Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Solo amore è famiglia

«I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme.

Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte.
Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.
Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» [Lc 2,41-52] Continua a leggere

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Lo Specchio dell’Essere: una lettura di “Osicran o dell’Antinarciso” di Saverio Bafaro

Articolo di Laura Di Gigli

Introduzione: Osicran e l’incontro tra mito, poesia e psiche

L’opera Osicran o dell’Antinarciso di Saverio Bafaro si configura come un audace ed intenso itinerario poetico che intreccia mito, psicologia e filosofia contemporanea. Bafaro, poeta e psicoterapeuta, compie un’operazione ermeneutica straordinaria: trasforma il verso in un laboratorio di riflessione sull’identità, il desiderio e la frattura ontologica che attraversa l’essere umano. Il testo si nutre di una cultura raffinata e poliedrica, spaziando dal simbolismo mitologico alla psicologia gestaltica e lacaniana, passando attraverso suggestioni che richiamano il pensiero freudiano, junghiano, fenomenologico ed esistenzialista. In questa analisi si cercherà non solo di delineare i tratti distintivi della raccolta poetica, ma anche di esplorare i molteplici strati culturali che ne sostanziano la densità intellettuale e artistica.

Narciso e il doppio: viaggio attraverso lo specchio, tra l’Io e l’inconscio

Al cuore di quest’opera si dipana una rilettura psicologica e filosofica del mito di Narciso, che si emancipa dalla mera allegoria di vanità e perdizione per divenire una profonda metafora dell’identità frammentata e del desiderio che si alimenta dell’assenza, in una ricerca incessante di sé.

L’immagine dello specchio ricorre nelle liriche come simbolo pregnante di un dialogo profondo con l’inconscio, un territorio oscuro e ribollente di desideri indomiti, spesso inascoltati:

Troppo fondo quel fondo / troppo nero quel nero / nell’assenza verticale / degli amori mai avuti. (Osicran, p. 10).

Il viaggio nell’abisso dell’inconscio si rivela impervio e insidioso ma aperta alla possibilità di ritorno, purché si mantenga saldo lo scopo della conoscenza. Tale scopo, evocato come un “filo d’Arianna”, si rivela salvifico e guida attraverso le tenebre, consente la risalita:

Nel pozzo dei desideri / trovi molto se perdi / mentre resti sospeso / […] Solo oscillando tornerò / piegando forte la schiena / aggrappato coi pugni / alla corda d’oro: / caduta e risalita sono / la stessa luce emersa. (ivi).

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Rendez vous. Poeti che si parlano. Lucianna Argentino e Laura Corraducci

 

Con Luca Pizzolitto abbiamo immaginato uno scenario confidenziale, uno spazio e un tempo per parlare di poesia al di là delle forme più consuete. Ripartire da una condivisione che esplori le note nascenti e le vie misteriose della comunicazione artistica, un salto senza rete sulle corde della fiducia: è ciò che proponiamo per provare a far convergere, una volta di più, la poesia e lo spirito.

Una poesia per libro

di Alberto Fraccacreta

Volker Braun, Passione coloniale, traduzione di Sara Paolini, Del Vecchio Editore

Prologo

In principio Iddio creò cielo e terra
E la Terra era informe e vuota
E sullo spazio dell’abisso era il buio.

(Josef Haydn. La creazione, Nr. 1)

Ma essi giunsero da lontano
Per via naturale alle isole: sull’acqua,
Con lunghe barche.
E videro che era cosa buona.

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Carlo Giacobbi, Erbe d’esilio

foto di Mona Eendra

a cura di Franca Alaimo

Una squisita architettura, intessuta di rimandi e simmetrie, caratterizza la composizione della silloge poetica Erbe d’esilio (peQuod, 2024, collana Portosepolto) di Carlo Giacobbi: le sezioni sono dodici, sebbene quella d’apertura venga indicata dallo stesso autore come tredicesima, in quanto, così puntualizza nella sua nota, essa «vuole porsi in ideale continuazione» con la precedente raccolta Abitare il transito (Arcipelago Itaca, 2019) che si chiude con la poesia-sezione n. XII.  Continua a leggere

Venti di righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Reveries (Delta 3 Edizioni, 2023) è la raccolta poetica di esordio di Cinzia Coppola. In realtà, scrive da sempre, ma è arrivata tardi alla prova della pubblicazione. Credo sia un elemento da sottolineare come un valore. Oggi il rapporto con la scrittura sembra invertito. La pubblicazione come vanità anticipa spesso la scrittura come piacere e necessità. Nelle poesie della Coppola non c’è nulla di autorefenziale e lezioso. Che scrivo a fare/ di un paniere di vero dolore. D’altra parte, cos’è, in fondo, la poesia se non un intrico di “nuvole e uragani”. Vibra, dunque, il motore immobile che alimenta la ricerca di una voce nuova. Dentro e fuori. Luce e buio. Artificio e natura. La poesia della Coppola è duale, pendolare. Ne risente anche la qualità del verso che oscilla tra una luminosità intrinseca e una facondia che dice troppo. Nella ricerca nascente di una propria voce queste asperità non sono certo un limite. Certe case restano sempre chiuse/ perché nessuno ci entri dentro./ (…) Pensi sempre che poi varcherai la soglia/ sapendo che sono solo un miraggio. La poesia è come un amour fou, non puoi scriverne troppo. Rischi che nessuno ti crederà che la poesia esiste davvero.

