Archivio mensile:Giugno 2008

La lepre cede il passo all’oro – di Francesca SALLUSTI


(L’immagine di copertina è uno still dal video Voyager, a journey through time and water (2005-2008), di Marco Mazzi.)

[Francesca Sallusti, La lepre cede il passo all’oro, prefazione di Jacopo Ricciardi, postfazione di Stelvio Di Spigno, Forlì, Editrice L’Arcolaio, “I Germogli”, 2008.]

Dalla prefazione (“Nell’universo nessuna cosa può mentire“) di Jacopo Ricciardi

     La sincerità è incanto. Si deve parlare di poesia quando questa è portata con tanta sincerità e quando la sincerità è tanto particolare da porgere un incanto; un incanto particolarissimo e ricco come è quello femminile nel momento unico e privato di una donna che mette al mondo un figlio: questa poesia sembra possedere tutte le doti emotive e propulsive di un animo femminile còlto nel momento di maggiore sensibilità, come è quello, per una donna, della rivelazione di una nascita che si prepara. Continua a leggere→

IL PAESE

il paese è quel luogo
dove tutti i giorni
chi aspetta di raccogliere qualcosa
resta a mani vuote.
la colpa è di chi
ci ha bucato le mani
e sciupato la voce
noi poveri cristi
senza croce.

Cristina Campo, Il culto della parola antica

di Manuela Maddamma

Firenze, Caffè delle Rose, parlo di lei con un suo amico degli ultimi anni, che mi ha appena consegnato alcuni ricordi, due lettere e un disegno, riaffiora in me un suo pensiero.

“Se qualche volta scrivo è perché certe cose non vogliono separarsi da me come io non voglio separarmi da loro. Nell’atto di scriverle esse penetrano in me per sempre – attraverso la penna e la mano – come per osmosi”. Queste parole costituiscono una rivelazione. Mi suggeriscono l’unico modo di affrontare il mondo arcano di Vittoria Guerrini: l’osmosi. Inghiottire ogni sua frase, ogni suo segno.

Vittoria pubblicò la sua prima raccolta di poesie nel 1956 come Cristina Campo, nome col quale decise di diventare nota, pur firmando lettere e articoli con diversi altri pseudonimi: la Pisana, Murena, Vie, Xtina, che ora stillano come petali dalle labbra del mio confidente. Continua a leggere→

Europiè 4. Due capocannonieri, mica uno.

Ieri, decisamente, non era giornata favorevole al colore azzurro. I nostri, come scolari diligenti ma di mediocre talento, s’impegnano e non riescono; i Blues di Domenech, come capita giustamente ai blues, vengono suonati. L’atmosfera è malinconica (è blues fratello!) e alla fine le lacrime si sprecano.
Ma andiamo per ordine.

Alle diciotto di ieri la Nostra nazionale si schiera. Ben cinque cambiamenti rispetto a quella inciollonita(1) dell’esordio, e cioé: fuori Barzagli e Materazzi, dentro Chiellini e Grosso; fuori Ambrosini e Ringhio, dentro De Rossi e Perrotta; fuori Di Natale, dentro Del Piero.
E via. E ci si attende sfracelli. Due capocannonieri in attacco, mica uno, Grosso che butta dentro traversoni, Pirlo e De Rossi che dialogano a centrocampo, i centrali difensivi che difendono. Non fosse per Camoranesi che gironzola per il campo senza saper che fare del pallone, sarebbe tutto rose e fiori. Va tutto benissimo, gli Azzurri sono carichi e fanno valere il loro potenziale tecnico e tattico. Certo, ci vuole anche un po’ di fortuna, e infatti Panucci devia la palla con le natiche e la manda a sbattere sul palo (il nostro palo). Continua a leggere→

LPELS a “La penna del Magnifico”

Oggi, sabato 14 giugno, a Firenze, alle ore 17,00, nella cornice informale della “Trattoria Divina Commedia”, in Via dei Cimatori, 7/r, si terrà il terzo appuntamento della manifestazione letteraria “La penna del Magnifico”, ideata da Giovanni Agnoloni e da lui organizzata in collaborazione con l’associazione “Cittadini del Mondo”. Continua a leggere→

