Archivi autore: fabrizio centofanti

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L’ atlante di Calvino. Se le città invisibili raccontano i nostri sogni

pedro cano

di Franco Marcoaldi

Per quanto favolosi, Bengodi e il Paese di Cuccagna non appagano pienamente lenostre fantasie sui luoghi immaginari. Ci serve qualcosa di più elettrico, nervoso. E quel qualcosa, forse, si può trovare in città. Per questo abbiamo ripreso in mano «Le città invisibili» di Italo Calvino: il libro in cui, a suo stesso giudizio, ha «detto più cose»; in cui sono confluiti tutti i ragionamenti, le osservazioni e le ansie riguardo alla sua idea di letteratura. Perché la città, suggerisce nelle «Lezioni americane», è il simbolo ideale della costante frizione tra il desiderio di un ordine razionale e geometrico della realtà e il caos pulviscolare che la sottende. Per dare conto di questo doppio movimento, Calvino disegna un atlante metropolitano fantastico e noi lo seguiamo stupefatti. Perché tutti quei luoghi, frutto dell’ immaginazione, raccontano al contempo la nostra realtà quotidiana: raccontano la simultanea molteplicità di un mondo che ci illudiamo di conoscere e controllare per intero, mentre ci sfugge da tutte le parti, alimentando frustrazione e smarrimento. E’ come se fossimo chiamati a un compito che non riusciamo ad assolvere. Continua a leggere→

Fumo. Di Nadia Agustoni

folon_les_oiseaux

(Jean Michel Folon. Disegno)

FUMO

di Nadia Agustoni

Riempito il sacco di vento e saliti i gradini tre alla volta fin sul tetto, appena giunto, colsi due o tre stelle e lanciai in aria il vento che ricadeva ovunque. Avevo una foglia in ogni tasca e pensavo all’autunno, alla notte che sembrava uno scudo, al tempo che scivolava piatto tra vita e vita mentre mi cresceva il cuore come un pensiero che cresce troppo e avevo paura di ascoltare: chissà se ero un principe o un bambino e chissà se mi ero perduto in un cielo di puntini più chiari e magari stavo per scoprire che non esistevo, che tutto questo non era il mondo e io sognavo senza un altro sogno che mi svegliasse. Continua a leggere→

Perché?

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Oggi mi hanno rimproverato, con una smorfia di disprezzo. Mi colpisce sempre, non perché ignori che è la norma per chi annuncia il vangelo, ma perché mi chiedo cosa leggano, queste persone, nel vangelo. Il testo proposto, per la festa dell’Assunta, era il Magnificat, che parla di potenti rovesciati e di poveri innalzati. Non credo ci sia da interpretare. E’ un dettato limpido, da cui traspare la potenzialità rivoluzionaria del pensiero di Cristo. Ho detto che non è una lotta armata, anche se il potere a volte è così forte da esserne tentati. Ho detto che non è un’utopia, perché la comunità cristiana mette gli ultimi della terra al primo posto. Ecco perché i verbi del Magnificat sono al passato, invece che al futuro: ha spiegato, ha soccorso, ha rovesciato: sta già cominciando ad accadere, è già accaduto. Mi hanno sibilato il disprezzo al momento della pace. Alla fine della messa lancio sempre il mio avviso spirituale, dopo quelli di routine della settimana pastorale. L’ho formulato così: quando nasce Gesù, Erode e tutta Gerusalemme rimangono turbati: perché? Quando si annuncia un vangelo come questo, alcuni rimangono turbati: perché? Cosa avranno da temere? Forse la risposta è troppo chiara per essere accettata, troppo limpida per non essere costretti a travestirla.

