[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=__Xfqlc7GbI]
da qui
Quella sera lui era nervoso. In genere era a suo agio nella guida: amava guidare e non si stancava mai. Anche sua madre – generalmente critica nei confronti dell’universo – aveva ammesso che il suo ragazzo era affidabile e coscienzioso.
Però quella sera era agitato: dava colpi di clacson, guidava a scatti, frenava e ripartiva e lei era stufa di sentirsi sballottata avanti e indietro sul sedile. Era l’11 novembre 1992. Stavano andando a cena fuori Roma da alcuni parenti di lui.
Ma perché è così nervoso? Non stiamo nemmeno litigando…, il che era davvero una novità per loro.
Lui imboccò la Flaminia. Sarebbero arrivati di lì a un’ora. Lei aveva fame: l’unico motivo per il quale era felice di essere stata invitata a casa della zia del suo ragazzo era esattamente quello: sapeva che la cena sarebbe stata notevole, e aveva intenzione di approfittarne.
Si ritrovò a testa in giù senza nemmeno sapere perché. Penzolava – e in una frazione di secondo pensò che si sentiva un salame, un prosciutto, un insaccato, e che aveva messo la cintura, cosa che non faceva mai, e che quindi non sarebbe potuta cadere, e che non stava gridando, e che il suo ragazzo la cintura non l’aveva, e che stava vedendo le scintille che schizzavano dalle lamiere, e che se le scintille avessero raggiunto il carburatore sarebbero morti bruciati, e pensò, anzi no, vide sua madre e suo padre davanti alla televisione, e il gatto, il suo splendido gatto bianco di due mesi raggomitolato sul divano, e le venne da piangere al pensiero che non l’avrebbe più baciato, né accarezzato, e che sarebbe morta proprio ora che aveva un gatto, dopo averlo tanto desiderato, pensò che quando si è in punto di morte si vede tutta la propria vita come in un film, ma lei vedeva solo sua madre e suo padre davanti alla televisione e il suo gattino bianco raggomitolato sul divano. Continua a leggere

Un confronto, una testimonianza di Franco Arminio, un po’ di numeri, due appelli
Decreto 137 del 1/9/2008, art. 4 “… le istituzioni scolastiche costituiscono classi affidate ad un unico insegnante e funzionanti con orario di ventiquattro ore settimanali. Nei regolamenti si tiene comunque conto delle esigenze, correlate alla domanda delle famiglie, di una più ampia articolazione del tempo-scuola”.
Confronti
Torino 1886
Oggi primo giorno di scuola… Tutte le strade brulicavano di ragazzi… Signore, signori, donne del popolo, operai, ufficiali, nonne, serve, tutti coi ragazzi per una mano e i libretti di promozione nell’altra, empivano la stanza d’entrata e le scale, facendo un ronzio che pareva d’entrare in un teatro. Lo rividi con piacere quel grande camerone a terreno, con le porte delle sette classi…
(Edmondo De Amicis, Cuore) Continua a leggere
fui col sasso a farmi una scampagnata
così per fiorire il latte senza la carne
le piante grasse con gli artigli pieni
ogni punta una rotta da respingere.
fui la pelle della rema
nel pianto di un corallo
lapidario. fui profanata dal
taglio della spada, donna già
nata con il fatto dentro.
ottusa dalla perla della luna
le credetti per perdermi devota
al tarlo della nuca che non guardo.
[da L’eremo del foglio, 2008]
Quell’anima era solo una animuncola
(aveva fallito il suo destino, aveva)
sbandava, e fin infebbrava poi,
da una certa sua contrazione nera,
lì nell’inghiottitoio,
tra i brevissimi furiosi feticci,
e con quei pochi inesausti a torturare.
(lì ,sulla soglia del grado vuoto,
nel grande spazio nudo
e di un cielo scavo) Continua a leggere
David Foster Wallace (1962-2008),
ha concluso la sua breve, intensa, prolifica vita (ma non sono tutte
brevi, le vite degli uomini?) nella sua dimora in California. Parecchi
titoli al suo attivo tra racconti brevi e romanzi, una decina
tradotti in italiano. Il più noto, Infinite jest, uscito nel 1996,
conta circa 1080 pagine (un centinaio solo di note). Pubblicato in
Italia con lo stesso titolo per Fandango nel 2000, a cura di Edoardo
Nesi (riproposto da Einaudi nel 2006).
