L’UOMO CHE NASCOSE LA SUA ANIMA IN UNA PIETRA

RACCONTO INEDITO DI VALTER BINAGHI

sassi

L’uomo che nascose la sua anima in una pietra, ebbe prima mani forti e pazienti, per cercarla tra tutte nella pietraia franata dai fianchi del monte, spezzandosi le unghie e riconoscendo quella adatta dopo molto lavoro, finalmente: un sasso tondeggiante, scuro, appena attraversato da una venatura candida, dalla forma che ricordava un cuore.
Allora sciolse il sacchetto di pigmento che portava al collo, lo versò e lo impastò con la saliva nell’incavo della mano, e quando immergendovi il dito e ritraendolo vide che tingeva perfettamente, tracciò tre circoli concentrici sul sasso, e poi il punto centrale.
Intinse e perfezionò più volte il suo lavoro finchè fu soddisfatto. Allora lo posò su una roccia e lo guardò asciugare al sole, giunto allo zenit, che adesso cuoceva le pietre e la savana tutto intorno. Le colline erano silenziose, la selvaggina rintanata, i cacciatori in sosta sotto qualche albero, a bere acqua dagli otri e a sonnecchiare.
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Infiltrati speciali – di Elisabetta Bucciarelli & Franz Krauspenhaar

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Di nuovo, un’indagine. Che ci riguardi. Tu o io, senza differenze. La vita è un’inchiesta. Io lo credo, da quando i colpi di scena mi vengono a trovare, paradossali, e il fronte si capovolge: come quando stai per affogare e ti si capovolge – dentro e davanti a te – tutta la prospettiva. Non sei più un uomo o una donna, sei un affogato che muove le chele d’animale raro per salvarsi, nel vuoto di un’acqua padrona. Siamo qui per comprendere. Continua a leggere→

Roberto R. Corsi

Scelta di poesie 2005 – 2007

SETTE POESIE DA «L’INDEGNITÀ A SUCCEDERE»
(Esuvia Edizioni, 2007)

BISMANTOVA, FERRAGOSTO

Scattavo foto alla povera pietra
costretta ai fianchi della sua distanza,
irrisa dalle nuvole.

Sdraiavo i pensieri su prati innocenti
profetici di valeriana – soltanto al ritorno
seppe il costato le tue frecce.

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Ts’ao Hsueh-Ch’in, Il sogno della camera rossa

di Giorgio Morale

“Brama, desio, spasimo, struggimento,
tutta illusione! A che serve il cimento?”

Il sogno della camera rossa è considerato il più grande romanzo cinese. 700 pagine fitte nella traduzione italiana, in cui si affollano 448 personaggi, dicono alcuni che li hanno contati (qualcun altro dice 700), tutti ben individualizzati e legati da relazioni ricostruite minuziosamente.

Lu Hsun ne parla come di “una gemma della letteratura cinese”. E dice che “La più grande virtù del suo autore è che egli osa descrivere realisticamente la vita, senza usar sotterfugi. Ogni persona del libro è reale ed il romanzo determina una svolta nell’arte della narrativa in Cina”. Continua a leggere→

Per brindare a # 5

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tra fonti, rose e gigli

Francesca è giornalista, Andrea medico. Attorno ai quarant’anni, vogliono avere un figlio, che non arriva, a dispetto di molti e svariati tentativi. Stefano Zecchi, professore di estetica, racconta i pensieri di questa coppia comune come se di questi due fosse amico, con precisione, candore e discrezione. I temi (pardon: i nuclei tematici) sono di peso: l’adozione, la fecondazione assistita, il riconoscimento della vita come dono. Continua a leggere→

Divagazioni sulla recente fiera del libro (più lib/e/ri) di Roma.