Come sempre

sacrificio di Isacco
Sullo sfondo ci sono abitazioni, un castello, alcune case: è la città, la nostra città. L’azione avviene tra noi, sta coinvolgendo noi. Perfino il capro ci riguarda, con quell’aria innocente di chi è sul punto di essere immolato. Anzi, sarei tentato di leggere il dramma non tanto dalla parte di Abramo e Isacco, che rischiano di perdere la fede per lo strano comando del Signore, e nemmeno dalla parte dell’angelo, che ferma la mano già pronta a colpire col grosso coltello da cucina – un’allusione al divieto di sacrificare i figli agli idoli; sarei tentato di leggere il dramma dalla parte del capro, l’unico a portare fino in fondo la logica del darsi, del non concedersi sconti, del rinunciare alla furbizia della percentuale; l’unico senza riserve, che lentamente si trasforma in un altro capro espiatorio, su un altro monte, issato sul patibolo infame ai margini di un’altra città, la nostra, di gente che pensa di riuscire a cavarsela anche questa volta, come sempre. Continua a leggere→

Tov Meod

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Nel racconto ebraico della creazione troviamo un Dio ottimista a cui piace ogni cosa che ha plasmato. Si diverte, gioca, come è scritto nel libro dei Proverbi. Ma in Genesi raggiunge il vertice; ogni cosa è buona, e al sesto giorno – è la volta dell’uomo – prorompe in un’esclamazione: non è soltanto tov, buono, ma tov meod, molto buono. Si sa come si chiude la faccenda: l’ottimo elemento, il molto buono, decide di essere se stesso in modo non proprio irreprensibile, convinto dal serpente dei culti idolatrici, simbolo fallico, dio della fecondità, custode delle recondite stanze di prostitute sacre, e tutto finisce, come si dice a Napoli, a schifio. Eppure resta il lampo di quella esclamazione che Dio, passeggiando nella brezza della sera, non ha potuto trattenere: tov meod, un’emozione ingenua, davanti al suo capolavoro.

Smettiamola con le zuffe e ascoltate gli scrittori

di Tiziano Scarpa

Come si chiama quel posto dove un cittadino senza potere può dire la sua su ciò che ritiene importante, dando alla comunità un contributo di bellezza, e a volte perfino di verità e giustizia? Risposta: si chiama letteratura. Ed è una cosa molto seria. È un’ istituzione inestimabile. Dà voce a chi non la può esprimere altrove. Di qualunque classe sociale ed età (guardate gli autori attivi oggi in Italia: Andrea Camilleri ha ottantaquattro anni, Chiara Strazzulla diciannove). Oggi però si preferisce far finta che la letteratura sia una faccenduola mondana che riguarda il successo e le classifiche dei libri più venduti. Mettendo in scena giornalisticamente le baruffe tra chi ha vinto il Premione e chi no: ammanicato di qua, buffone di là… Galli che si azzuffano. I soliti letterati! Ma la letteratura è una conquista politica troppo importante per ridurla a una bega fra narcisi invidiosi. Ci sono voluti secoli per arrivarci. Continua a leggere→

La mano

La mano, la mano, la ricordo come fosse ora la sua mano, mezza in ombra e mezzo colpita dalla luce, una mano che indicava proprio me, al punto che sollevai la mia, quasi senz’accorgermene e l’appoggiai sul petto, in un gesto di domanda, dici a me, ma tu non sai chi sono, che ho fatto nella vita, cosa si nasconde dietro questa barba, sipario chiuso sul cuore incapace di donarsi, perfino il mio giubbetto nero è una barriera insormontabile, un rifiuto di lasciar penetrare chicchessia, forse chiami un altro, il giovane che conta il denaro, tutto preso dal suo gesto economico, innocente, nel suo ridurre il mondo alla circonferenza di un pugno di monete, o il vecchio che si china a fatica, in un ultimo sforzo, prima di arrendersi al tempo che corrompe, o forse il fanciullo, colpito in pieno volto dalla luce più chiara, lui, il puro, vicino a noi perduti pubblicani, sordi a ogni appello che non sia quello delle tenebre, o l’ultima possibilità, l’uomo proteso verso te in un gesto inconscio di stupore, quasi abbandonato a un sentimento incontrollabile, no, stai indicando me, chiami proprio me, con la mano, quella mano che ricordo come fosse ora, mezza in ombra e mezzo colpita dalla luce, proprio verso me che non so più chi sono. Continua a leggere→

