Gian Piero Stefanoni, La costanza del cielo

Nota di lettura di Lucianna Argentino

La poesia è un viaggio dentro sé stessi sia per chi la scrive sia per chi la legge, per chi la fa sua nella solitudine e nel silenzio di un inesauribile dire perché tale è il dire poetico. Una sorgente di pensieri, di emozioni e di sentimenti che non perde mai la sua forza, la sua pregnanza perché la parola poetica sgorga, a sua volta, dalle fonti inesauribili dell’essere e del silenzio. Questo appare evidente a chi, giunto a queste pagine, ha percorso e ripercorso la poesia di Gian Piero Stefanoni, ha sostato in essa e con essa si è emozionato e ha ritrovato nelle parole del poeta parte di sé stesso e anche di  più. Il dire poetico infatti esonda il suo stesso significato e va a riempire i vuoti oscuri del nostro percorso esistenziale. Continua a leggere

Don Antoine Metin: “La scelta dell’ignoranza o la volontà di non sapere”

Don Antoine Metin, sacerdote originario del Benin, è vicario presso la mia parrocchia, San Lorenzo e Quirico, a Firenze (nella foto, la chiesa di San Lorenzo a Ponte a Greve). Si trova qui in missione “fidei donum”, ovvero invitato dal vescovo per svolgere la sua missione pastorale.

Ho avuto modo di leggere alcuni suoi testi molto interessanti. Eccone di seguito uno decisamente attuale (e che ho apprezzato anche per la qualità linguistica, dato che Don Antoine è originariamente francofono).

“La scelta dell’ignoranza o la volontà di non sapere”

Il rapporto tra i popoli rimane segnato da una incomprensibile disuguaglianza in un mondo globalizzato. Come possiamo accettare che nel XXI secolo, nonostante la cultura digitalizzata e il movimento delle popolazioni, le persone continuino a ignorare ciò che ritengono non meritevole fino al punto di ignorarsi a vicenda?

Dal latino ignorantia, ignorare significa mancare di conoscenza in un determinato campo. La mancanza di conoscenza è un vuoto, una debolezza, una limitazione. Da questo punto di vista, l’ignoranza non nobilita né l’ignorante né coloro che hanno la responsabilità di educarlo e renderlo un uomo giusto e ragionevole.

Non c’è nulla di straordinario nella mancanza di conoscenza. Non si può sapere tutto e non si può essere colti in ogni campo. Ecco perché l’ignoranza è perfino un segno della nostra umanità limitata, rispetto ai campi della conoscenza a cui si applica l’intelligenza.

Il fatto che un’istituzione manchi di conoscenza può anche essere inteso come il fatto che essa si occupi di un determinato campo e non debba interessarsi ad altri che non rientrano nelle sue competenze e che non richiedono alcuna attenzione da parte sua.

La Chiesa, come famiglia di Dio, non è un’istituzione incentrata su un solo ambito. Ha come centro d’interesse l’intera umanità e come campo d’azione il mondo intero. È quindi inammissibile che il suo modo di agire e il suo linguaggio diffondano i difetti di una società che mantiene deliberatamente ‘‘l’ignoranza voluta” come criterio di gestione degli affari. Continua a leggere

Frammenti di Cinema # 83

 

“Cosa hai fatto tutti questi anni? Sono andato a dormire presto la sera”. In C’era una volta in America di Sergio Leone, Robert De Niro cita la Recherche di Marcel Proust. È il sigillo che il regista italiano vuole dare al suo omaggio personale ed epico alla memoria. Il cinema, tuttavia, si è occupato più della memoria come funzione che come sentimento. Da questo punto di vista, Memento (2000) di Christofer Nolan è una pietra miliare. Il protagonista usa il proprio corpo come block-notes per ricordarsi nomi, vie, date fondamentali. Ne L’uomo senza sonno del 2004 diretto da Brad Anders, di cui abbiamo già scritto in relazione al tema del corpo, uno strabiliante Christian Bale non sa di aver perso la memoria e dentro questo vuoto sta tutto il senso del film.

