Archivi autore: fabrizio centofanti

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Il prossimo

Gesù desidera che lo vediamo nel prossimo, e che lo trattiamo di conseguenza. Non c’è da stupirsi, se san Paolo afferma che tutto è nostro, noi siamo di Cristo e Cristo è di Dio. Se nell’amore tutto è collegato e ciò che tiene tutto è Dio, è così strano pensare che sia in ciascuno di noi, nessuno escluso?

Lirico terapia. Cesare Vivaldi, Mattino a Oneglia.


Mattino a Oneglia

Al mattino a buonora mi risvegliano

le grida dei ragazzi entusiasmati

dai tuffi lungo il molo. Tutta Oneglia

sventola una marina di bucati

 

stesa avanti ai miei piedi, ed è ben sveglia

nel sole ogni finestra: insaponati

visi specchia; qualcuno unge una teglia

e vi dispone pesci infarinati.

 

Felicità d’esser vivi, e allegri

nel vento cogliere tutti gli odori

della città e del porto: la frittura,

 

il catrame che bolle. L’occhio ai negri

scafi dei lontanissimi vapori

si fissa come a una nuova avventura.

È una poesia o un quadro? Cesare Vivaldi riesce a dipingere con le parole, proponendo anche a noi di aprire meglio gli occhi, di descrivere più adeguatamente la bellezza.

Gusti

Dio non ha i nostri gusti. Cose essenziali per noi, non lo sono per Lui, e viceversa. Il bello è scoprire il Suo modo di vedere, sapendo che soltanto di là cominceremo, davvero, a farcene un’idea.

La soluzione

Morire amando, come Gesù, che nell’ultimo istante consegnò lo Spirito, ossia l’amore, il dono eterno che è impossibile perdere, perché è l’unica cosa che rimane. Fare della morte un atto d’amore: è la vera soluzione della vita.

Lirico terapia. Boris Pasternak, Essere rinomati non è bello.


Essere rinomati non è bello

Essere rinomati non è bello,

non è così che ci si leva in alto.

Non c’è bisogno di tenere archivi,

di trepidare per i manoscritti.

Scopo della creazione è il restituirsi,

non il clamore, non il gran successo.

È vergognoso, non contando nulla,

essere favola in bocca di tutti.

Ma occorre vivere senza impostura,

viver così da cattivarsi in fine

l’amore dello spazio, da sentire

il lontano richiamo del futuro.

Ed occorre lasciare le lacune

nel destino, non già fra le carte,

annotando sul margine i capitoli

e i luoghi di tutta una vita.

Ed occorre tuffarsi nell’ignoto

e nascondere in esso i propri passi,

come si nasconde nella nebbia

un luogo, quando vi discende il buio.

Altri, seguendo le tue vive tracce,

faranno la tua strada a palmo a palmo,

ma non sei tu che devi sceverare

dalla vittoria tutte le sconfitte.

E non devi recedere d’un solo

briciolo dalla tua persona umana,

ma essere vivo, nient’altro che vivo,

vivo e nient’altro sino alla fine.

***

Chiunque può trarre un frutto da questi versi di Pasternak, di una chiarezza disarmante.

“Scopo della creazione è il restituirsi”: come dire meglio il circolo virtuoso della vita? Come intravedere più nitidamente “il lontano richiamo del futuro”?

Il testo è pieno di perle, un invito efficacissimo a “essere vivo”.

Il poco

Bisogna relazionarsi agli altri nell’atteggiamento di un inferiore, non di un superiore. È questo che apre la strada: altrimenti si alzano muri. Basta poco per incoraggiare alla vita: ma quel poco va scelto e praticato.

Franco Battiato, di Giorgio Stella

 

FRANCOBATTIATO

– 1 – Mi mossi alla pietà

Soprattutto mi concentrai

Sulle linee delle finestre

Che all’alba organizzavano

Il can-can dei cani

Vigili ai vetri che le custodissero –

Fui quel che nessun gergo promuove

La lunga luce al sole come fiamma,

era l’alba il cane è alla finestra

che guarda la linea organizzata

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Lirico terapia. Giovanna Bemporad

Veramente io dovrò dunque morire

Veramente io dovrò dunque morire

come un insetto effimero del maggio,

e sentirò nell’aria calda e piena

gelare a poco a poco la mia guancia?

