’è niente di normale, neanche le preghiere, o le bestemmie. Medici e infermieri passano come esseri semidivini che non ti degnano nemmeno di uno sguardo; le donne delle pulizie sembrano registrare una presenza, per nulla interessate. Di là dai vetri, la luce è un richiamo irresistibile a qualcosa di vero, di creato da Dio, perché i pensieri, a volte, sono quanto di più lontano possa darsi.
Ogni tanto passa un letto a rotelle con pazienti che farneticano, illudendosi d’essere ascoltati. Poi, figure indecifrabili, che è impossibile attribuire a categorie ben definite: una ragazza che procede a occhi bassi, un uomo in abiti civili, con la cartella nera, un giovane in tuta che cammina a gambe larghe. Ciò che unisce è l’attesa di qualcosa: un responso sanitario, una visita, l’agognata fine dell’orario di lavoro. Tutti attendono un esito: i famigliari di un malato, la dottoressa che ti scruta di sbieco, l’operaio rassegnato a caricarsi l’ennesimo carrello. Tutti aspettiamo un giudizio, perché nel sangue, da subito, comincia a circolare l’immagine di un re che ci dice venite benedetti, oppure via da me, maledetti, perché ero malato e mi avete, o non mi avete visitato. La fine della vita è una sala d’attesa dove scorrono le stesse facce di adesso, con lo stesso battito cardiaco; l’attesa del responso, forse, sarà meno stanca e rassegnata: è lì che si vedrà il discrimine tra cinismo e fiducia, speranza ed egoismo. Sarà un grande corridoio d’ospedale in cui solo due porte serviranno: l’una porterà alla luce, l’altra a un buio senza risposte, senza sguardi.

Si vis pacem, para pacem. L’ignoranza al potere

Evgenij Solonovich, 88 anni, il massimo italianista russo, è stato escluso dal comitato organizzativo del Premio Strega. “Siamo alla russofollia” scrive Angelo d’Orsi”. “La Farnesina trascina in guerra anche il Premio Strega” titola Antonio Corbo. E la Repubblica? “Premio Strega, la Farnesina cancella la giuria di Mosca”. A prescindere dal contenuto, questo titolo rassicura il lettore frettoloso, poco interessato al mondo poco appetibile dei libri: la lunga mano di Mosca è stata bloccata dal vigile Ministro degli Esteri italiano. Invece si tratta di un fatto gravissimo, segno della follia dilagante. E pensare che il Premio Strega nacque in ben altri momenti e con altri propositi, nell’Italia che usciva dal Fascismo. Così ne racconta gli inizi Maria Bellonci, ideatrice del Premio: “Cominciarono, nell’inverno e nella primavera 1944, a radunarsi amici, giornalisti, scrittori, artisti, letterati, gente di ogni partito unita nella partecipazione di un tema doloroso nel presente e incerto nel futuro. Poi, dopo il 4 giugno, finito l’incubo, gli amici continuarono a venire: è proprio un tentativo di ritrovarsi uniti per far fronte alla disperazione e alla dispersione”. A quando una iniziativa ampia e autorevole della cultura italiana? Continua a leggere

Io sono un jazzista e altre storie. La nuova opera narrativa di Guido Michelone

Intervista di Giuseppe Garavana, esclusiva per la Poesia e lo Spirito

 

Guido Michelone, parliamo della sua nuova opera narrativa Io sono un jazzista e altre storie?

Certo, fa bene a chiamarla ‘opera narrativa’ e non ‘romanzo’ anche se il libro viene spesso etichettato come tale e in molti mi chiedono se sia il mio nuovo romanzo. No, sono quattro racconti (tre lunghi, uno breve), di cui il primo porta lo stesso titolo del libro, tranne la piccolissima variante del punto interrogativo (presente nel racconto, ma non in copertina). Fatta questa precisazione, inizierei col dire come nasce questo libro: un amico mi parlò nella primavera del 2020 di una nascente collana di un piccolo editore, basata sui racconti di argomento jazzistico. Mi convinse a scriverne uno, sicuro che, dopo le prime due uscite (già programmate e realmente avvenute) toccasse poi a me. La collana però è rimasta ferma a quei primi due titoli e io non solo avevo scritto il racconto, ma mentre lo scrivevo mi accorgevo che stavo diventando qualcosa di più di un semplice bozzetto. Continua a leggere

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Il sabato e la domenica aprono le gabbie: una folla di gente si riversa in questi prati, al punto da non distinguere più il sacro dal profano. Urla di bimbi si fondono col traffico dell’Ardeatina, piena di buche e code senza fine. Sotto la finestra si trascinano secchi e si gettano bottiglie, con un frastuono che ricorda la chiusura tarda delle birrerie. Sono finiti i tempi delle sbornie, quando affogavi la paura nelle Ceres, e t’illudevi di vincere il dolore nelle corse folli sul litorale pieno di luci, dove tra stelle e fari delle auto non c’era differenza. Ne hai fatta di strada: i sogni di una volta sono finiti nella differenziata, ora puoi guardare in faccia il terrore che ti aveva inchiodato appena nato, quando stavi per andartene prima ancora di arrivare. Pensavi che il destino assegnato alla tua vita fosse quello di sparire, di dimenticare prima ancora di aver ricordato. Ti accorgi di quanto prezioso sia stato l’effetto di quel carico enorme di dolore: solo tu sei in grado di capire le persone che passano per quel tuo stesso tunnel, le riconosci prima che parlino, da un gesto, uno sguardo, e puoi fornire loro la chiave per uscire di prigione. Cos’è stato a salvarti? Viene, nella vita, il momento in cui la terra s’incrocia con il cielo: per una pura coincidenza, ti sembra, ma era tutto pronto dai secoli dei secoli. È qualcuno che ti prende per mano e ti fa evadere dal carcere, come nel quadro in cui san Pietro è liberato da un angelo rosa, avvolto nella luce: l’apostolo è ancora addormentato, come pure i soldati, appoggiati alle lance rese innocue dalla guarigione profonda del cuore, dal bene che vince la violenza perché, semplicemente, è superiore. Sarà questa la svolta di un’epoca malata, prigioniera: l’amore aprirà le gabbie, riempirà i prati di gente che avrà visto la luce, visitata dall’angelo imprevisto e inedito di una libertà mai conosciuta.