Wallace insegnava nel Dipartimento di Inglese di un piccolo college di
Claremont (nei pressi di L.A.).
di Mauro Mirci
Quando Leonardo Sciascia si dedica alla stesura del suo Le parrocchie di Regalpetra, la citazione de I fatti di Petra, di Nino Savarese, è esplicito. Sciascia colloca altrove la sua città immaginaria, la identifica con Racalmuto, la immagina intessuta di strade a lui ben note. Nino Savarese, invece, immagina la sua Petra nell’entroterra. E’, in realtà, un entroterra ben strano, non troppo lontano dal mare (a sole cinque miglia), ma sul quale il mare ha poca influenza. Curiosamente la Petra di Savarese, ha alcune peculiarità, – inerenti la sua collocazione geografica – che l’avvicinano molto più a Racalmuto che a Enna, città nella quale Savarese nacque nel 1882.
Dedicarsi ancora a questo gioco di parallelismi e identificazioni rischia però di divenire un’attività sterile. Petra e Regalpetra sono città immaginarie come lo sono tutte le città immaginarie che si rispettino. Adempiono al loro compito principale, che è quello di non consentire a chicchessia – nemmeno all’autore, credo – di affermare con sicurezza dove si trovino, perché esisteranno sempre incongruenze e contraddizioni che frustreranno qualsiasi tentativo di collocazione certa.
“I fatti di Petra” rappresenta per il lettore, quindi – quanto meno il lettore che conosca l’interno della Sicilia – anche un tentativo di lettura in trasparenza delle vicende e dei personaggi che hanno ispirato il romanzo.
La storia di Petra parte da lontano, dall’epoca mitica degli dei e dei semidei. Erano i lestrigoni che occupavano le terre sulle quali sorse Petra – ci narra Savarese -, questi esseri antropofagi dalle dimensioni colossali, fuggiti dalle regioni dell’Etna, che scorazzavano liberamente tra la costa e il piano, costringendo i sicani tra i monti, nelle caverne. E’ Ercole che finalmente, approdato sulla costa, con la clava e la pelle del leone Nemeo gettata sulla spalla, li libera dalla minaccia dei lestrigoni alla maniera degli eroi omerici. Infine chiama attorno a sé i sicani. Continua a leggere
scendendo dall’aereo ho avuto una strana sensazione. Non sono una superficiale: quello che faccio è pubblicità, e lo so bene; corrisponde all’immagine fabbricata da un’équipe di sociologi e psicologi di massa; ma, scendendo dall’aereo, ho avuto una sensazione diversa dalle solite. Ho pensato che la gente potrebbe fare a meno di me, poche ore dopo il mio ritiro: ascolterebbe ancora la mia musica, ammirerebbe i video, acquisterebbe i gadgets. Ma farebbe a meno di me, e questo mi tormenta. Voglio metterti in guardia. Stai scendendo in campo per difendere un’idea, che spero sia radicata in te, profondamente. Ogni tua parola, ogni tuo gesto, sono pilotati da un’équipe di specialisti. Ma potrebbe esserci qualcosa al di là della rete di mosse già decise. E’ quello che conta. Se quello non ci fosse, Sarah carissima – ti consiglio, ti supplico – lascia perdere l’impresa. Con i concerti ho chiuso. La sensazione che ti dicevo non mi lascerà più scampo: ho tentato di aggirarla in ogni modo, ma è sempre lì, che aspetta, ovunque sia, e in qualunque condizione io mi trovi. Non potrò più indossare il body nero, nè riuscirò a sedermi sul trono tutto d’oro; non accetterò più che la mia immagine, già duplicata nella vita, sia decuplicata sullo schermo; nemmeno potrò credere alle urla dei miei fans, nè sopporterò più a lungo la montagna di dollari investita in effetti ultraspeciali. Sarah, sto male a pensare che sono stata questo, fino a oggi. Pensa a te: all’immagine che ti hanno progettato, e che potrebbe saltare con una semplice gaffe, come quella del tuo diretto concorrente. Pensaci, Sarah. Io ci ho pensato. D’ora in poi sarò me stessa. O almeno cercherò. Provaci anche tu. E’ un consiglio disperato. Come una preghiera.
Ti voglio bene.
