
Gesù desidera che gli parliamo, e ci assicura una risposta. A volte può sembrare il contrario. A quel punto dobbiamo chiederci chi abbia ragione e chi abbia torto. Prendendoci la responsabilità di dare torto a Dio.
Arte poetica
Che il verso sia come una chiave
Che apre mille porte.
Cade una foglia; qualcosa passa in volo;
Quanto guardano gli occhi sia creato,
E l’anima di chi ascolta resti a tremare.
Inventa nuovi mondi e cura la parola;
L’aggettivo, quando non dà vita, uccide.
Siamo nel ciclo dei nervi.
Il muscolo pende,
Come un ricordo, nei musei;
Ma non per questo abbiamo meno forza:
Il vero vigore
Risiede nella testa.
Perché cantate la rosa, o Poeti!
Fatela fiorire nella poesia;
Solo per noi
Vivono tutte le cose sotto il Sole.
II poeta è un piccolo Dio.
***
Può la poesia creare un mondo parallelo? Può il poeta sfidare la creazione, proporre una sua alternativa? Questi versi pongono interrogativi inquietanti ma, come sempre, utili per capire chi siamo.
Ormai la primula e il calore
ai piedi e il verde acume del mondo
I tappeti scoperti
le logge vibrate dal vento ed il sole
tranquillo baco di spinosi boschi;
il mio male lontano, la sete distinta
come un’altra vita nel petto
Qui non resta che cingersi intorno il paesaggio
qui volgere le spalle.
***
È possibile che si apra una frattura tra noi e il mondo? Che il paesaggio sia qualcosa di estraneo, lontano, di cui, semplicemente, “cingersi”? Lasciamoci interrogare, come sempre.
Su questo suolo abitano le stelle
in questo cielo canta l’acqua
dell’immaginazione
oltre le nubi che sorgono
da queste acque e questi suoli
ci sognano gli avi
il loro spirito – dicono – è la luna piena
Il silenzio il loro cuore che batte.
***
Un ritorno alle radici che invita anche noi a fare lo stesso: da dove veniamo? Quando abbiamo vissuto la nostra vera nascita? È lì che abitano le stelle, è lì che il silenzio è il cuore che batte.
Un dono è la poesia nella prigione della notte d’archi,
Ardente, inatteso e sordo.
La saggia natura di tutto mi privò,
I rumorosi talenti come argento si prese.
Ed io, dalla torre sporgendomi nel deserto,
Mi sovvengo della scala in fiore,
Su di essa montai io con un laborioso violino,
Per dirigere le onde ed il mondo.
Così in gioventù aspiravo alla follia,
Ricacciai in lontana tenebra la mia conoscenza,
Perché il fiore della splendida poesia
Di essa si cibasse come del suolo patrio.
***
È una poesia di difficile interpretazione, ma proprio per questo comunica qualcosa che non si potrebbe esprimere altrimenti. Qual è il deposito a cui attinge il poeta? Al lettore, come sempre, la risposta.
In una nostra primissima conversazione, hai menzionato due termini: “filosofia poetica” e “poesia filosofica”. Quale significato e importanza rivestono per te?
Definire qualcosa è sempre problematico, e lo è ancor più quando si tratta di poesia. Provo a spiegare però in che senso ti ho parlato di «poesia filosofica». Dico spesso ai miei allievi, che – per fare un esempio – non amo l’Infinito di Leopardi perché leggendo quei quindici endecasillabi sciolti comprendo meglio il modo in cui il poeta recanatese intendeva l’infinito. Non mi interessa nulla dell’infinito di Leopardi. A me interessa l’infinito che risuona e balugina nel mio cuore, ogni volta che quei versi me lo schiantano davanti agli occhi. È il rifiorire delle immagini; è il sentire l’eco di quel vento e di quelle foglie, a spalancare in me la voragine sublime e vorticosa dell’infinito.

Breve omaggio a Plutone, II
Perché la pioggia, perché il vento e le pianure
notturne, l’erba gialla, il respiro. Quell’acqua
che scroscia nei vicoli, e i prati. Perché
non c’è tregua, o domani. Soltanto
le sbarre, la gabbia di un io.
L’inferno è non essere gli altri,
guardarli passare e sparire nel niente:
un posteggio che piano si svuota,
il cantiere del vento.
***
L’inferno sono gli altri, ha scritto Sartre nell’opera teatrale A porte chiuse. Per Pusterla, invece, l’inferno è l’assenza degli altri, è il loro svanire nel nulla, il lasciare vuoto il parcheggio, la casa, il cuore.

Dio si sente e non si sente: a volte ci sembra vicinissimo, altre lontano o totalmente assente. Questo ci turba, ci scoraggia, insinua una vena pessimistica che intristisce le giornate. Bisogna sapere, tuttavia, che Gesù è sempre lì, non ci lascia un momento. L’esercizio spirituale è sempre un esercizio di presenza.

È il 5 maggio, il compleanno di don Mario. Ci sono presenze e ricorrenze da onorare, perché non solo hanno riempito la vita, ma sono la tua vita. Don Mario è qui, davanti a me, con Gesù e Maria. Insieme facciamo grandi cose, che nessuno vede. Perché le cose veramente grandi restano invisibili: il distillato dell’anima che solo Dio conosce. In questo giorno, per me così importante, auguro anche a voi di trovare qualcosa di vero e potente, che nemmeno impegnandovi allo stremo potreste contraddire. Per me è lo spirito che don Mario mi ha trasmesso, per cui non finirò di ringraziarlo. Neanche di là.

Alla fine restano in due, la misera e la Misericordia: la folgorante conclusione di Agostino, nel commento all’episodio dell’adultera, riguarda tutti noi. Grandezza di Dio e piccolezza dell’uomo si incontrano, con risultati imprevedibili. È lì che scocca la scintilla, è lì che si accende la speranza.

di Giampaolo Centofanti
Una radice della crisi attuale sta, come osservato per esempio da diversi filosofi e scrittori, nel razionalismo che svuota, omologa, le persone in un percorso consequenziale che è passato tra l’altro, come se nulla fosse, dalle grandi ideologie rivoluzionarie al dominio della finanza e dei potenti di internet sotto l’ombra di un astratto civismo, solidarismo, che spoglia di ogni libera ricerca identitaria e di un solo allora autentico scambio. Su queste scie ogni valore viene manipolato ai fini del potere: il femminismo per esempio può divenire scusa per cooptare persone ad hoc nel sistema. Certo anche con tali rischi vi sono molti validi motivi per dare più spazio alle donne. Ma la vera liberazione della donna non può prescindere dalla vera liberazione di ciascuno.