Archivio mensile:Settembre 2008

Una spiegazione

Ieri pomeriggio ho pubblicato qui una breve poesia che ricalcava, nel numero delle lettere di ogni singola parola, il segmento iniziale della celebre sequenza del matematico Leonardo Fibonacci, e poche ore dopo l’ho cancellata. L’ho fatto deliberatamente, e non per un ripensamento circa il valore del testo, al quale non attribuivo particolare importanza e originalità ma che consideravo a suo modo valido. E’ che amo l’arte effimera. Una delle opere che più mi colpirono la vidi una sera di alcuni anni fa in una galleria d’arte di San Gimignano. Era una sorta di plastico della città, con tutte le case e le torri fatte di cera, candele accese che a fine serata si erano completamente consumate. Questo tipo di espressione artistica vanta illustri predecessori. Si narra infatti che Leonardo, alla corte di Ludovico il Moro, fosse solito realizzare, in occasione delle feste più importanti, delle imponenti sculture di panna montata, che venivano di lì a poco metabolizzate diventando così per i fruitori non solo nutrimento dello spirito, ma anche della carne. E siccome nella vita bisogna farsi ispirare da grandi modelli, e dato che la modestia non è mai stata il mio forte, ho pensato di scrivere dei brevi testi effimeri, da pubblicare sia qui che altrove (magari su Nazione Indiana, se mi ospiteranno), che verranno cancellati nel giro di poche ore. Si riconosceranno per il fatto di avere un asterisco nel titolo. Questo valga anche come avvertenza per gli eventuali commentatori, affinché sappiano che le loro parole seguiranno in poco tempo lo stesso destino caduco del post a cui si riferiscono. Grazie dell’attenzione.

Il tram

Non gli era mai successo. Dopo pranzo si era seduto in poltrona con l’idea di ascoltare un telegiornale, e invece si era addormentato. In certi assolati pomeriggi della sua infanzia non avrebbe chiesto di meglio che dormire per un paio d’ore. Non c’era mai riuscito. Questa volta si svegliò a pomeriggio inoltrato, fluttuando nel torpore, e rimpianse di non aver continuato a dormire, placidamente, senza sogni.
Scese in strada galleggiando su una nuvola di incoscienza, con in bocca uno strano sapore di nostalgia. Montò in macchina senza aver deciso dove andare e procedette a caso lungo strade curve. Perse l’orientamento. La città gli appariva smisurata, come l’aveva vista da bambino, e tutto ciò che avrebbe dovuto ricordare sembrava scritto su una lavagna dove qualcuno aveva passato un colpo di straccio. I pensieri si attardavano lungo i profili di un albero, di un palazzo, di una pensilina alla fermata del tram. Poche ore prima, pensieri senza scopo gli sarebbero parsi un’assurdità. Ma in quella condizione aurorale, con la mente beata e i lineamenti distesi in una espressione estatica, la strada era il letto di un fiume in secca e le sponde erano pareti ripide, piene di buchi ai quali ogni tanto si affacciava una donna. La doppia fila di platani che fiancheggiava le rotaie del tram segnava le rive di un fosso. Il cielo era un’ovatta azzurra che chiudeva tutti gli interstizi. Al di là dell’ovatta c’era un coperchio, e intorno al coperchio un giro di scotch. Continua a leggere

Sulla mente e le cellule staminali, di Vito Mancuso

 

La partecipazione al Festival della Mente di Sarzana, in un pubblico dibattito con Remo Bodei e Armando Massarenti sulla ricerca scientifica e il ruolo del pensiero (con particolare riferimento alle cellule staminali alla luce del nuovo libro di Massarenti, Staminalia. Le cellule “etiche” e i nemici della ricerca, Guanda 2008), mi ha condotto ad alcune riflessioni che hanno dato origine a questo articolo le cui tesi sono tre: 1) la più alta produzione della mente è la sapienza; 2) la sapienza si esprime al meglio come rispetto per la vita; 3) gli embrioni, in quanto forma di vita umana, vanno tutelati e protetti, e la loro soppressione al fine di prelevarne le cellule staminali non può che risultare eticamente condannabile. Continua a leggere

Angelo Maria RIPELLINO (Palermo 1923 – Roma 1978)


Da: Notizie dal diluvio (1968-69)