Veronica
Dal ponte sconfinato della poesia
I testi dei sette autori che di qui a poco vi troverete a conoscere, sono il risultato di un’agile selezione della ricca antologia poetica sul ponte sconfinato di Limey e altre poesie, edita recentemente da Lampi di stampa. Diverse le proposte di questi, chi più chi meno qui esorditi, scrittori – eppure stranamente coese: come fossero gli elementi di un improvvisato ensemble alle prese coll’accordatura. La curatela è di Valentino Ronchi, già vincitore del Premio Baghetta (prima edizione, 2007) con il suo prezioso Canzoni di bella vita (Lampi di stampa, Milano 2007), ora fresco di ristampa (riveduto e ampliato). Sua è anche la direzione della giovane collana di poesia “Festival” di Lampi di stampa, figlia di un fine e importante lavoro di ricerca di testi e autori: contraddistinta – diciamolo – da una rara qualità nelle proposte (fin qui i volumi di Raimondo Iemma, Lorenzo Carlucci, Silvia Monti e Federico Zuliani).
sul ponte sconfinato di Limey è il quarto tassello di questo “Festival”, che ci auguriamo possa avere un lungo e altrettanto felice futuro.
V’è chi sostiene che uno degli agenti importanti del passaggio evolutivo – il grande balzo in avanti – dalle cosiddette scimmie antropomorfe alla specie Homo Sapiens sia stata la possibilità sviluppatasi in quest’ultimo di articolare suoni complessi, possibilità fornita da un’essenziale modificazione dell’apparato fonatorio, laringe, lingua e muscoli connessi. Sviluppo che ha reso possibile, nel giro di qualche migliaio di anni, la comparsa del linguaggio complesso come oggi lo conosciamo. Io non mi propongo minimamente di discutere questa congettura, proposta appunto come tale ad esempio da Jared Diamond in Il terzo scimpanzé (Bollati Boringhieri, Torino 2006, II ediz., cap. 2), ma la nomino per dare l’abbrivio a un flash sull’importanza della parola e sui pericoli connessi con il suo uso disinvolto da parte della specie uomo. Ovvero, le conquiste della specie, ancorché importanti e straordinarie, possono essere anche usate in modo assai negativo. Esempi a iosa, fisica atomica e bomba ecc.
A me interessa qui un filo solo, una citazione, un’intuizione, tra le innumerevoli, presenti nel Faust di Goethe, nel primo Faust. E precisamente il momento in cui egli, dopo la passeggiata iniziale con Wagner, entra nello studio col can barbone – che si trasformerà di lì a poco in Mefistofele –, apre un gran volume e comincia a leggere:
« Sta scritto “In principio era la Parola!” Eccomi già inceppato! Non posso proprio dare alla “parola” una sì grande dignità. Devo tradurre altrimenti; e se ben m’illumina lo Spirito, ecco che sta scritto: “In principio era il Pensiero”. Medita questa prima riga, non aver troppa fretta! È poi proprio il pensiero che tutto opera e crea? Forse dovrei scrivere “In principio era la Forza”. Ma già mentre traccia questo vocabolo, qualcosa mi ammonisce che non mi arresterò lì. Ed ecco che lo Spirito m’illumina, ecco ch’io ci vedo chiaro. Appagato scrivo finalmente: “In principio era l’Azione”.» Continua a leggere
Durante una lunga interminabile nottata, una giovane bellissima donna, Irene, racconta al suo nuovo amante (la cui identità resta sconosciuta fin quasi all’epilogo) la propria sfortunata esistenza, concentrandosi, dopo l’orrendo delitto in cui le viene casualmente sterminata la famiglia, sugli ultimi anni e sui due grandi amori della sua vita, a cui si aggiunge nel finale un misterioso ricattatore. Remo, Gavril e Flavio sono gli uomini attorno a cui ruotano le oscure vicende di Irene e del romanzo costruito unicamente come un dialogo, un botta e risposta tra le domande di lui e le risposte dettagliatissime di Irene. I dialoghi sono incessanti, appena rallentati dai complimenti reciproci poi tradotti in appassionati giochi erotici. Continua a leggere

Ivano Mugnaini – Parole nell’acqua
“Here lies one whose name
was writ in water”.