Fratello

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Mi chiedo che significhi, oggi, il termine fratello. Con quelli di sangue mi divertivo e litigavo, rapporti di odio-amore, gelosie, complicità. Non è facile condividere in sei i genitori e tutto il resto. Dal mio letto a castello guardavo il mondo come dall’oblò di una nave fantasma. I compiti fatti di corsa la mattina, le scenate di papà, i campionati con le scatole di mini-soldatini. La parola fratello, all’inizio, è un odore e un sapore, sono urla e botte, risate e trasgressioni. Come prete, i fratelli li ho perduti. Tutti tranne uno: l’altro consacrato di famiglia, schierato su fronti paralleli; ci lanciamo messaggi da una trincea all’altra, quasi senza parlare. Poi i fratelli sono diventati altri, quelli che condividono il rischio quotidiano, la fatica e l’assurdo del vivere. A loro devo dare l’esempio, essere là dove serve, costi quel che costi. Solo da poco il termine fratello mi rimanda a qualcos’altro: l’immagine di un uomo che mi cammina a fianco, e ha conosciuto, non so come, gli stessi odori e sapori dell’infanzia, ha dormito nei letti a castello, subìto la gelosia e le botte, riso e pianto con me, studiato alle sette del mattino, condiviso la lotta e la fatica. Sono sceso nell’ultima trincea? Quando appari all’orizzonte, fratello, ho paura che stia per succedere qualcosa. Spero che stia per succedere qualcosa.

Pogrom

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POGROM

di Nadia Agustoni

Nel Punjab si è consumato uno dei non pochi pogrom che stanno devastando quella parte geografica del mondo che comprende India e Pakistan nelle regioni dove confinano. Articoli scarni ci informano che in un piccolo paese di nome Gojra una festa di matrimonio della minoranza cristiana ( il 2%  in Pakistan) è stata il pretesto di un massacro (QUI). I cristiani accusati, oltretutto ingiustamente, di avere lanciato sugli sposi dei foglietti strappati dal Corano sono stati fatti bersaglio di una rappresaglia crudele. Otto persone sono morte, bruciate vive e solo il fatto che l’allarme era già scattato ha impedito che le cifre degli uccisi salissero di altre unità. Leggendo la notizia, soffermandomi su alcuni particolari ho ricordato gli articoli della scrittrice indiana Arundhati Roy sugli eccidi del 2002 nel Gujarat. E’ subito evidente che non si tratta mai, in nessun caso, di pogrom che nascono da rabbia momentanea qualunque gruppo li compia. La spontaneità dei linciaggi è esclusa per l’uso di una quantità inspiegabile di armi e per l’impiego di gruppi di individui trasportati sul luogo dell’eccidio con autobus. Continua a leggere→

La Tana degli Alberibelli

Marino Magliani, La Tana degli Alberibelli, ed. Longanesi, 2009, pp. 329, € 18,00.

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di Luigi Preziosi

Jan Martin, un giovane olandese agente di un’agenzia europea antifrode, viene in Italia per indagare su fondi europei dirottati a fini di privata speculazione verso la costruzione di un porto turistico dalle dimensioni imponenti, forse il più importante del Mediterraneo. Jan agisce sotto copertura: lo scopo ufficiale della sua venuta, infatti, è un’attività da archeologo, consistente nella ricerca di notizie circa la verità d un racconto popolare che narra di due disertori francesi rifugiatisi in una grotta della zona (la Tana degli Alberibelli, appunto) subito dopo la battaglia di Marengo in attesa di trovare un imbarco per Cipro e rifarsi una vita. Entrambi facevano uso di hashish (secondo una vulgata l’hashish fu introdotto in Europa proprio da reduci delle campagne napoleoniche in Egitto) e se ne servivano utilizzando un mestolino d’argento in cui lo mescolavano con la menta il cui ritrovamento costituirebbe la prova della storicità della leggenda. Continua a leggere→

