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Thom Gunn

 

a cura di Giorgio Stella

Condizione umana

Adesso è nebbia, cammino
contenuto nel cappotto;
nessun castello più isolato
per via del suo fossato:
solo la tosse della sentinella,
le chiacchiere dei mercenari.

Visibili, i lampioni
non riversano luce in terra,
ma premono penosamente i raggi
in un metro di nebbia attorno.
Sono condannato ad essere
un individuo.

Nel confine stabilito
si libra un mero
barlume di coscienza.
Rimango qui, o da qui parto:
nessuna nebbia diminuisce o aumenta
il vicino disordine.

Io, singolo, devo
scoprire il limite
di mente e d’universo,
per scegliere pensieri e sensazioni
e volgere a mio uso
odio disordinato o cupidigia.

Cerco, per romperlo, il mio ambito.
Sono la mia sola pietra di paragone.
Questa è più ardua prova
d’ogni altra mai prima conosciuta.
Così sto in guardia,
a ciò che mi fa uomo.

Molto è inconoscibile.
Nessun problema verrà mai affrontato
avanti che il problema esista;
io, nato alla nebbia, a spreco,
tra ipotesi mi muovo,
un individuo.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Strada facendo”

(David Hockney)

«In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».

Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro il potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.

I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì.

Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». [Mt 9,36-10,8]

***
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Da che pulpito, di Andrea Ponso. Poetica

 

I “ganci” che mi fanno entrare in un testo poetico, che me lo fanno vivere in maniera immersiva, non sono principalmente i significati ma i significanti, il ritmo, la prosodia. Poi anche le immagini. Alla fine anche i significati, purché siano in movimento, in continua precarietà e “povertà” e non bloccati. Solo in questo modo mi è possibile avere davvero una esperienza del testo che può abbracciare tutta l’unità indivisa della persona che sono. E solo attraverso questa esperienza immersiva e totalizzante (nel senso detto sopra) è possibile che la poesia possa modificare, anche solo di un millimetro, la mia posizione: che possa insomma, per usare un termine che non proviene dal campo poetico, convertirmi – cioè fare in modo che io possa anche solo di poco, modificare il mio orientamente, il dove sto andando, accorgendomi: come accade a Mosè con il roveto ardente. Non è un caso che quest’ultimo possa essere associato ai significanti più che hai significati, all’evento esperienziale più che alla comunicazione di nozioni o racconti. Quello potrà avvenire solo in un secondo momento, quando appunto l’uomo è stato “convertito” verso una direzione diversa e ha avuto l’esperienza significante di un fuoco che non consuma.

Sull’orlo di chi siamo, di Rosa Salvia

di Rosa Salvia

Fresca di stampa questa mia antologia poetica di circa duecento pagine, accolta dall’editore
Giuliano Ladolfi il quale sin dal 2021 ha mostrato sensibile attenzione alla mia produzione
poetica. Sono a lui molto grata, come a tutti coloro che si accingeranno a leggerla. Desidero precisare che chi avrà piacere di accostarsi a queste mie sudate carte, si troverà di fronte a un viaggio a ritroso. Sono dapprima riportati componimenti inediti da me scritti fra il 2023 e il 2026, compresi sotto il titolo Sull’orlo di chi siamo, in quattro diverse sezioni: Là nel profondo, Muro, La sete è la nostra eredità, Argini e poi componimenti editi scelti dalle mie sillogi precedenti a partire dal 2007, accompagnati da stralci di prefazioni, postfazioni o recensioni di poeti, critici letterari che hanno dedicato ai miei versi grande attenzione e percettività. A tal proposito il mio grazie di cuore va a Franca Alaimo a cui devo la prefazione al libro, Valerio Magrelli, Gabriela Fantato, Luca Benassi, Manuel Cohen, Pasquale Di Palmo, Ivano Mugnaini, Marco Vitale, Andrea Galgano, Augusto Pivanti.
Ma perché questa scelta di viaggiare a ritroso? Essa si lega al concetto spaziale del tempo: una sorta
di luogo in cui si può procedere in un senso o nell’altro in molteplici direzioni, uno specchio in cui l’uomo può vedere di fronte a sé il proprio passato, ma dal quale può allo stesso tempo essere visto.
Il tempo e lo spazio incrociandosi si trasformano l’uno nell’altro: un tempo e uno spazio che potrei definire “psicologici” esattamente come quelli del sogno, un viaggio circolare attraverso l’attimo,
esplorando il valore della poesia che non salva né assolve, ma semplicemente rimanda a quella parentesi che si apre tra la luce e l’ombra, tra ciascuno ed il mondo.
Infine, con un grazie speciale a don Fabrizio Centofanti che da sempre accoglie miei scritti in questa preziosa rivista, trascrivo tre componimenti dalla prima sezione del libro, sono poesie dedicate a due giovani creature luminose che non sono più tra noi e l’altra ai miei nipoti: il sale della mia vita.