La giornata è quella del 7 dicembre. Piove. All’ingresso un nero alto due metri insiste per vendermi qualcosa. Declino, tenendo in mano un ombrello preso da Ikea. Poca gente, è circa l’una.
Arrivano altri amici. Andiamo a mangiare qualcosa nei locali attigui ad una piccola libreria mondadori, nei pressi, tanto per restare in tema. Continua a leggere→

Romanzo a puntate…

I giornali (quotidiani e periodici) ma soprattutto le televisioni ci “bombardano” quotidianamente con romanzi che, data la loro lunghezza, non possono essere ridotti di molto senza alterarne il contenuto; di conseguenza si protraggono nel tempo e vengono proposti agli appassionati “a puntate”.
A questo proposito avete mai pensato, cortesi amici, perché questo modo di “diluire” nel tempo il contenuto di un romanzo si chiama “puntata”?
Abbiamo svolto una piccola inchiesta tra i nostri conoscenti e nessuno, ahinoi, è stato in grado di rispondere. Un ragazzo ha azzardato una risposta a dir poco umoristica: la puntata serve a “puntare” l’attenzione sul prossimo episodio…
Apriamo, allora, un vocabolario alla voce o lemma “puntata” e leggiamo: parte di un’opera di carattere saggistico, artistico e simili che si pubblica isolata dalle altre in fascicolo o su un numero di giornale o rivista cui appariranno successivamente le restanti parti. Bene. La nostra curiosità, però, non è stata appagata completamente; dobbiamo sapere, ancora, perché si chiama “puntata”.
Questo termine ci è giunto dal linguaggio dei rilegatori di libri: la ‘puntata’ era, infatti, il numero massimo di fogli che il rilegatore poteva fermare con un unico punto. Per estensione si è dato, quindi, il nome di puntata a tutte le pubblicazioni di carattere periodico concernente un unico argomento (e con l’avvento della televisione lo stesso nome è stato dato agli sceneggiati che si protraggono nel tempo).
Ma non è finita. La puntata, intesa come ‘fermata’ è anche – come si dice comunemente – una breve escursione, una breve sosta in un luogo: “Fece una ‘puntata’ a Roma e poi tornò con tutta la famiglia a Cagliari”.

Lettera a due madri, di Jolanda Catalano.

Lettera a due madri, Città del sole edizioni , 2004.

Relazione di Benedetta Borrata

Perché a due madri? La risposta è data dalla stessa poetessa in una delle composizioni dedicata a Gilda Trisolini : due madri Gilda/ due nella mia vita,/ una di sangue che mi diede amore,/ l’altra di poesia e di parole. In questo corpus di poesie, di Jolanda Catalano, è centrale la figura della donna ( la donna che non piange mai ),in quanto detentrice di una forza naturale ed autentica che è l’amore materno; anche dopo la sua morte, la madre è sempre un saldo punto di salvezza, di protezione, energia vivificante, corrispondenza di segrete verità, è percorso iniziatico di elevazione, di rigenerazione spirituale per il superamento dei valori terreni e la conquista di valori metafisici.

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Un corso di scrittura, a cura di Massimo Sannelli

di Massimo Sannelli

Questi appunti non sono un esercizio di stile, anche se sono riscritti nella lingua della poesia. È un vero programma di studi (cinque moduli di due ore l’uno, aumentabili), scritto per una Fondazione privata, che deciderà quale uso farne. Quindi non si tratta di un gioco, per me, ma di un *panegirico*, nel senso contorto e giocoso che Amelia Rosselli dà al termine. Chi non lavora, neppure mangi – dice Paolo. Ecco, questo è il lavoro che posso offrire, da conservo tra i servi delle «qualità dei tempi»: per fare il *giro del pane* e mangiarne, non proprio da ospite ingrato. Ecco che cosa do in cambio: Continua a leggere→

Eumeswil. Intervista a Paolo Pedrazzi

Sono molto contento che mi sia stata data l’opportunità di parlare di noi e del nostro progetto su di un sito prestigioso e importante come La Poesia e lo spirito e di questo vorrei ringraziare Marino Magliani, sempre attento a ciò che succede nel mondo editoriale.
Negli ultimi anni sono nate molte sigle editoriali nuove e progetti interessanti. Credo che questo fiorire di case editrici sia dovuto soprattutto a nuovi mezzi e nuove opportunità che prima non c’erano. Per esempio il digitale. Se ci facciamo caso l’editoria prima era una roccaforte. O eri figlio di editori, oppure avevi tanti capitali da investire. O ancora avevi a disposizione una tipografia. Sennò…

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Giù le mani dal paese!