Pezzi di vetro

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Ne ho viste tante, nella vita, come molti di noi del resto. Se scrivessi un romanzo di formazione, ne uscirebbe un volume dell’ampiezza de L’uomo senza qualità, se non della Recherche. Ma ho una passione per la sintesi, riduco anni di drammi in una riga, e le gioie più incontenibili in una sola parola. Forse per questo ascolto a lungo, perché trituro le parole in una centrifuga spietata, lasciando spazio a quelle degli altri: mi sembrano sempre ridondanti, esagerate, ma quanto più mi mettono a disagio, tanto più le accolgo come il dono di un bambino, incapace di collocare il mondo in una forma. Penso che tutte le parole abbiano origine nello stesso punto, si affacciano all’orizzonte della storia per una stessa chiamata. Dolore e gioia sono uniti da un’unica grammatica, si coniugano e declinano secondo regole identiche. Tutte le frasi della terra potrebbero raccogliersi nel palmo di una mano, facendo attenzione a non tagliarsi, perché le parole possono far male, come pezzi di vetro che aprono squarci improvvisi senza che nemmeno te ne accorga.

Editoria indipendente

di Alessandro Ansuini

Docufilm in due puntate sulle editrici clandestine Smith & Laforgue, IFigliBelli e Libera Stamperia Wang, girato fra il 2007 e il 2009 fra Roma e Bologna da Harold & Pinter. Produzione CaucasoMedia (www.caucaso.info)

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Il cielo coperto dal tendone

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E’ una sensazione insuperabile: voli da un estremo all’altro senza nessuna protezione, con gli occhi chiusi, perché conosci esattamente il punto in cui ti trovi. Avverti il silenzio sospeso, gli sguardi fissi su di te, lo spasmo dell’attesa, il desiderio di spingere le mani con la mente, le tue mani che cercano l’altro, in una stretta che significa la vita. Non ricordo perché e in che modo ho cominciato: forse per semplice abitudine, avendo visto i fratelli, i genitori; ma c’è un altro motivo, che preme dentro, e suggerisce che restare con i piedi per terra non è per te, sei fatta per il cielo coperto dal tendone, per un sogno che rischia ogni momento di trasformarsi in dramma. Continua a leggere→

Le città invisibili

le città invisibili

di Anna Pannega

Un debito con un amico, a Fabrizio da Anna, lettrice.

Era il 2005 quando ho saputo che a Palermo, città di sole e di bellezza, ci sarebbe stata una mostra di Pedro Cano intitolata “Le città invisibili”, ho pensato subito che fosse uno di quei regali inaspettati della Tyche che ti fanno esclamare, ingenuamente: “questo è per me, solo per me! “

La magia degli acquarelli di Cano dedicata alle città di Calvino: summa di leggerezza , aerea, fragrante, che però si fa nebbia densa ed avviluppante ad entrarci dentro.

Leggerezza come categoria estetica, ma anche come obiettivo etico; sottrazione di peso; …ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città … ( ci lascia detto il maestro Calvino nelle sue Lezioni americane, p.7, Oscar Mondadori, 1999). Continua a leggere→

Una cosa

gioventù

Sto traslocando da camera a camera e viene fuori di tutto. Foto a non finire. Mi stupisce vedere l’incoscienza nei miei occhi di allora: un’attesa vaga ma decisa, come se, prima o poi, qualunque desiderio potesse essere esaudito. La gioventù è una follia per certi versi salutare: non ci fosse, nessuno muoverebbe un passo, saremmo pensionati stancamente divisi fra il campo di bocce e la televisione. Continua a leggere→

A mio modesto avviso – Appunti di poetica, IL VERRI, 2009

il verri

di Lello Voce

Cchiu’ luntana mi staje
Cchiu’ vicino te sento

(Libero Bovio, Passione)