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Incarnazione
(a partire da Gv 1,1-18: «Il Logos si fece carne»)

«20 gennaio 1861

Carissimo, onoratissimo e amatissimo Padre,

Poiché la mia sentenza tarda ancora ad arrivare, desidero scrivervi un nuovo saluto, che sarà probabilmente l’ultimo. I giorni della mia prigionia scorrono pacificamente. Tutti coloro che mi circondano mi onorano, molti mi vogliono bene. Dal grande mandarino all’ultimo soldato, tutti deplorano che la legge del regno mi condanni a morte. Non ho dovuto subire torture, come molti miei fratelli. Un leggero colpo di sciabola separerà la mia testa, come un fiore primaverile che il Maestro del giardino coglie per suo piacere. Siamo tutti fiori piantati su questa terra che Dio coglie al momento giusto, un po’ prima, un po’ più tardi: uno è la rosa purpurea , un altro il  giglio candido, un altro l’umile  violetta. Cerchiamo tutti di piacere, secondo il profumo o lo splendore che ci sono stati donati, al Sovrano Signore e Maestro.

Vi auguro, caro Padre, una lunga, pacifica e virtuosa vecchiaia. Portate con dolcezza la croce di questa vita, seguendo Gesù fino al calvario di un felice trapasso. Padre e figlio si rivedranno in Paradiso. Io, piccola effimera creatura, me ne vado per primo. Addio.

Vostro devotissimo e rispettoso figlio,

J. Théophane Vénard Continua a leggere

Contro il banale, un inno alla semplicità

di Raffaela Fazio

L’alternativa alla banalità è la semplicità.

Davanti alla complessità della vita e dell’essere umano, la banalità è un adagiarsi pigro, piatto e opaco, un tirare i remi in barca. Al contrario, la semplicità è una spinta, è il risultato di uno sforzo vivace, un viaggio continuo che non rinuncia alla ricerca di un orientamento, di un corso navigabile.

Sì, la semplicità è la vera alternativa; quella falsa risiede in ciò che è lambiccato, cervellotico, forzato. L’astrusità si rivela spesso un bluff, un ristagno che rende il complesso complicato e, fingendo originalità, in fondo non conduce lontano. Continua a leggere

La possibile autoestinzione dell’homo insipiens. Riflessioni su un indesiderato possibile destino.

di Annamaria Ferramosca

Sto attraversando l’arco finale di vita concessomi e vedo naufragare le tante speranze che nutrivamo da giovani, quando guardavamo con ottimismo al nostro futuro e pensavamo d’essere ad un passo dai traguardi più luminosi dell’umano. Il progresso scientifico, tecnologico, ma soprattutto quello del pensiero etico mi entusiasmavano, avrei scommesso che il mondo si sarebbe trasformato in un “villaggio globale”- per usare un termine recente – dove la comunicazione sempre più potente e veloce avrebbe facilitato l’incontro tra i popoli, dove la  domanda di aiuto e solidarietà da parte delle popolazioni svantaggiate o vessate da governi non all’altezza sarebbe stata ascoltata, dove soprattutto sarebbe cessato il frastuono delle armi e scomparso ogni eccidio per l’universale riconoscimento dell’assurdità di ogni guerra.   Continua a leggere

Giampaolo Centofanti, cinque poesie

Poesie nelle quali faccio cantare tante persone, in una persino Gesù. Spesso parla direttamente il protagonista, anche dove non è citato un nome. Sono storie inventate, nate però dalla vita di un prete che vive, cresce, in mezzo alla gente e ne sente il canto. “Maria da parte sua custodiva tutte queste parole-fatti lasciandole condiscendere nel suo cuore” (Lc 2, 19).

Kairos e Chronos

Bagliori ad est, destati colli
di verdi, gialle, rosse, speranze.
Che li mira Silvia mentre piange.
E carretti di muli col grano
giù nel traffico della statale…
È l’alba, bianche nubi a dire
qua e là il segreto del tempo. Continua a leggere

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro


Incontri

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto». [Lc 1, 39-45]

 

Visitazione del Pontormo. Pieve di s. Michele – Carmignano –

Non è solo un incontro tra due donne. Non è solo una visita fra parenti. È l’incontro fra due compimenti, fra due realtà femminili coinvolte in una assunzione del mistero. Entrambe, Maria ed Elisabetta, hanno accettato che l’impossibile entrasse nelle loro storie personali, fecondandole per un più di novità. Certo, ogni gravidanza ha in sé una novità. Certo ogni donna incinta è più o meno consapevole di quanto sta accadendo in lei e solo in lei, irripetibilmente.
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Piccole luci che illuminano un futuro di speranza per l’umanità

di Alida Airaghi

Sabino Chialà, Priore di Bose dal 2022, ha pubblicato presso le edizioni Qiqajon della Comunità “Donne generative che aprono un futuro”, testo di una trentina di pagine compreso nella collana Sentieri di senso.
Sei sono le figure femminili prese in considerazione dall’autore, protagoniste dei primi capitoli dell’Esodo, che si apre in realtà con l’elenco dei dodici nomi maschili dei figli di Giacobbe, evocanti le dodici tribù di Israele. Una storia, quella patriarcale qui narrata, segnata da “complessità e drammaticità, fatta di migrazioni causate dalla carestia, di accoglienza e poi di asservimento”.  Continua a leggere