Un racconto inedito di Antonio SCAVONE


(Emilio Merlina, Secret love, 2006)

Antonio Scavone – 200 misti

     Camilla Landriscina, Geppi Cassitto, Fulvio Rodimonti, Clara Gatto, Maria Bove, Espedito Arcovelino, Cosimo Lupoli, Franca la cassiera, Ettore il barista… nessuno, nessuno di noi si è accorto di quello che era già successo di là, nell’altra sala, dove di solito si gioca a carte. Ci eravamo tutti riuniti nella sala grande, quella del televisore, per seguire in diretta la finale dei duecento metri di Massimiliano Rosolino ai campionati mondiali di nuoto. Ed eravamo eccitati, ovviamente, perché, chi più chi meno, conosciamo Rosolino si può dire da bambino e siamo molto orgogliosi quando un socio del Circolo, sia pure transfuga come Massimiliano, si fa onore, soprattutto all’estero. Non avremmo potuto, non avremmo mai potuto staccarci dalla cronaca della finale dei duecento misti per attaccarci ad un’altra finale, quella che si era consumata nello stesso tempo nella sala delle carte. Continua a leggere→

Tortura come sfida letteraria

Tortura come sfida letteraria
Erwin Koch: La danza di Sara

Come ogni esperienza estrema, la tortura è una particolare sfida letteraria.
Come trasformare in letteratura la de-personalizzazione dell’individuo, il suo sistematico annientamento nell’orrore del dolore fisico e psichico senza banalizzarlo? Può la dimensione umana sopravvivere in una condizione di programmatica negazione dell’umano?
Sono queste le domande che si pone il giornalista svizzero Erwin Koch, il cui romanzo La danza di Sara è la rielaborazione letteraria di un reportage che l’autore realizzò nel 2001 per la pretigiosa rivista svizzera Das Magazin.
In Tango Argentino Koch aveva raccontato la storia di una giovane donna, membro di un raggruppamento di sinistra, che in un carcere argentino s’innamora della sua guardia carceraria. Continua a leggere→

Puema sicilianu (di Santo Calì)

Quannu jù moru vènicci a Schisò
nta na notti d’austu comu a chista,
ca li schiggi allimati di l’ojetra
a la luna cci perciunu lu cori.

Lu mari agghica di luntanu e sbroma
rèpiti longhi d’amanti ammucciati
sutta linzoli d’àlichi di sita
e mentri l’ascutamu, ahiahi,
lu pedi
s’affunna nta la rina
e non putemu
cchiù fujiri e pir chistu
n’abbrazzamu,
ni strincemu, mpazzuti, ni mplicamu,
stanchi ni pircantamu nta la ribba
a ‘scutari la storia di lu mari. Continua a leggere→

Europiè 3. Chi attende e chi si dispera.

Mentre si discute ovunque se Berselli abbia ragione e i nostri 23 europieduti siano bamboccioni oppure no, mentre seicentomila rumeni attendono una sconfitta italiana per ottenere una piccola e impropria vendetta, in provincia di Catania la Procura indaga, onde accertare precise responsabilità e colpevolezze, così da trovare qualcuno che la paghi, una buona volta, e dimenticare in fretta.
Ma siccome, nella buona società è uso far finta di importarsene sempre qualcosa, qualcuno in Svizzera sta di certo studiando: un segno di lutto che s’intoni alle maglie, un’espressione di circostanza, una frase importante.
E poi pallone. Continua a leggere→

Provocazione in forma d’apologo 64

Oggi il mio dolore diventa maggiorenne. Ma è bamboccione anche lui, non se ne vuole andare, e mi ha chiesto le chiavi di casa solo per chiuderci dentro, io e lui, a fissarci in silenzio.

Ed ora siamo qui, l’uno di fronte all’altro, e nel suo sguardo lo sguardo di C. è vivo per sempre.

La ronda del numero zero (Marina Pizzi)

la ronda del numero zero

nel sonno finalmente l’ora vuota

la somma indagine della daga

devota alla sfinge di non nascita.

dove ti avventi ignudo è solo un fosso

sommato alle ronde delle mani

che smossero le terre per il crollo

perfezione della macina più forte

avvento dello zero il nome vero.