28.
Vorrei che tu fossi felice, cipollina, vorrei
che tu non conoscessi il cane nero della sventura,
quando sarai uscito dal blu dell’infanzia.
Vorrei che tu non debba portare bazooka,
che tu non debba tremare nel folto di un bombardamento,
che tu non debba pagare per le mie colpe
né vergognarti di me, del mio cicaleggio
e dei miei vani versi e della mia professura.
Vorrei che tu non fossi mai gramo o malato
o maldestro come Scardanelli,
vorrei vivere nella tua voce, nei tuoi gesti, nei tuoi occhi,
anche quando mi avrai dimenticato.
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Bloc notes. Appunti di viaggio: in Puglia

di Giorgio Morale

“Guarda le chencarelle” dice Adriano. “Sono tagliate a mano, così”.
Si siede su uno scalino e fa il gesto di tenere una pietra tra le ginocchia e di colpirne il bordo dall’alto al basso per scheggiarla.
“Infatti sono irregolari, non aderiscono perfettamente. E tra una fascia e l’altra c’è una camera d’aria, così il caldo e l’umidità non si fermano. L’acqua scivola, il vento passa tra pietra e pietra, e l’aria circola, la casa respira, perché la pietra è viva”.
E io penso che è una magnifica metafora per la prosa. Che circoli, l’aria, tra frase e frase, tra parola e parola. Continua a leggere

“MITO” alla Zara

Nell’ambito del Festival Internazionale della Musica “MiTo – Settembre Musica”, la Biblioteca Zara ha preparato un evento in riferimento alle performances che collegano il Cantico dei Cantici a Lou Reed, Laurie Anderson e John Zorn, e Philip Glass a Leonard Cohen (in programma al Teatro degli Arcimboldi, 20 e 24 settembre 2008).
Presso la Zara si daranno convegno diversi poeti: Tiziana Cera Rosco e Davide Castiglione interpreteranno brani del Cantico dei Cantici, mentre Carlo di Francescantonio, Barbarah Guglielmana, Anna Lamberti-Bocconi e Paolo Triulzi leggeranno testi di Leonard Cohen, Lou Reed e Laurie Anderson, nonché testi propri, in tema.
Per l’occasione, Anna Lamberti-Bocconi ha scritto le Variazioni Lou Reed – Canto di una ragazza fascista dei miei tempi.
Il musicista non udente Daniele Gambini, che sente col corpo, presenterà brani di Philip Glass.

Mercoledì 10 settembre 2008, ore 17.30
Biblioteca Zara, Viale Zara 100, Milano.
Tel. 02 88462823, MM3 Zara, Tram 5-7-11
Ingresso libero

La Torah è più cuore che numeri. Intervista a Giorgio Israel.

di Cristina Uguccioni

Sono due, tratti dal Libro del profeta Isaia, i passi della Bibbia più cari al professor Giorgio Israel, professore ordinario presso il Dipartimento di Matematica dell’Università La Sapienza di Roma, e nostro ‘fratello maggiore’, come lo chiamerebbe Giovanni Paolo II. Il primo passo recita: “È troppo poco che tu sia mio servo per ristabilire le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti di Israele. Voglio fare di te la luce delle genti onde tu porti la mia salvezza fino all’estremità della terra (Is 49,6)”. Continua a leggere

Ho scostato la sarcina

di Emanuele Kraushaar

Ho scostato la sarcina
del mio dolore
su un piccolo baroccio
d’amore. Questo rumore
non si spezza con gli imbarazzi
degli occhi, son gli schiocchi
dell’estate che già sfugge
a farmi riposare sotto un albero.
Non il silenzio
che ho dimenticato l’altro ieri
scendendo dall’ascensore.

Il gioco più brutto del mondo

Roba da non credere, dimenticare in fondo alla libreria la raccolta di scritti sul calcio di Gianni Brera, Il gioco più bello del mondo. Scritti di calcio (1949-1982) (BUR, 2007). O forse non è stato un caso, che quello scrivere di calcio, in quel periodo storico, e quello stesso titolo dell’antologia mai come oggi mi sembrano così maledettamente preistorici. Continua a leggere

Don Centofanti, diario tra letteratura ed emarginazione

di Alessandro Zaccuri

Di solito sono gli altri, i non consacrati, a tenere il diario dei
preti: l’indimenticabile Bernanos, il dimenticato Lisi, il sempre
riscoperto Bruce Marshall. Questa volta, però, Fabrizio Centofanti –
sacerdote della diocesi di Roma – ha deciso di provvedere
direttamente. La sua Guida pratica all’eternità, che di fatto
costituisce un esordio narrativo, è un journal
come se ne possono scrivere oggi: frammentario, allusivo, alla
continua ricerca di un punto di equilibrio e consistenza che, prima
ancora di essere enunciato con chiarezza, viene percepito dal lettore
quale dimensione interiore, sguardo, attesa. Continua a leggere

GLI IMITATORI di Marco Bellotto

Marco Bellotto è nato a Padova nel 1965. Ha giocato a rugby ed é stato avvocato penalista per sette anni.
Con Il diritto di non rispondere (Sironi) è stato finalista al Premio Calvino 2002 (opere prime inedite di narrativa).
Propongo, di seguito, la recensione del nuovo libro Gli imitatori (Marsilio) firmata da Leandro Piantini.
Massimo Maugeri

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Marco Bellotto, Gli imitatori, Venezia, Marsilio, 2008, pp. 215, euro 16.