Zero


Gesù non è attirato dal paesaggio – l’ha creato Lui -, ma dal cuore, la disponibilità della persona. Don Mario diceva sempre: disponibile non significa disposto. È sul campo che si riconosce il combattente. Le chiacchiere stanno a zero.

I colori della santità, di Prisco De Vivo

 

Ogni qualvolta  che mi sono trovato a visitare antichi sotterranei di chiese remote, invasi dal buio, ho spesso pensato che la santità portasse con sé un qualche colore… un colore all’anilina, ad esempio, luminosissimo, tutt’uno con i fondali, e al lapislazzuli, nella tonalità più prossima all’azzurrite, il cui carbonato di rame fa di colpo intensa qualsiasi atmosfera di un dipinto.

Nei miei sogni, poi, se vi affiora del viola, è come se mi sentissi in rima con certe atmosfere mistiche: luce penitenziale, auspicio di conversione; … l’ineguagliabile viola di Quaresima, dei miei giorni di adulto e di bambino…

Colori e metamorfosi di toni su tavole di martiri e santi che sin dall’infanzia mi han rapito e affascinato. 

Il sangue dei martiri, il rosso ciliegia che colando dal seno ferito di sant’Agata macchia il flammeum, il velo color fiamma che portavano le consacrate: colori s’imprimono infiniti ed eterni, estatici all’occhio della mente. 

Vero è che la santità ha molti colori. O non ne ha alcuno, nessuno dei nostri, di quelli terrestri. Con san Paolo: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano» (1Cor 2,9).

 

 

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In quei giorni c’era uno strano miscuglio di eventi e sentimenti, come se l’apice del non senso, la libertà sfrenata, la noncuranza dei valori si scontrassero per la prima volta, dopo anni di pace fittizia, con il baluginare delle armi, l’incubo della bomba, scenari da tempo rimossi e ora tornati prepotentemente alla ribalta, come se i nodi dovessero venire al pettine comunque. C’era un’aria di precarietà, nessuno si azzardava a lanciare programmi, a formulare progetti, cercando, semmai, di salvare il salvabile, di costruire bunker psicologici che difendessero da quella che sembrava un’appropriazione indebita di serenità. Tutto questo accadeva per rovesciare le false sicurezze, per smascherare le precarie architetture dell’uomo senza Cristo. Qualcuno, addirittura, parlava della comparsa dell’anticristo sulla terra, una figura ambigua che sotto una patina di cordialità e correttezza nascondeva l’antiprogetto del demonio. Questa ipotesi avrebbe spiegato molte cose, anche certe derive della Chiesa, che sembrava aver perso la solidità di convinzioni millenarie e si lasciava trascinare in un infido commercio con il mondo. I criteri più certi parevano cadere a uno a uno, concessioni imprudenti confondevano il confine tra la vita e la morte, il bene e il male. La gente era ogni giorno più disorientata e gli stessi ministri del culto dissentivano tra loro, creando scandalo tra i semplici, che non sapevano più a quale santo votarsi né se i santi potessero ancora dirsi tali. Si moltiplicavano le pubblicazioni contrarie alla sana dottrina, mentre qualcuno già auspicava la convocazione di un concilio che dirimesse le questioni più urgenti e moderasse gli animi più accesi.  Ne saremmo usciti? Tutto questo accadeva perché stava per aprirsi un’era nuova, in cui la menzogna sarebbe stata vinta per sempre da un semplice rintocco di campana.

Dal basso


Cerchiamo di ritenerci all’altezza, magari di pensarci superiori, più bravi, preparati, o quantomeno più furbi di quelli che incontriamo, o con cui condividiamo le giornate. Dovremmo, tuttavia, fare il contrario: guardare dal basso, dal piano del servo, quello prediletto da Gesù, Figlio di Dio.

Intervista a Roberto Deidier

Intervista a Roberto Deidier

 

Domanda a bruciapelo. Se tu dovessi presentare la tua poesia a chi non ti conosce, quali tratti metteresti in evidenza?

Cominciamo con la domanda più difficile. Forse la prima cosa che direi sarebbe che scrivo i versi con le maiuscole. Lo spiegherei dicendo che non mi piace improvvisare. Un poeta autentico, per me, non è soltanto un artista, è anche un artigiano della parola, del ritmo. Lo fanno anche gli inglesi. Un verso esatto non ha bisogno di essere urlato, dunque la mia poesia non ha bisogno di gridare. E questo è l’altro tratto importante, che riguarda non solo il lavoro sulla parola, ma l’identità stessa della poesia. Plutarco, nei Dialoghi delfici, ci dice che l’oracolo perse di autorità quando i sacerdoti non seppero più confezionare esametri esatti. Non fatico a credergli. Continua a leggere