Al poeta Lorenzo Patàro

Quando la morte ghermisce
un poeta nel fiore degli anni,
ancora sempre il Rebus,
in questa solitudine di nervi di fuoco,
di caldo spezzato.

Toglie il respiro inveire, il dolore buca
il volto del cielo, la parola ferita di luce
si fa strada nel vuoto.

Forse Lorenzo ora plana sul mondo
come l’aquila all’alba,
con quel buffo cappello
e il sorriso lieve come neve.

Così, confuso nel tremore, il senso
s’inabissa nella parafrasi di una
lontananza dove ci sono segni
              barlumi
oltre la sintassi

acuti per colpire,
            quieti per attendere.


In memoria di Rosalba Guida

Parlando di filosofia, spostando le braccia
piene di libri sulla cattedra dove i volti
guardavano in giù oppure di fronte, ascoltando,
leggendo
ad alta voce, parlando di Kant o di Hegel o di
Nietzsche…,
pensavo al tuo sguardo, Rosalba,
tenero e aperto come polpa d’un frutto

uguale a sé stesso
attento ai propri confini

che non si lasciava addomesticare –

una presenza come la neve, se la neve potesse
pensare.

Per caso ho saputo che te ne sei andata,
nel freddo crudele del tuo male.

Muto si è schiantato il giorno
e il mio cercare risposte in un pianto di ceri
abbandonato alla pietà del Cielo.     


Ai miei nipoti

Piano si staccano
i rintocchi
dalle campane di piazza Ungheria
e nuotano
avanti e indietro
fra gli azzurri veleni che mesce il cielo,
sapendo che nulla cambia, o tutto.

Così qui, e fino a sera,
quel che mi spaventa
è l’accettazione di ogni giorno,
tra la fine e questo ritornare
tra il non più e questo non ancora;
qui, sempre qui, dove vivo ciò che vedo
in un mondo che si nega
s’annega e s’annoda
in fondo alla mia gola,

con il peso soltanto degli sguardi dei cari
raccolti nella mia dimensione più segreta,
nel vibrare della nota più discreta,
in qualcosa che sta fuori
dalla parola   dall’immagine   dal silenzio
dalla superficie.

La luce nella stanza, di Luca Benassi. Intervista a Marina Petrillo

FARE LUCE CON LA POESIA 

Convertire in poesia l’immersività della luce significa poter cantare l’origine e il mistero, scoprire nella parola i fondamenti del sacro e della storia dell’essere umano. Per Marina Petrillo esiste un luminoso buio nel quale bisogna immergersi per poter crescere nello spirito e nella verità.

Nel pensiero greco la luce è principio generatore di vita e di conoscenza. Finché si vede la luce si vive. Si tratta di una luce non solo fisica, ma interiore ed emotiva che si contrappone al buio della morte, un buio che il Novecento ha spesso cantato ed esaltato. La poesia può (ancora) donare questa luce? Può (o deve) cantare la vita? Continua a leggere

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Per Matteo Fantuzzi. Il pacato titanismo della poesia, di Massimo Orgiazzi

