Archivi categoria: Diari

Prime comunioni

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Stavo male, ma è un fatto secondario. In sacrestia, un attacco di tosse senza fine.
– Dobbiamo fare il giro della chiesa, in processione?
– Sì, come sempre.
Bene, penso, così mi rovino un altro po’. Scivoliamo silenziosi sul retro all’altare, i parenti sono già schierati, a modo loro elegantissimi. Sorridono quando li guardo, c’è una corrente positiva. Magari non sono praticanti, per qualcuno saranno indegni di stare ai primi banchi. Non certo per me. I bambini sono in fila per due, col giglio in mano. Parlano tra loro, emozionati. Mi vedono e lanciano un grido: don Fabrizio! Li accarezzo, con un gesto leggero e fugace, non si sa mai, di questi tempi. E’ ora, la processione può partire. Sul piazzale, altri parenti sorridenti: meno praticanti dei primi, perché nemmeno mi salutano. Continua a leggere→

Quella abbagliante

Il cavallo e il vecchio sembrano turbati. Anzi, lo sono certamente. Lo zoccolo alzato si ritrae, l’uomo aggrotta la fronte, non sa come reagire. E’ il mondo delle azioni ripetute, uguali a se stesse, solide, nella loro meccanica certezza. Il cavallo è fatto per viaggiare, il vecchio stalliere per servire. La paga e il fieno bastano e avanzano, come ricompensa. L’animale, a dire il vero,  non dovrebbe esserci, nei resoconti non se ne fa menzione. Allora non sarebbe un’ovvietà, ma uno scarto dalla norma. Il cavallo è la ricchezza, i beni del mondo, l’autosufficienza. Continua a leggere→

Mi sembra bello (benedizione delle case)

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Quattrocento, seicento, cinquecentocinquanta. Do i numeri: delle pensioni, dei pagamenti che esauriscono il mensile in una volta sola, delle persone più o meno sorridenti, più o meno cordiali, sempre gentili, dignitose. C’è il romano di sette generazioni a cui non funzionano le gambe e vive in casa facendo lavori di falegnameria. Gli domando:
– Cosa vogliamo chiedere?
Mi squadra come fossi un marziano:
– E che dovrei chiedere? Io c’ho tutto.
La signora, che mi accompagna nel palazzo popolare, gli fa un sorriso accattivante:
– Dài, ci sarà pure qualcosa che desideri.
– Preghiamo per le gambe, azzardo io.
– E vabbe’, preghiamo per le gambe, tanto non cambia niente. Continua a leggere→

Tosse

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Ho una specie di tosse convulsa, che non passa con niente. Ho seguito consigli vari su sciroppi e una certa salicina, che non so a cosa serva. Ieri sera mi sono deciso finalmente a stare in casa. Vado per chiudere il cancello, ma c’è qualcosa di strano: una luce lampeggiante sulla strada di fronte alla Parrocchia. Che faccio? Rischio o torno indietro? Il furgoncino della polizia municipale è parcheggiato vicino a un auto grigia, col parabrezza rotto. Tre agenti, due uomini e una donna, stanno parlando con altrettanti giovani, dalle facce stralunate. Mi scappa la domanda:
Cosa è successo?
– E’ stato investito un uomo ubriaco, fa il vigile più grosso. Continua a leggere→

Sembra facile

Sembra facile scrivere un vangelo. Prima di tutto, devi metterti comodo: va bene anche una sedia in legno lavorato, a braccioli e senza schienale. Un po’ di traverso, col quadernone sulla coscia sinistra, accavallata sulla destra. Una penna d’oca, anche se logora, è più che sufficiente. Ti concentri, aggrotti la fronte per lo sforzo, cominci a buttare giù come ti viene: Gesù Nazareno nacque a Bethlehem… No, così è contraddittorio. Riproviamo: Gesù, che sarebbe stato chiamato il Nazareno, nacque nella città di Bethlehem… Non si parte in maniera contorta, il lettore si scoraggia facilmente. Forse così: Gesù nacque a Bethlehem, ma la famiglia si recò presto a Nazaret, dopo la morte di Erode, che costrinse i genitori a fuggire in Egitto… Mi pare vada meglio, ma non convince ancora. Continua a leggere→