Più vera morte è separarsi in pianto

da amate compagnie, per non tornare,

e accomiatarsi a forza dalla celia

giovanile e dal riso, mentre indora

con tenerezza il paesaggio aprile.

O per me non sarebbe male, quando

fosse il mio cuore interamente morto,

smarrirmi in questa dolce alba lunare

come s’infrange un’onda, nella calma.

***

Cos’è la morte? Consumarsi fisicamente? O piuttosto la fine delle relazioni, delle speranze? La poesia ci interroga, ci scuote dall’ovvio.

Domande

Lasciarsi inondare dal dolore di Cristo, purificare dalla Sua passione: c’è qualcosa di più potente di questo? Abbiamo a disposizione gli strumenti per cambiare, ma ci è quasi impossibile avvalercene. Un errore di calcolo di Dio? O non, piuttosto, la nostra invincibile paura?

Rodolfo Di Biasio, Tutte le poesie.

di Francesco Dalessandro

Rodolfo Di Biasio, Tutte le poesie, Ghenomena, Formia 2021                            

Tra i pochi poeti dell’essenziale è Rodolfo Di Biasio. Poeta di “levigate parole” che conobbi solo dopo aver letto, con stupore e ammirazione, questi limpidi versi: Sono qui, a Patmos, / ma molto di me / non è ancora approdato: / scissura scardinamento / è stare in luoghi diversi / e allora è un vedere / e insieme un non vedere / s’intristisce l’occhio / che coglie il bordo delle cose / e non le trapassa. Si tratta di uno dei Frammenti per il poemetto di Patmos. Era il 1995 e Patmos (Stamperia dell’Arancio) è il titolo della raccolta da cui è tratto, uscita appunto in quell’anno. Io che amo “la lentezza sterminata del periodo”, la sua lunghezza sinuosa e fluviale, le vertiginose inarcature, invidiai il tono secco ma pacato di quei versi, la loro pronuncia severa, inquieta ma serena. Più tardi, Altre contingenze (Caramanica, 1999), l’esauriente e bella auto-antologia, permettendomi la conoscenza della sua poesia precedente, consolidò e diede spessore alla mia ammirazione. Mi fu chiaro che il rigore formale era stato per Di Biasio una conquista immediata: decisa fin dagli esordi la rinuncia a “tutti gli istituti poetici tradizionali – verso sillabico, rime o assonanze, strofe”, i versi, brevi e anche brevissimi, ma tesi ed efficaci, levigatissimi, dimostravano fin dall’origine “una dizione senza gravi sporgenze […], un parlato che sottolineava senza esagerare le poche interpunzioni […], un recitativo […] senza troppo accentuate variazioni di tono […], dalla melodia spezzata eppure niente affatto prosastica, per l’intima passione che sempre la sostiene”, per usare le convincenti parole di Giuliano Manacorda. Da Niente è mutato (1962) a Le sorti tentate (1977), da I ritorni (1986) a Patmos (1995), a Poemetti elementari (2008) il percorso compiuto da Di Biasio è stato lineare e senza asperità. Con gli anni, i versi si sono sempre più asciugati, abbandonando ogni elemento minimamente esornativo: gli aggettivi sono diventati rari o rarissimi, mai spesi per abbellire; la punteggiatura è andata sparendo, limitandosi a qualche virgola dove la pausa vuol essere più decisa, la sospensione del ritmo più forte. Eppure, l’essenzialità non va mai a scapito del calore del sentimento (sconosciuto a certa poesia di oggi, che volutamente lo esilia). Solo il tono s’è andato ispessendo con gli anni, abbandonando presto ogni residuo d’elegia per volgersi ai temi più urgenti dell’attualità e del presente, all’indagine sul senso del nostro vivere; così, anche il linguaggio, via via più rarefatto, è passato dal nostalgico, elegiaco delle prime raccolte al drammatico dei poemetti, punto d’arrivo di straordinaria maturità e concentrazione.

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Parole

La preghiera non è fatta di parole, ma di amore. Le parole, a volte, non dicono nulla; uno sguardo, un sorriso, uno “stare” nonostante tutto, contano di più. Abituarsi all’interiorità: al posto dove più si è sinceri e più si prega, senza parlare invano.