 

di Massimo Orgiazzi

Addio Matteo. Colpevole come sono di non sapere, della sua malattia, della sua storia, la notizia mi ha raggiunto e messo a tacere. Poi, dal silenzio sono emersi i segni, dalla memoria i ricordi di come si siano brevemente incrociati i nostri destini.
Il mio è stato uno sguardo tangenziale sulla poesia contemporanea: nel mio peregrinare attraverso il gioco di ruolo che è stata la mia vita, sono stato una comparsa tra chi con la poesia e per la poesia, ha lavorato seriamente: come Matteo. Continua a leggere

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Realismo empatico in Matteo Fantuzzi: lettura di una poesia da “La stazione di Bologna” (Feltrinelli, Zoom Poesia, 2017)

 

di Davide Castiglione

Ne La stazione di Bologna, Matteo Fantuzzi ripercorre il tragico evento del due agosto 1980, le cicatrici che ha lasciato nella memoria dei sopravvissuti e si fa portavoce della rabbia e del desiderio di giustizia dopo che, ancora nel 2017, l’inchiesta sui mandanti era stata archiviata. Nella “Poesia della vecchina” (pp. 47-48) Fantuzzi dà direttamente voce a un’anziana che, il giorno della strage, s’offrì di versare il caffè ai soccorritori (vv. 1-8):  Continua a leggere

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Per Matteo Fantuzzi, di Alessandro Ramberti

di Alessandro Ramberti

Ho conosciuto Matteo più di 20 anni fa a vari incontri poetici e gli ho chiesto consigli sulla mia prima raccolta a cui stavo lavorando, ricevendone di preziosi e acuti. Da diverso tempo avevo un po’ perso i contatti e non sapevo neanche fosse malato, per cui sono rimasto ancora più colpito dalla sua morte prematura. Vorrei ricordarlo con i versi qui sotto e con una lettera che ne rivela l’animo sensibile e testimonia il suo essere un poeta “attento”, calato nella realtà. Continua a leggere

Matteo Fantuzzi 1979-2026

La più bella poesia di sempre

Oggi voglio scrivere per te
la più bella poesia di sempre:
poche righe in grado di scavalcare
in un sol colpo tutto il tempo
e il resto della storia. Qualcosa
che rimanga pure quando sarò
fango, o terra o vivo appena
in qualche flebile ricordo.
Intanto voglio raccontare a tutto il mondo
quello che io provo adesso che conosco
l’istante esatto del tuo sonno ed ogni
movimento, fino al risveglio
fino a quando di soprassalto
mi chiamerai cercandomi, piangendo.
Io sono lì, ci sono stato sempre
pure lontano miglia, tra secoli
e millenni continuerò a vegliarti,
rimboccherò le tue coperte, ti passerò
le mani tra i capelli per dirti ancora:
“Buonanotte, sogna, sii contenta,
non preoccuparti mai per niente”

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Fabio Pusterla

Nominatio

E portare con sé: la durezza
delle montagne, le sterminate
pietraie, la solitudine dell’acqua.
Gelidamente distante, aliena.
Sapere questo, intendo, della sua esistenza.
La neve, quella che resta comunque
negli anfratti a nord, in forma
di luminosa lingua o guizzo.
La stratificazione dello scisto, l’impasto
del granito; la corrucciata
dolomia.
Il lontano, il freddo, l’assenza.
Volare il falco altamente

[da Concessione all’inverno]

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Corpus

In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».  [Gv 6, 51-58]

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Marco Ercolani “Non tornare è la grazia”

 

di Mauro Ferrari

Marco Ercolani, Non tornare è la grazia, Prefazione di Angelo Lumelli, Postfazione di Isabella Bignozzi, pp. 106, € 16,00 

ISBN 978-88-6679-564-3 

Non tornare è la grazia, in sintesi personalissima rivisitazione del mito di Ulisse, è composta di tre sezioni e diversi frammenti di monologo che costituiscono un progetto coerentissimo, di stampo poematico. La voce non è tanto lirica quando nettamente dichiarativa, in versi liberi che spesso combaciano con la struttura sintattica, in modo che ogni frase/verso acquisti valore apodittico, perentorio e frequentemente aforistico. Continua a leggere