di Leandro Piantini

A mio parere il romanzo di Marco Bellotto, GLI IMITATORI, è un libro singolare, che merita la massima attenzione, anche e forse soprattutto per motivi extra letterari. L’autore, un avvocato padovano alla seconda prova narrativa, ha costruito una trama suggestiva in cui il destino di un uomo di umili origini contadine, lo scrittore Livio Mantarro, si intreccia con personaggi ed eventi della storia politica e culturale del nostro paese, tra il dopoguerra e gli anni Settanta, che videro l’egemonia del Pci tra gli uomini di cultura e la nascita del mito gramsciano dell’intellettuale organico, che lavora per la rivoluzione. Continua a leggere

L’abito (Scuola di poesia 3:6, di Massimo Sannelli)

 

1

«…una donna mi chiamò da parte. Mi portò in una stanzetta della sua favela. Terra battuta. Non c’erano mobili. La povertà era completa, canina perché gridava e ululava. Eravamo da soli. Come in un sussurro, mi disse: “Ho conosciuto solo uomini brutti, ammalati e magri”. Sollevò il vestito. Mi mostrò le parti intime. Disse, speranzosa e con gli occhi pieni di splendore: “Sono ancora giovane. Ho 35 anni. Per un momento, posso farla felice. Lei è un uomo ben alimentato, bello, forte e attraente. Io ho conosciuto solo uomini brutti, ammalati e magri. Mi dia questa felicità. Faccia l’amore con me! Solo una volta”. Rimasi in silenzio. […] Poi, cercando scuse: “Sono un religioso. Sono già impegnato. Per questo non posso…. non devo… non voglio…”. Continua a leggere

Cartoneros

di Arturo Fabra

CARTONEROS

L’anno scorso ero a Buenos Aires colto da follia tanguera, la sera si andava a ballare e si tornava verso l’alba, ma le strade non erano mai vuote. Un flusso continuo e silenzioso di persone simili a fantasmi animava la notte. Apparentemente barboni, in realtà pulitissimi e poi, guardando meglio, si capiva come a volte fossero addirittura interi nuclei familiari (genitori e figli) che gravitavano attorno ai bidoni della spazzatura. Quando chiesi chi fossero mi dissero il loro nome: cartoneros.

I primi sono comparsi nel 2001, l’anno della crisi, scoprendo che separare la carta dal resto della spazzatura poteva significare un minimo di reddito (pochi pesos al chilo). Negli anni sono diventati i riciclatori ufficiali dell’intera spazzatura di Buenos Aires, non limitandosi più alla sola carta, ma separando alluminio, plastica, legno, vetro e (specialmente quelli che battono i quartieri più ricchi) magari rimediando abbigliamento, suppellettili da rivendere o (nella zona centrale) hamburger smozzicati dai turisti che rappresentano la soluzione al problema cibo.

Negli anni si sono organizzati e ora viaggiano dotati di ceste e carrelli del supermercato arrivando al tramonto dalla periferia dove vivono durante il giorno. Il metodo di lavoro è rigoroso, ognuno viene sfruttato al meglio (mani grandi e spalle forti per il lavoro pesante, mani piccole per separare attentamente i rifiuti). Al primo giro separano e sistemano, al secondo caricano e ripartono. Continua a leggere

L’ingorgo all’italiana, di Enzo Mazzi

L’ingorgo, nel senso generalizzato di addensamento inestricabile di problemi irrisolvibili per un progresso e una crescita che si pensavano e si volevano senza limiti, è il cancro che divora nell’intimo la società di massa. L’aggredisce sia nella quotidianità che nel tempo dell’evasione. Sogniamo tutto l’anno di evadere dalla pressione fisica e psicologica dell’ingorgo quotidiano e quando suona la campanella ci offriamo corpo e anima all’aggressione dell’ingorgo festivo che si accanisce su di noi ovunque andiamo. Continua a leggere

*Les italiens: Manila Benedetto

 

Lettera di apertura

Cara Manila,

Tanti mi dicono che Torino è come Parigi. E io rispondo, forse. Perché in fondo ogni città del mondo è come Parigi.

Perfino la pioggia può essere la stessa. La questione è nel come, Torino non è Parigi. Forse nemmeno Parigi è più Parigi. Il cafè Flore non è Jean Paul Sartre e il Select Hemingway.
Perché Parigi è i suoi marciapiedi, le linee incrociate delle sedie in vimini dei bistrot o quelle rotanti delle insegne dei Tabac. Lo ricordi anche tu del resto nella splendida citazione di Kafka, quando risponde a chi gli chiede di Parigi, è una linea. Proust, Miller, Hemingway li calpesti a Parigi e ogni giorno si compie il gesto surrealista per antonomasia, secondo Breton, quello di scendere in strada e sparare sulla folla. Tutte le città sono come Parigi, allora. Perfino la tua, Bari.

 

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