Di là

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All’inizio è il silenzio. Non sai bene quando partirà. Poi, all’improvviso, senti i violini e l’arpa. Non sai come nasca, una musica così. Forse perché sei triste e non hai più speranze in questa vita: ne cerchi un’altra, trasfigurata da un desiderio senza sbocco, un’utopia. L’arte è utopia, un mondo che appare sulla scena, senza preavviso; sorprende, affascina, trascina. Il paradosso è che ascoltando, leggendo, guardando, si comprende che è quello il mondo vero; fino ad allora avevi vissuto a occhi chiusi e anima spenta, soffocata da bisogni e paure primordiali. Una penna, un pennello, un violino, uno scalpello sono oggetti singolari: chiavi per aprire una porta, fare un passo dentro la realtà. E’ bello per noi stare qui, disse Simon Pietro; era entrato nella nube, uscito dal nulla, assaporando il gusto del definitivo, come lo chiama il quarto evangelista. La vita eterna non esiste; esiste la vita, quella vera. La tocchi, la vedi, sei segnato per sempre. Non puoi tornare indietro né adattarti ancora allo stridore del niente. All’inizio è il silenzio. Non so in che momento l’arpa e i violini  partiranno, ma sono già di là. E’ inutile chiamarmi.

Per entrare

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Prova, rilassati: in fondo non è nulla; sempre le stesse carognate, ma tu non farci caso. Ecco, respira, più profondamente. Ora pensa di sedere in una delle prime file dell’Auditorium Parco della Musica, stai ascoltando il Carnaval di Schumann; dimentica anche i giovani teppisti che sono entrati nel campo di calcetto dal buco nella rete e bestemmiano a venti metri da te; sei sulla poltrona rossa, e Mitsuko Uchida sta pigiando sui tasti con tutta la potenza del carisma. Continua a leggere→

So dire

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Amico, dove sei? Mi hai lasciato nei guai; prima, almeno, lottavamo in due, poi c’era il sorriso: qualsiasi dolore si scioglieva, chissà quanto pagavi lo sforzo di non farmi pesare persone e situazioni. Dovrei avercela con te, perché sono solo, dovrei avercela con gli altri, che continuano a ripetermi che invece non lo sono, dovrei avercela con me, che non mi accorgo, a volte, del bene che mi arriva, del calore che circonda il freddo dell’assenza. Chi mi accoglie, oggi, al ritorno dall’ennesima battaglia, dalla fatica improba delle benedizioni delle case, dagli screzi con chi guarda sempre il pelo nell’uovo, dalle sciabolate degli eterni moralisti, da chi chiede e chiede senza vedere la stanchezza nei miei occhi? Chi domanderà più come stai, in quel modo solo tuo, che mi faceva sentire me stesso all’improvviso, chi organizzerà l’uscita estemporanea che mi strappava ai pensieri più oppressivi? Dovrei avercela con te, e non faccio che ripetere: amico, dove sei? Mi hai lasciato nei guai: vorrei maledire il momento in cui ho suonato alla tua porta, e invece so solo benedire, giorno e notte, so dire solo grazie.

Yo vine aquí para cantar y para que cantes conmigo.

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Mi dicevi che avevo due talenti: la predicazione e la scrittura. Quando mi prende il magone penso alle facce della gente, alla festa della domenica mattina, alle mani strette e ai baci mandati da lontano, oppure allo schermo bianco che aspetta di essere riempito, alle parole inanellate una dopo l’altra nel filo dell’ispirazione, come un rosario di sogni. Allora tutto prende forma: anche gli scontri con la burocrazia, le barriere dell’indifferenza, gli spuntoni aguzzi di invidie e gelosie, che non avresti mai pensato potessero ergersi inquietanti nei campi del vangelo. Continua a leggere→

Almeno da morti

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Di torti ce ne hanno fatti tanti, e ce ne faranno ancora. Anzi, me ne faranno, perché lui ormai non c’è più. Prima non comprendevo come ogni iniziativa potesse essere messa in discussione o ostacolata. Preparava tutto con cura, con amore, in ogni minimo dettaglio, e c’era sempre chi vedeva il lato negativo, l’intenzione nascosta. Oggi mi meraviglio ancora, ma ho una strana sensazione: è come se il fardello, da portare intero sulle spalle, mi pesasse meno. Continua a leggere→