di Pasquale Giannino

Quella sera pensavo ai fatti miei. Ne ho le palle piene – dissi tra me – problem solving, team working, comunicazione efficace, orientamento al cliente… Fanculo! Ora prendo ‘sto telefonino e lo butto nel cesso. Ci mancava soltanto la reperibilità, ventiquattr’ore al giorno, sabato, domenica e festivi inclusi. Per quattro soldi in più a fine mese. Ma chi se ne frega! Mica sono diventato ricco, mica posso comprarmi lo yacht e fare la bella vita! No! Devo continuare a pagare il mutuo e timbrare il cartellino, e sopportare capi e capetti e colleghi frustrati, e clienti simpatici come la merda che pesti sul marciapiede. E ora c’è anche la reperibilità… Fanculo! Mi ero deciso a spegnere quella diavoleria aziendale, fra un po’ avrei spento anche il cervello e mi stavo già pregustando la birra doppio malto che mi sarei tracannato dinanzi a una delle infinite idiozie on demand che offre la rete, quando quel fottutissimo telefonino si mise a squillare: “Sono Stefano, debbo darti una brutta notizia: Paolo si è suicidato”. Continua a leggere→

Terza classe

 

 

André Frénaud
Natale ferroviario (titolo originale Noël au chemin de fer)
tratto da Non c’è paradiso, Mondadori, Milano 1998

 

 

 

San Giuseppe non aveva mai visto locomotiva
ed aveva paura di perdere i biglietti.
Era una sera di grandi partenze, la stazione febbrile
di folla e di fischi, di luci.
Giunti troppo presto, avevan perso tempo al buffet…
Non avevano prenotato i posti,
ed era corsa voce che avessero sbagliato treno.

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CONOSCI TE STESSO (scuola di poesia: 2)

di Massimo Sannelli

IN MARGINE. «*Siamo* soli». Vasco dice bene, qui e altrove. Intanto abbiamo pronunciato molti NOMI, da Saffo in poi; qualcuno è stato ridotto [l’orinatoio di Duchamp è sia metafora sia realtà: soprattutto realtà – è fatto tanto per creare quanto per *distruggere*]; altri esaltati. «Io non mi muovo» da quelli che ho esaltato.

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L’azzurro del mare

di Mauro Ferrari

È una poesia di leggerezza, quella di Roberto Morpurgo; giustamente, nella densa e centratissima nota di prefazione, Sandro Montalto rende l’andamento di queste poesie – al contempo rapsodico e coeso, frammentato e unificato – tramite l’immagine del caleidoscopio. Sono testi composti di versi brevi e liberi, separati da ampie faglie di silenzio, rese più percepibili dalla non esatta corrispondenza tra verso e sintassi; l’Io di Morpurgo procede per annotazioni che si concentrano sui dettagli minuti che danno però il respiro dell’infinitamente grande. Continua a leggere→

I fantasmi del passato

Una delle cose che più mi stupiscono e che non riesco a spiegarmi fino in fondo è la persistenza delle “idee perdenti”. Lasciatemi citare un paio di esempi.
Il fascismo crolla di fatto il 25 luglio 1943, sopravvive in rianimazione per venti mesi e defunge il 28 aprile 1945. Eppure qualche anno dopo rinasce, si chiude nel ghetto della nostalgia, e resiste per cinquant’anni prima di passare le acque a Fiuggi e convertirsi alla democrazia. Be’: da quando si rigenera come una specie di partito conservatore (e cioè l’esatto contrario del fascismo storico, che pretendeva di essere una rivoluzione), alla sua destra sono rinati partiti e partitini che propugnano il fascismo puro e duro.
All’estremo opposto, il comunismo è in debito di ossigeno dal 1961, quando è costretto a costruire un muro non per impedire agli altri di entrare ma per impedire ai suoi di scappare. Trent’anni dopo, Gorbaciov porta i libri in tribunale, l’URSS implode e l’impero collassa. Ma in Italia il PCI impiega anni a elaborare la fuoruscita ideologica. Nessuno vuole riconoscere di aver commesso il benché minimo errore. Al primo timidissimo tentativo di accostata alla socialdemocrazia rinascono prima uno, poi due partiti comunisti che, almeno dal punto di vista elettorale, campano sulla nostalgia.

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