Gesù non chiede più di quello che possiamo dare. Non ci schiaccia. Se c’è uno che misura bene, è Lui.
Lirico terapia. Ferruccio Benzoni
La cerimonia
Sento un canto lontano che muore e rimuore.
Scostati da me madre mia.
E tu, sorella, porta via ogni residuo d’inchiostro.
Non la bianca pagina dolente, dolcissima. Implume.
Per una volta genuflessa; mai caritatevole.
Eccomi. Giacendo nel sonno ascolterò la neve.
da Numi di un lessico figliale
I Magi, di W. B. Yeats
Ora li posso vedere, come sempre, con l’occhio della mente,
in quelle vesti rigide e dipinte, i pallidi
insoddisfatti apparire e scomparire nell’azzurra
profondità del cielo, i loro volti antichi come pietre
battute dalla pioggia, e tutti gli elmi d’argento, che ondeggiano
l’uno vicino all’altro, e gli occhi sempre fissi, sperando
di ritrovare ancora, insoddisfatti dal tumulto del Calvario,
sul pavimento bestiale il mistero
del tutto incontrollabile.
Lasciamo passare le feste, di Enrico Fraccacreta
Lasciamo passare le feste
dalla scintilla della nuova vecchiaia
brilleranno i nostri ultimi tempi.
Lasciamo passare le feste
spazzeremo meglio il terrazzo
una bella sfoltita alle piante e fare spazio
dovremo cambiare il frigorifero
mettere in ghiacciaia i momenti tra noi
gettare l’albero davanti casa
lasciandolo con qualche nastro colorato
lucine intermittenti, un paio di giocattoli
chissà vadano a finire in una capanna africana
davanti agli occhi grandi e stupiti di quei bambini
o in qualche igloo eschimese
davanti al fuoco acceso sul ghiaccio
dei cuori indifferenti.
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
«Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.»
[Mt 2,1-12] Continua a leggere
Senza motivo
Clemente Rebora
È di me parte un uomo di lavoro
È di me parte un uomo da lavoro,
rude le membra e in giubba affumicata,
che tutto nel sonoro
bàttito volge della sua giornata;
è di me parte l’uom che pavoneggia
la vanità della superbia dotta,
e coi bravi gareggia
e pugna dentro alla cívile lotta;
è di me parte l’uom che nell’azzardo
del presente s’incita e la gazzetta
ha per vangel, beffardo
a ciò che non appaga la sua fretta;
è di me parte l’uom che s’apparecchia
il gioir dei conforti
mondani, e non si specchia
che dove è la violenza dei più forti;
e altro ancora: e intendo
il divenir tremendo che non cura
l’opporsi, e si fa storia e natura;
ma dove nel libero indugio
arcanamente s’agita il mio volo,
odio l’usura del tempo
paurosamente solo.
da Frammenti lirici, 1913, XXVII
Liberare
Lirico terapia. Fabio Pusterla
L’ultimo piccione,
quello che insiste quando il resto dello stormo
è già disperso sui tetti,
rintanato fra i muri,
il solitario che vola sulle piazze in discesa
accecato dal sole,
forse solo più stupido degli altri, refrattario
a quel chiocciare sordo, orizzontale
– e intanto perde, goffo,
chicco su chicco il cibo che gli è offerto -,
che si lancia nel vuoto
di un’impresa immaginaria, una minaccia,
la paura di un fischio,
e ne ricava volo, muta il rischio
in un gioco di looping e planate,
la fuga in gara assurda contro l’ombra rapida del gabbiano,
ombra che vola davvero e che scompare;
l’uccello che cerca il vento delle strade
e dei camini, che si schianta
nel traffico e rimane
mucchio di piume grigie, ripugnanti,
sul bordo dei tombini,
non guardarlo.
[da Le cose senza storia]
Audaci
L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 22
Ciò che muove
Postille alla poesia, di Maurizio Soldini 6. Stefano Dal Bianco
Postille al libro Paradiso di Stefano Dal Bianco per Garzanti, 2024
Libro pluripremiato, essendosi aggiudicato quest’anno la 95° edizione della Sezione Poesia del Premio Viareggio-Rèpaci, la 36° edizione del Premio Letterario Camaiore-Francesco Belluomini e il Premio Strega Poesia 2024.
E pertanto sono alte le aspettative del lettore.
E comunque avranno pure le loro ragioni i critici e i giurati vari che hanno attribuito i premi.
Ma dal mio punto di vista, di lettore, ormai attempato, di poesia, ahimè, le aspettative sono state disattese.
E dunque ho davvero ben poco da dire su questo libro e sarò sintetico.
Saranno brevissime postille. Continua a leggere
Deboli
Luigi Maria Corsanico legge Cesare Pavese. 7
Di fede
Lirico terapia. Francesco Scarabicchi
Naturale
INSOLVENZE di Francesco Cagnetta

Nota di Maria Grazia Palazzo
Quest’opera di Francesco Cagnetta, Insolvenze (La Vita Felice, 2024), avvocato molfettese, classe 1982, con precedenti pubblicazioni monografiche e in collettanee, anche per blog letterari, e pregevoli riconoscimenti, si annuncia, già dal titolo, un lavoro tagliente, di sicuro impatto emotivo, a tratti crudo, senza sconto, eppure profondamente umano. La poesia contemporanea in cui si iscrive la scrittura poetica di Insolvenze, libera dal fardello ideologico di eredità di accademie, è una scrittura nuda ma anche antica. Il mal di vivere che la attraversa rifugge da maschere e orpelli, nessuna rincorsa orgogliosa o narcisistica di traguardi sociali da esibire. Qui la poesia ha altra scaturigine, drammaticamente incombente, l’appartenenza generazionale di chi non lascerà segni visibili di sé, progenie, quella realtà che nella cultura magnogreca era tutto. Qui Francesco Cagnetta indaga le ombre, le apnee, la precarietà delle nostre vite, le domande senza risposta.
