Lasciatemi dormire

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Ieri sono andato alla riunione di prefettura, roba da preti. A una certa ora mi arrivano telefonate strane: don Fabrizio, davanti alla chiesa c’è una decina di macchine della polizia: che sarà successo? Bene, mi dico, finalmente una serata tranquilla. Quando giungo sul posto, non c’è più nessuno. Me ne vado a dormire. Oggi telefono ai carabinieri, chiedendo lumi.  Non si preoccupi, don Fabrizio, è gente che non c’entra con la sua parrocchia. Mi viene in mente il telegiornale che dà notizia di disastri umani o naturali: decine, centinaia di morti, ma nessun italiano. Non era gente della parrocchia, ma c’erano dieci macchine della polizia davanti al portico, cosa è successo? Un litigio, una rissa, una ragazza ubriaca che ha sfondato con un calcio un vetro della pantera della polizia. Bene, in fondo non era la mia macchina: ho una micra novecento, niente a che vedere con le pantere, al massimo è un gatto spelacchiato. Alla fine della giornata c’è la stessa stanchezza di ieri. Se vedete dieci auto a sirene spiegate, non telefonatemi: non sono mica il parroco di tutti, lasciatemi dormire.

Dieci alla volta

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Certe volte, come sappiamo bene. Certe volte saresti tentato, lo sappiamo. Certe volte si sa, che lo faresti. Certe volte, anche se il ruolo, i doveri, e tutto il resto. Certe volte, comunque, tiri dritto, perché sarebbe troppo facile, in un colpo solo, te lo immagini? Tutti insieme, mica uno alla volta, aspettando, lasciando trascorrere del tempo; in una volta sola, libero, potresti fermarti, respirare. Certe volte la prospettiva è irresistibile, qualcosa troveresti, sai darti da fare, la creatività, l’intuizione, la capacità lavorativa, in tutti questi anni, con tutti questi ostacoli. Certe volte. Altre, invece, ti senti a casa all’improvviso, come se nulla fosse stato. E allora ricominci, pensando a quella volta che li hai amati fino in fondo, li hai amati davvero. Forse hai solo sognato di andartene, di lasciarli tutti, di ricominciare. Ecco, sei sveglio, tra le mani hai un filo di perle di campagna, di legno scuro, da contare lentamente, dieci alla volta, fino alla fine del mondo.

Cosa ne sarà di me

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Si parlava di chi ci insegnerà, o chi ci ha insegnato. L’eredità, la tradizione, la consegna di una saggezza, il dono di una chiave per capire, cogliere, apprezzare. Non si vive a caso, vogliamo dirlo? Non si può andare avanti cancellando la sensazione che sto dimenticando qualcosa di essenziale, che sto anestetizzando la sensibilità, ignorando un potenziale di acume, delicatezza, disponibilità a incontrare la realtà, combatterla o abbracciarla, rifiutarla, amarla, bestemmiarla. Chi ci insegnerà a coinvolgerci nell’esistenza, a non risparmiarci, a lasciare le sicurezze e le comodità per condividere i cinque pani e i due pesci e raccogliere dodici ceste piene di avanzi da distribuire ancora, in un dare instancabile e infinito, perché cosa sono questi anni che ci sono stati affidati se non un ricevere e restituire, cos’è questa cosa strana fatta di respiri e tensioni ed estasi e conflitti, questo sangue e questa carne se non un mettersi nelle mani degli altri, rischiando di non prendersi più indietro? Se mi conservo, mi difendo, se rimando a un domani indefinito la mia consegna, dimmi, cosa ne sarà di me?

Dieci dita

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Chiedersi se Dio esista è ormai inattuale: è lui che si chiede, a tempo perso, se esista ancora l’uomo. Occorre fede per considerarci veri e degni di rispetto, inaffidabili, incoerenti e litigiosi come siamo. Se il male è il vuoto, il nulla, si aprono scenari in cui porzioni di realtà sprofondano nel caos. Sparlare, farsi le scarpe, togliersi il terreno sotto i piedi è pratica comune e condivisa: di questo passo, la terra trascinerà anche noi in un’ultima e fatale dissolvenza. Continua a leggere→