[da Plettro di compieta, 2008]

(immagine di Francis Bacon)

Non venderò l’anima ai neuroni, di Vito Mancuso

La situazione odierna: o anima o neuroni

Dicono che gli esquimesi abbiano più di dieci termini per designare la neve; noi italiani, a quanto ne so, due. Ciò significa che gli esquimesi hanno acquisito una conoscenza tale del fenomeno-neve da aver sentito la necessità di descriverlo accuratamente mediante una variegata terminologia. Ciò che vale per il fenomeno-neve, vale anche per il fenomeno-uomo, e questa volta anche la nostra lingua si difende bene: quanti termini abbiamo inventato per dire chi siamo e venire a capo della nostra più vera identità? Continua a leggere→

“Il giardino non esiste” di Alberto CAPITTA

Si sviluppa sulla traccia di una storia familiare l’ultimo romanzo di Alberto Capitta, Il giardino non esiste: quella di Romeo Scalas, titolare di un negozio di coloniali. Pur lontani dal realismo descrittivo, non è difficile riconoscere in Romeo un rappresentante di quella ricca e compiaciuta borghesia mercantile in auge fino a non molti anni fa, prima dell’arrivo della grande distribuzione. Continua a leggere→

Mineo

Una volta era così, a Mineo. Dopo, è cambiato. Ora è di nuovo così. Quando ti alzi sei fresco, certe volte, dopo il caffè di Rita e un’occhiata al giornale appena uscito. Cominci con l’idea di fare il tuo dovere, per Turi e Peppuzzo, che devono crescere e studiare. Mentre giri e rigiri viti e bulloni, pensi alle bollette da pagare, alla benzina che rincara, al pane che costa il doppio di qualche mese fa. Ricordi anche le tue corse di bambino, quando l’unico pensiero era il sole e l’Etna sullo sfondo, le sue rocce nere che chissà quale operaio ha incastrato lì dai secoli dei secoli. La giornata avanza, e i bulloni diventano rocce, e la luce al neon quel sole che sembra sorriderti, spingerti con una mano calda nella tua corsa incosciente, e dopo dieci-dodici ore è tutto roccia e sole, con quell’odore che non sapresti definire, un odore impercettibile che prende alla gola e fa cadere nella vasca grande come il cratere di un vulcano, profonda come l’inferno che vorrebbe ingoiarti, ma tu hai il lasciapassare con le foto di Rita, Peppuzzo e Turi, e puoi posare finalmente i tuoi bulloni, bere il caffè, leggere il giornale appena uscito, come una volta, qui a Mineo, in quei giorni che chissà quando torneranno.

versione audio

Beati i Poveri di Spirito

“ Beati i poveri di spirito! E’ loro il regno dei cieli”, traduce Girolamo l’enigmatica frase di Matteo 5,3.

Ma come interpretare quel pauperes spiritu? Forse si tratta di coloro che sono privi di spirito proprio?

Saranno beati gli uomini impersonali? O dovrà intendere beati coloro che essendo bisognosi andranno allo spirito: pauperes spiritu nel senso dei mendicanti allo spirito? Nella cabala povero è simile alla Shekinah o Gloria di Dio, che è povera perché non ha nulla per sé, ma solo ciò che le viene dalle sue emanazioni. Perciò povero può significare privo di qualità personali, interamente dipendente dalle emanazioni del Nulla, “vuoto”; significato probabile anche grammaticalmente.

A considerare la teoria mistica della respirazione s’intende pneuma (spirito) anche in senso letterale poveri di spirito, di fiato, sono coloro che, per una gran risata o un profondo pianto, hanno espirato completamente e non hanno immagazzinato fiato dentro di sé. Se l’espirazione di Dio crea e la sua ispirazione uccide, mentre l’uomo emette il fiato contaminato e trae dentro l’aria benefica, il punto di mediazione tra le opposte respirazioni celeste e umana è trattenere il respiro, come si fa negli esercizi yoga o nella preghiera perpetua degli esicasti.

(Dai Taccuini inediti di Elémire Zolla)