La poesia è un arte che abita il tempo. E che ne è abitata. Quale che sia la sua storia, più o meno dal Quindicesimo secolo in avanti, i millenni precedenti l’hanno formata come arte dell’oralità e l’oralità abita il tempo (e fa risuonare lo spazio).
La poesia è, innanzi tutto, la sua durata, il suo realizzarsi, eseguirsi, performarsi nel tempo, attraverso le vibrazioni della voce del poeta, o di chi, in vece sua, la ‘recita’: troviere, trovatore, o giullare che sia.
Essa percorre il tempo, scorre dentro di esso; l’esistenza di figure come la dialefe, o la sinalefe, la dieresi e la sineresi, (essendo evidente che l’accorciamento, o l’allungamento a cui queste figure presiedono, non è certo di natura grafica, o segnica, ma piuttosto riguarda l’articolazione concreta dei segni, la loro esecuzione nel tempo, il loro ‘decorso’) è la prova inoppugnabile di quanto una poesia sia qualcosa che ha una durata nel tempo, un’esecuzione, un’azione agita con il corpo e con la mente, una disciplina della lingua e delle corde vocali, dei polmoni e del cuore, nel suo realizzarsi in un dato momento, con una certa velocità, con una durata, formalmente decisiva, che divide il suo nascere dallo spegnersi della voce che la esegue. Continua a leggere→

Ombrelli

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da qui

Gli ombrelli non servono più: erano enormi, dovevano coprire non solo due persone, ma anche una sedia a rotelle, le gambe e i piedi che tendevano sempre a uscire dal perimetro protetto. Erano anche ridicoli, per i colori sgargianti: verde, rosso, giallo, arancione. Così ce li avevano donati. Anzi, così ce li aveva dati lui, l’ineffabile Agatino, l’uomo oscuro, escluso da ogni contesto sociale, da ogni mondo civile. Lui che conosceva un colore solo, il nero. Continua a leggere→

L’autobiografo

Georges Lapassade, L’autobiografo, ed. Besa, collana Astrolabio.

di Angelo Petrelli

Alla base di una cultura forte nel Salento deve esserci un’editoria in grado di sfornare e pubblicare libri di spessore, attenta al locale come al resto del panorama nazionale e internazionale. Questo è il caso de “L’autobiografo” di Georges Lapassade, edito da Besa nella collana “Astrolabio”. In un’opera di autoanalisi, il filosofo francese (1924-2008) indaga nei meandri della propria coscienza alla scoperta delle ragioni di un’esistenza perlomeno singolare. Il problema posto è vivo in ciò che attiene la fenomenologia scritturale del raccontare e che, attraverso i frammenti di una vita, tenta di districare il gomitolo del senso. Dopo “Gente dell’ombra. Trance e possessioni”, uscito sempre per editrice neretina nel novembre del 2007, la pubblicazione de “L’autobiografo” è un ulteriore tentativo di sondare e comprendere l’esperienza dell’intellettuale transalpino. Continua a leggere→

Il poeta

libri

di Felice Muolo

Stringeva la canna da pesca in pugno e fissava i raggi del sole danzare sulla superficie del mare. L’acqua era limpida e poteva scorgere piccoli pesci muoversi pigramente attorno all’amo sommerso. Qualcuno di tanto in tanto abboccava e lo tirava su ma non gli importava di prenderli. Anzi, spesso si dispiaceva per la loro sorte e li riconsegnava al mare. Da ore sedeva solitario al margine della scogliera, disinteressandosi totalmente del tempo che passava. Probabilmente, com’era già successo, all’ora di pranzo, sua madre avrebbe mandato suo fratello a cercarlo, per riportarlo a casa. Nessuno avrebbe mai immaginato che tutto il suo interesse consisteva nella speranza di poter vedere emergere dalle acque una sirena e diventarne l’amante. Continua a leggere→