Sirene a Budapest

di Giovanni Catelli

I tram non ritornano, da anni, lungo la via Thököly.
I binari, inflessibili, proseguono senza timore, verso la distanza, i grigiori vuoti, l’orizzonte.
Ogni giorno alle sedici, nelle giornate d’inverno, s’accendono i bulbi giallastri della pubblica luce, mentre la sera già fugge dal cielo, con insospettata sincronia, verso il buio.
Al volgere d’ogni settimana, da anni, le sette meravigliose immobili sirene, che scrutano la via dall’emporio SZ, mutano d’abito nell’infinita vetrina, che curva i suoi pallori e prosegue, nella via Muranyi, dove quattro ulteriori silfidi condividono l’ignoto cambiamento e l’ombra. Nient’altro mai racchiude la vetrina, solo arredi bianchi e paraventi candidi sino a mezz’altezza ; nessuna luce la ravviva o riscalda, nelle ore oltre il giorno, solo fioche lampadine abbandonate, accese, al fondo dei locali, ove balenano geometriche, ordinate schiere d’abiti.
Un remoto, denso, indistruttibile torpore spira dalle ignote sale : neppure per un giorno, da anni, ho visto spalancarsi l’ampia porta che reca le iniziali del nome, né quel complicato meccanismo di metalli opposto alla visione, al passaggio, all’apertura ; un’eterna vigilia sfiora quelle sale, colme già nell’ombra d’un remoto rammarico e ritardo, una minaccia lenta e vasta, una sciagura immobile, lontana. Continua a leggere→

Incontro con Tullio Pironti

Testo di Alberto Pezzini

Quando lo chiamo al telefono sento che parla con qualcuno. E’ il suo avvocato, e stanno giocando a scacchi. Stu’ avvocato è na scamorza, mi dice, con il suo accento napoletano avvolgente e da fumatore. E’ Tullio Pironti, faccia di cuoio e un cuore dolcissimo come il suo ultimo libro autobiografico, “Il paradiso al primo piano” (Pironti Editore), in uscita a breve. Continua a leggere→

Altro a cui pensare

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Aldo è morto. Voi direte: e chissenefrega. Era un barbone. Bisognava sudare sette camicie per farlo lavare e non ci si riusciva quasi mai. Beveva, gridava, litigava. Oltretutto, se n’è andato nella settimana santa, che per noi preti è un massacro senza pari. Ci mancava lui, in questo caos. Puzzava, Aldo; ultimamente, era coperto di pidocchi e pulci, per cui alcuni avevano timore di accostarlo. All’obitorio ho pregato imponendogli la mano: lo Spirito Santo non teme malattie dermatologiche. Continua a leggere→

Sentinella

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Vi saluto tutti qui. Non pensavo che il tempo potesse essere ingoiato dal tempo, senza lasciarti un osso. Spolpato vivo, trovo la casella della posta piena, ma non ho la forza di rispondere. Di risposte ne ho date tante, al dolore del mondo. Ci vorrebbe qualcuno che ascoltasse me, ma è tardi, sono tutti a letto. Quanto manca alla fine della Pasqua? Non lo so. Ma tu, ostinato, resisti.
Sentinella, quanto resta della notte?

Elezioni. (Logicamente)

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Comunque vada, vinca il migliore. Perché ci sarà un migliore, certamente. Perché un migliore deve esserci. Perché se non ci fosse un migliore, che mondo sarebbe? Perché un mondo senza un migliore sarebbe peggiore. Perché un mondo peggiore sarebbe una rovina, una rovina per tutti, non solo per la parte dei perdenti, ma anche per quella dei vincenti; perché se perdessero tutti, perderebbe il mondo, e se perdesse il mondo finiremmo male; e se finiamo male non ci sarà più niente; non ci sarà un migliore; e se non c’è un migliore, che mondo sarà mai?

A forza di essere vento

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Gesù disse: uno di voi mi tradirà. Simone disse al discepolo che il maestro amava: Digli, chi è? Quello chinò il capo sul petto di Gesù e gli disse: Chi è? Rispose: Quello cui darò il boccone intinto nel piatto.
E’ la cena dell’istituzione dell’eucaristia. Quel pezzo di pane è ciò che oggi chiamiamo comunione. Il Signore accompagna i passi di Giuda, che si affrettano verso il tradimento. Non lo lascia solo, anche se satan, l’avversario, entra in lui sotto forma di rifiuto e negazione. Continua a leggere→