«In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.
Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».
E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato». [Mc 9,30-37] Continua a leggere
Archivio mensile:Settembre 2024
L’editoriale di Atelier, di Giuliano Ladolfi
Riflessioni di carattere estetico
Per un’estetica personalista
Fin dai primi numeri di «Atelier», dalla metà cioè degli Anni Novanta, ci lamentammo dell’omertà della critica, dichiarammo i limiti dello Strutturalismo in un periodo in cui tale sistema regnava incontrastato nelle università e negli studi. Marco Merlin si accinse a rivalutare la poesia degli Anni Ottanta e Novanta, da molti dichiarata morta, e noi proponemmo una rilettura delle composizioni in versi dell’intero secolo, mettendo in adeguato risalto la tradizione. Continua a leggere
Bello
Poesie per te, Gianandrea Cocco
Poesie per te, Gianandrea Cocco
Recensione di Ivano Mugnaini
Torno a occuparmi dei libri di Gianandrea Cocco, dedicando la lettura in questa occasione a Poesie per te. In precedenza avevo commentato Scritti, abbozzi, forse poesie, un libro in cui l’autore descrive, con parole nitide, sobrie, mai “melodrammatiche”, il suo ruolo nel mondo, il modo in cui vede se stesso in relazione agli altri e la sua natura di poeta, non ostentata come un vanto o un privilegio ma descritta con lucida precisione, come una condizione che contiene anche il fardello della solitudine a compensare la bellezza e la possibilità di fare scelte controcorrente, quelle che mettono l’umanità davanti al profitto e la sincerità molti passi prima dell’opportunismo, ad esempio. Continua a leggere
Ogni notte
Liricoterapia. Dario Villa (1953-1996)


rimuoverò le schegge
dei mille specchi gettati
ovunque nella sala ad alterare
senso e contorni
camminerò nell’aria
pulita luminosa illuso forse
di poter sciogliere un ben noto nodo,
un fato fatuo, fuochi come enigmi
non potrò più distinguere,
celesti, volta e intonaco, o dall’intimo
l’esterno, antichi da mai visti luoghi
andati con il tempo
cancellerò i cancelli
mi muoverò tra minuti cristalli nell’agonia della luce nel prisma
dell’io disperso in quei frantumi
*
[da Architettura, pittura, fotografia]
Istruzioni per l’uso
Frammenti di Cinema # 80
di Pasquale Vitagliano