Qui giace un uomo il cui nome
è stato scritto nell’acqua
(Frase tratta dall’epitaffio
riportato sulla lapide di John Keats)
Lo sconosciuto guardava gli oggetti lasciati nelle macchine parcheggiate. Camminava lento, la mattina presto, sempre e solo con la pioggia. “Cosa posso fare per ognuno?”. si chiedeva. “Quale biglietto lasciare? Quali parole? Un consiglio, un apprezzamento per la sensibilità, un aiuto per la vita?”. Continua a leggere
di Guido Michelone
Architettura, rito di passaggio
La prima cosa che mi viene in mente leggendo per la prima volta un intero libro di Biondillo (ma non il primo testo in assoluto: già conoscevo il racconto per l’antologia mia e di Edoardo Acotto dal titolo Narradiohead) è che si tratta di una scrittore che sa scrivere o, in altre parole, che scrive bene, ma dove l’espressione ‘bene’ non è la bella (o brutta) calligrafia dei maestrini elementari che ancora si ripercuote nelle parole e nei fatti di tanti letterati mainstream. E l’elemento (creativo) che più mi sorprendente è che questa bellezza o bravura di scrittura io l’abbia potuta cogliere in un libro ibrido, che non è narrativa, ma neanche saggistica né giornalismo e, ancora, neppure tutte e tre le cose insieme, come mi vien voglia di pensare. Continua a leggere
di ROBERTO SILVESTRI
Si può fare un film contro l’aggressione in Iraq stando dalla parte dei soldati Usa? Sì. Lo abbiamo visto alla Mostra di Venezia ed è nelle sale da oggi. Hurt Locker diretto con sapienza visuale insostenibile da Kathryn Bigelow, una militante atletica e adrenalinica della nuova sinistra Usa racconta infatti l’incubo delle unità speciali addette allo sminamento di strade, bombe a orologeria e kamikaze, cioè il lavoro pericoloso dei «pacifisti» armati, e ci incanta davanti a un altro tipo di psicotico delirio suicida. Un film di guerra contro la guerra dedicato non solo ai dissidenti ma anche a chi non sa, non può sapere dai media cosa succede a Baghdad. Continua a leggere
di Loris Pattuelli
Qualcuno ricorda Gimme Shelter dei Rolling Stones? La canzone si trova in Let it bleed, un album del 1969 che credo oggi ci rimandi sopratutto a Love in vain e a You can’t always get what you want. Il primo è una cover di Robert Johnson con Ry Cooder al mandolino e poi anche un memorabile frammento di Nel corso del tempo di Wim Wenders, il secondo arriva direttamente da Il grande freddo di Lawrence Kasdan e vanta pure la collaborazione di Al Kooper alle tastiere.
di Stefania Podda
«L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura». La frase è di Franklin D.Roosevelt, la pronunciò nel 1932, era il suo primo discorso da presidente. Arrivava alla Casa Bianca dopo la crisi del ’29, dopo la Grande Depressione, parlava ad un paese mai così povero e disperato, scosso nelle sue certezze più radicate.
Oltre settant’anni dopo, quella frase – e quel clima pur nelle mutate coordinate storiche ed economiche – fa da filo conduttore all’ultimo libro di Loretta Napoleoni e Ronald J.Bee, I numeri del terrore. Perché non dobbiamo avere paura. Napoleoni è un’esperta di terrorismo internazionale, sull’argomento ha già pubblicato Terrorismo spa , Al Zarqawi. Storia e mito di un proletario giordano ed Economia canaglia. Un retroterra di studi che le serve ora per sostenere come la psicosi da attentato che è diventata una costante del mondo post 11 settembre, sia in realtà sproporzionata rispetto alle concrete possibilità che ciò accada.
1.
siamo annegati
siamo annegati nel pozzo delle parole.
fuori
nel sole
striscia un serpente in un pomeriggio
ancora caldo di settembre.
noi siamo qui
noi due e tutti gli altri
noi due e tutti i vivi
tutti mutilati
nello sguardo e nelle braccia
tutti a calpestare una lingua-palude
una lingua che non piange e non ride
ma che solo mutila e divide. Continua a leggere

Elegia
Sofrer esta infância, esta morte, este início.
As cousas não param. Elas fluem, inquietas,
como velhos rios soluçantes. As flores
que apenas sonhamos em frutos se tornaram. Continua a leggere
La paura di essere felici
è il grande sguardo di Lucifero
portatore di buio.
Per questo scivolano le mie mani
di un sudore antico
quasi di costruzione delle piramidi.
Quasi di cesaricida.
Come se fossi io
ad inseguirmi in questo presente.