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magari rimango ancora un altro po’, storia di amori dall’isola, di Barbara Della Notte. Con nota di lettura

 

La poesia di Barbara Della Notte ha radici lontane, che la stessa autrice ci fa intuire nell’affettuosa dedica alla sua maestra Filomena; anche nella scelta dello stile, a cui forse non è estranea la sua formazione di sociologa della comunicazione, che la rende sensibile e attenta al problema, affatto irrilevante, della comprensione e dell’apprezzamento di un testo poetico, come confermano gli scarsi acquisti dei libri di poesia. L’autrice adotta dunque una scrittura che esprime levità, giocosità e ironia anche su temi che lasciano intravedere dolori, cicatrici, disillusioni, ma sempre con tocco leggero e originale. Come quando ricorda l’esperienza pandemica (“Ho deciso di comporre un Canzoniere / e so che approveresti / quanto ci siamo divertiti a scriver sonetti / quando è arrivata la fine del mondo / per vincere l’angoscia / dell’isolamento / e l’inquietudine / della morte. /…/ e anche domani / mia madre verrà a prendermi a scuola / mio padre tornerà dal lavoro / C-D-E / C-E-D / e tutto andrà bene / andrà tutto bene?”

 

Alcune poesie ricordano le esperienze dell’adolescenza, i primi amori. Continua a leggere

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Mistero. 4

Il Mistero 4.   C’era una volta l’Uno. E c’è ancora

“Questa è una storia piena di amore e devozione, paura e violenza – e di scienza all’avanguardia”.
Così Heinrich Pas nell’introduzione al suo volume, L’Uno. L’idea antica che contiene il futuro della fisica. Ed ha perfettamente ragione. Quella che racconta, infatti, è una vicenda dalle infinite, tumultuose variazioni, infinita perché da sempre l’essere umano si interroga su un duplice mistero, ovvero sul mondo e sulla sua posizione nel mondo; da sempre elabora ipotesi che tenta di dimostrare, da sempre si esprime attraverso assiomi e raggiungimenti che poi regolarmente mette in discussione e supera, ricredendosi e tornando sui propri passi, per quindi contraddirsi di nuovo e procedere imperterrito alla ricerca di continue (impossibili?) certezze. Una ricerca non semplice né indolore, anzi costellata di rischi, di umiliazioni e sacrifici anche estremi – Galileo che abiura, Giordano Bruno al rogo – ma anche coronata da impreveduti successi: la carriera di Cusano, giunto ai vertici ecclesiastici malgrado le sue sintesi ardite, Marsilio Ficino fondatore di una nuova Accademia platonica che comprendeva maestri come Botticelli e Michelangelo.  Continua a leggere

Intervista a Giuseppe Raudino su “Il fabbro di Ortigia”

di Marino Magliani

Nel tuo nuovo romanzo, Il fabbro di Ortigia (Bibliotheka Edizioni, 2024), la figura del fabbro sembra richiamare un artigiano capace di forgiare il mondo attorno a sé. Se è una metafora dell’autore stesso, quali sono le “materie prime” con cui hai plasmato questa storia? Come definiresti la figura del fabbro e quali “materiali” hai usato per costruirla?

Il fabbro è un “Faber” nel vero senso del termine, adattandosi al mondo con abilità e ingegno, piuttosto che costruendone uno nuovo. È un uomo astuto, capace di modellare la realtà per sopravvivere.

Ortigia è una delle protagoniste del romanzo. Che ruolo ha nella storia?

Ci tengo a precisare che Ortigia è il centro storico di Siracusa, non una città a sé. È uno spazio simbolico, presente soprattutto nei primi capitoli, che incarna la giovinezza del protagonista Currò. Questa ambientazione, con la sua storia e le sue strette vie affacciate sul mare, diventa un personaggio stesso, intriso di magia e malinconia.

Anche ne Il fabbro di Ortigia, come nei tuoi precedenti romanzi, il tema del viaggio è centrale. Come si intreccia con le altre tematiche del libro?

Il viaggio e la nostalgia sono temi portanti. Stavolta, però, emerge la guerra, una violenza necessaria per sopravvivere. Questo conflitto interiore si intreccia con il budo, la via marziale che Currò apprende, rappresentazione di una dialettica tra armonia e pericolo. Continua a leggere

Rendez vous. Poeti che si parlano. Lorenzo Babini e Massimiliano Mandorlo

Con Luca Pizzolitto abbiamo immaginato uno scenario confidenziale, uno spazio e un tempo per parlare di poesia al di là delle forme più consuete. Ripartire da una condivisione che esplori le note nascenti della comunicazione artistica, un salto senza rete sulle corde della fiducia: è ciò che proponiamo per provare a far convergere, una volta di più, la poesia e lo spirito.