Una rassegna televisiva di film dedicati ai treni mi ha dato l’idea per questo frammento sui mezzi di locomozione nel cinema. Partiamo proprio dai treni. Qual è il treno più importante nella storia del cinema? La risposta più semplice sarebbe L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat dei fratelli Auguste e Louis Lumière, proiettato a Parigi il 28 dicembre del 1895. È stato a lungo considerato erroneamente il primo film – in realtà un cortometraggio della durata di 45 secondi – nella storia. Fu invece preceduto dall’Uscita dalle officine di Lumière a Lione. Poi c’è il treno di Buster Keaton ne Il generale del 1926. La scena del crollo di un ponte al suo passaggio è stata, come abbiamo già scritto, la più costosa di tutti i film muti: 42 mila dollari, circa 3 milioni di oggi. Il treno più memorabile resta, comunque, quello di Cassandra Crossing (1976) diretto da George Pan Cosmatos. Combinando virus, catastrofe e spy-story può essere considerato un modello di genere.
Intervista a Giulio Mazzali
1) La pratica del buio è la tua terza raccolta poetica, che vede la luce a distanza di 7 anni dal tuo primo libro, Tempora. Come è cambiato (se è cambiato), in questi anni, il tuo essere vicino alla poesia, sia per quel che riguarda la lettura, che la scrittura?
Giocando con le parole del Premio Nobel W. Szymborska, mi piace definire Tempora “la prima prova della mia insoddisfazione”. Fin dai primi testi essa ha corrisposto all’urgente bisogno di esprimere in versi, non sempre riusciti, una personale condizione di patimento e malessere. Una raccolta a me molto cara, accompagnata nel corso della sua travagliata composizione da avide letture. Un momento preliminare, volto alla ricerca di voci poetiche che rappresentassero un “corrimano” esistenziale. Ricerca che negli anni successivi è divenuta dialogo sempre più fitto, scambio lucido e inesauribile, necessario, senza il quale nemmeno quest’ultimo libro, La pratica del buio, sarebbe mai nato. Continua a leggere
La buona notizia
Danzare fra il buio e la luce. Una cura dell’anima
Danzare fra il buio e la luce Una cura dell’anima
racconto
e
I segreti della narrativa Il romanzo e il racconto
saggio
di Cristina Pennavaja
Recensione di Ivano Mugnaini
Quest’ultimo libro di Cristina Pennavaja ci offre una narrativa atipica nel suo approccio, e preziosa nella sua specificità. Non ci troviamo di fronte a raccontini infiocchettati di nastri e faccine rassicuranti. Il racconto lungo ci presenta un ritratto di famiglia senza cornici e senza filtri, che non ci pone di fronte a tragedie estreme. E questo (paradossalmente ma neppure troppo), lungi dall’essere un sollievo, è una sfida e un ulteriore motivo di timore. La tragedia è un evento raro che noi, per una forma di difesa psicologica, tendiamo sempre ad attribuire ad altri luoghi, ad altre persone. La esorcizziamo e cerchiamo di relegarla nell’orizzonte di esistenze distanti dalla nostra. La pena in apparenza minore, in apparenza sopportabile, riservata alla stragrande maggioranza di noi, non è eludibile, invece. Perché riguarda noi, anzi è noi. La nostra pena è noi, e noi siamo la quotidiana sopportazione di dolori che non raccontiamo agli altri per evitare che ci dicano per la milionesima volta che non si tratta di nulla di grave, perché in fondo “è la vita”. Ecco, per dirla con Henry David Thoreau, “La massa degli uomini conduce una vita di quieta disperazione; quella che si chiama rassegnazione è disperazione istituzionalizzata”. Continua a leggere
Successioni
Giampaolo De Pietro, Aurelia
Aurelia del catanese Giampaolo De Pietro è un poème en prose ricco di straniamenti sintattici, depistaggi, bisticci linguistici, improvvise sortite in qualche modo ‘nervaliane’ (Aurelia è anche un personaggio di Gérard de Nerval). Ritorna l’onirismo, ritorna soprattutto la quête del femminino, sgusciante com’è ovvio che sia, in fuga perenne. Non a caso Pina Napolitano scrive molto opportunamente nella prefazione: «Tutto Aurelia pare sia scritto in viaggio – un viaggio in treno, costeggiando il mare, e forse viaggio è la parola chiave per accompagnarne la lettura. Viaggia Aurelia stessa, innanzitutto nel tempo: un presente mobile, l’“ora” della narrazione un tassello che si sposta dall’infanzia all’adolescenza, alla maturità e maternità di Aurelia – quanti anni abbia Aurelia adesso, mentre il viaggio si svolge, non è detto. Viaggia Aurelia, creatura leggera, tra sogno e realtà, dove i sogni sono anche più della realtà sostanza vera del suo essere». Aurelia è una donna, ma anche derridianamente uno “stile”: quello della verità. Continua a leggere
Incapaci
Il segreto di Solveig
La collana Corcyra de “i libri di Mompracem” (brillante iniziativa di Paolo Ciampi) presenta “Il segreto di Solveig” di Olivier Sorin, tradotto da Giovanni Agnoloni che, con la sua proteiforme abilità di traduttore, sa entrare nello spirito, ma anche nella quotidianità, dei personaggi (che, come quasi sempre, sono alter ego dell’autore). Continua a leggere
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
«In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: “La gente, chi dice che io sia?”. Ed essi gli risposero: “Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti”.
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Paolo Ruffilli
La propria verità
Scrivere la storia
del mio caso,
pur sapendo che
a nient’altro vale
che a provare a se stessi
la propria parziale
incerta verità
e non è solo colpa tua
il tuo inutile delitto
ma della parte
più brutale della vita.
Ho avuto, un tempo,
sedici anni anch’io.
È un’età tragica,
il grande spartiacque
in cui di colpo
un’esperienza sola
ti segna o può segnarti
per tutto il tuo futuro.
Magari te ne scordi,
ma ecco all’improvviso
che riappare un giorno
e ci si rende conto
che si è stati spinti
proprio da quella
in una direzione
senza più ritorno.
Respiro
20 righe (per niente) facili
di Pasquale Vitagliano

Si è affermata negli anni, ed è ormai riconoscibile, una linea poetica che fa risuonare una nuova e consapevole identità femminile attraverso la parola erotica. La raccolta Azzardi dell’Io (Ensemble, 2024) di Alessandra Peluso è esemplare di questa espressività. Non ti attendo dall’aurora ma/ dalla cantina del vicino/ con un bicchiere in mano a festeggiar l’amor profano. Davvero, niente di confrontabile con poetiche che, pur trovando molti apprezzamenti, rischiano di portare, alla maniera di Marziale (appunto, non c’è stato già lui?), l’erotismo al livello della parafilia. Apri lo stomaco/ che son pronto/ a sputarci/ dentro/ (…) Dello stesso sapore/ saranno le mie parole/ che si sgretoleranno al sole.