Rendez vous. Poeti che si parlano. Fabio Franzin e Riccardo Olivieri

Con Luca Pizzolitto abbiamo immaginato uno scenario confidenziale, uno spazio e un tempo per parlare di poesia al di là delle forme più consuete. Ripartire da una condivisione che esplori le note nascenti della comunicazione artistica, un salto senza rete sulle corde della fiducia: è ciò che proponiamo per provare a far convergere, una volta di più, la poesia e lo spirito.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Che faremo?

«In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto».

Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato».
Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».
Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».
Con molte altre esortazioni Giovanni annunciava la buona novella al popolo. » [Lc 3,10-18] Continua a leggere

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Anatomia dell’invisibile

di Stefanie Golisch

Il potere è una costante della convivenza umana, che nella sua forma originaria si pone come questione di sopravvivenza. È la valutazione a cui giunge lo scrittore e premio Nobel per la letteratura Elias Canetti, nella sua opera principale Massa e potere del 1960. Nel contesto delle sue ricerche storiche-culturali, la quintessenza del potere si colloca nel preciso istante in cui la vita trionfa sulla morte. La sua pressoché illimitata adattabilità a delle circostanze più diverse, lo predestina, tuttavia, a giocare un ruolo determinante in tutte le nostre relazioni.
In realtà, chiunque oggi faccia ricerche sul tema del potere in rete, difficilmente viene confrontato con delle domande esistenziali. Piuttosto appaiono siti legati al mondo imprenditoriale, in particolar modo del business coaching. Il potere, in questi contesti, si chiama leadership ed è connotato positivamente, essendo il suo esercizio finalizzato a ottimizzare la gestione aziendale.
Tra questi due poli – la prova della sua crudeltà sociale e l’affermazione della sua convenienza – le manifestazioni del potere emergono in infinite costellazioni evidenti e meno evidenti. I suoi effetti più significativi si manifestano, tuttavia, sempre laddove i suoi meccanismi rimangono nascosti. In altre parole: ovunque. Continua a leggere

20 righe (per niente) facili

 

di Pasquale Vitagliano

L’ultima raccolta di Giovanni Nuscis, Il tepore che resta (Arcipelago Itaca, 2024) è la leggenda di un bevitore poeta, santo per devozione antica alla parola in versi, peccatore per ostinata e impenitente ricerca di una incarnazione nella vita pratica quotidiana. Sono nella parola che mi giunge/ e mi pervade col suo carico/ grandioso di mondo/ miracolosamente emerso/ da un umile suono. Dentro questa costante oscillazione tra reale e ideale, la sua poesia è profondamente civile, tanto nel senso di essere autenticamente pregna di un’aspirazione al cambiamento della realtà, quanto nel segno di un distintivo tratto di gentilezza e cura. Ecco che leggenda è sia racconto di questo impegno intellettuale, sia dicitura che spiega come trovare la poesia nella vita concreta.  Se non fosse per gli sguardi inarresi/ le menti indocili, la fede/ che spinge a cercare tra macerie/ la piccola pepita del vero/ che ci illumina e commuove,/ cosa sarebbe la vita?

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Tre fisse (domande semplici e concrete)

di Patrizia Baglione
Tre fisse a Simone Zafferani
  • Quanto influisce bellezza, dolore e amore nella tua poesia?

Bellezza, amore e dolore sono tre elementi essenziali della nostra esperienza umana, vorrei dire terrena. Sono inalienabili da noi anche quando cerchiamo di evitarli. Credo quindi che molta della mia poesia abbia a che fare con la rielaborazione dell’amore e del dolore, così come con la bellezza, che più che ricercare io incontro sul mio cammino e riconosco, e cerco di valorizzare, perché la bellezza spesso si impone ed è salvifica. Forse, se devo individuare un percorso all’interno della mia scrittura, il dolore è più manifesto e pulsante nei primi libri; poi ha assunto forme diverse, più mimetiche oserei dire. Di pari passo, l’amore ha preso forma in modo più disteso e patente negli ultimi due libri. Mentre la bellezza credo ci sia sempre stata, solo nel tempo ho imparato a vederla anche dove non ci si aspetta che sia.

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