La parola ai poeti. Gabriele Marturano

“Guarda, io ammetto le mie colpe: preso il diploma, non ho mai più aperto un libro di poesie.”

 

Partiamo dall’assunto che ci sono colpe peggiori e che nessuno ci impone di leggere poesia. O meglio, qualcuno sì, finché andiamo alla scuola dell’obbligo, appunto.

Certamente la scuola dovrebbe essere quel luogo nel quale si crea negli studenti un nucleo di consapevolezza critica che permetta di avvicinarsi alla poesia senza farsi sconfortare dal disorientamento. Questo perché il disorientamento è connaturato ai testi che hanno uno spessore, che in quanto tale necessita di farsi ripercorrere, approfondire, carotare. Per cui bisognerebbe insegnare che non è un problema non capire all’istante tutto di quello che si legge, anche perché nella vita raramente capiterà di comprendere all’istante tutto quello che ci sta accadendo. Inoltre è bene precisare che “disorientare” non vuol dire “confondere gratuitamente” ma significa “far perdere per un istante i punti di riferimento assodati al fine di metterli in discussione, saggiarne la validità”. Continua a leggere

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Valentina Calista, due testi per san Francesco

Nella cella scura
la pietra è verbo,
parole di vero e vento
(San Francesco, San Bernardino
da Siena) e sacre orme
nella terra nell’aria.
È tutta una benedizione
d’incanti e pietre,
luogo di creature
solcate da silenzio e luce.
Luogo di canti smodati e vento
lecci secolari e chiome.

Benedette le vostre mani
Insieme, salvezza degli ultimi,
ad indicare le stelle
a chi le costellazioni
non sapeva guardarle.

Tutta questa pietra
scavata da preghiere
che sanno d’abissi e luci,
quotidiano intercedere
in ombra, cecità occulta
prima io, secondi voi, tutti.
C’è vita che parla eternata
in secolari gesti d’umiltà.
Piegatevi al volere dei santi.
Piegatevi al sonno dei pazzi.

*

Laudato si’, mi’ Signore
cum tucte le tue creature,
per ogni soffio di vento
che non tace e crea agitazione,
per tucte le fiamme del cielo
della cui luce conosco il nome,
per ogni gesto fatto presenza
e taciturna responsabilità d’amore,
per la salvezza còlta nel fiore
per la saggezza dell’albero
per la notte che crea preghiera
per la vita che si compie a sera.
Laudate et benedicete mi’ Signore’ et ringratiate
che la vita col suo sguardo tempesta può causare.

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Giornata mondiale degli animali

Il cane Maruska
Non una fiaba

di Stefanie Golisch

C’era una volta – e c’è ancora – un piccolo paese di montagna. In mezzo al paese vive il cane Maruska. Il paese è bello e la gente è alla mano. Che cane felice, si direbbe, ma non è così. Il cane Maruska vive legato a una catena lunga un metro. In mezzo al paese, sotto gli occhi di tutti. Poverina, dice qualcuno, fa pena il cane Maruska che vive di acqua e pane sotto il cielo aperto che per lei è un quadretto d’infinito. Per gli altri, la maggior parte, è soltanto un cane, e la vita di un cane è così perché è sempre stata così e perciò è giusto che sia così. Ma prima o poi arriva chi non è d’accordo che il cane Maruska sia soltanto un cane, e lo dice ad alta voce, e perché nessuno vuole sentire, lo dice ancora più forte, ma ancora nessuno vuole apprendere la grande novità che il cane Maruska non è soltanto un cane, ma uno di noi. E perché tutto deve rimanere così com’è sempre stato, questa voce deve smettere. I cani sono i cani e gli uomini sono gli uomini, dice la brava gente, cattivo, invece, è chi sostiene il contrario. Il cane Maruska non sa nulla di tutto ciò. È contenta quando qualcuno le porta da mangiare, è felice di una carezza e, a modo suo, ama l’uomo che la fa vivere così perché lui è il suo padrone. La storia del cane Maruska non ha nulla da insegnare, non si presta a diventare una fiaba, la sua storia è la vita stessa che non conosce lieti fini, ma lascia sempre tutte le domande aperte poiché nessuno di noi possa mai dormire tranquillo.

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Uomo del suo tempo

August Schrader (1906-1943)

a mio fratello Andreas Maximilian Golisch (1963-2022)

La realtà deve diventare vecchia per diventare reale.
Stig Dagermann

La vita è uno sforzo continuo per raggiungere l’armonia, visto che può sopravvivere solo come un sistema armonioso di materiali e di energie. Più una creatura è armoniosa, più semplice, più adattabile, più a lungo vive la sua specie: l’eterna ricerca dell’equilibrio pervade tutto ciò che accade. Il mondo è un sistema di continui bilanciamenti.
Leggo queste parole in uno testo che mio nonno, l’operaio August Schrader (1906-1943), aveva scritto alla fine degli anni ’30 del secolo scorso. I suoi appunti, apparentemente di tipo scientifico, in realtà, sono un appassionato trattato sulle connessioni cosmiche che ci muovono e che noi stessi, in quanto parte del grande universo del vivente, muoviamo.

Non è casuale che, proprio in questo momento della mia vita, abbia cominciato ad interessarmi del lascito di mio nonno. Sebbene mio fratello l’avesse digitalizzato già qualche anno fa, è stato solo quando sono entrata in possesso dei documenti originali che la sua lontana figura ha preso vita.
Morto a 37 anni sul fronte russo, ha lasciato uno spazio vuoto che lo ha predisposto a diventare uno specchio di perenne autointerrogazione: per mia madre, che all’età di tredici anni aveva perso il padre e per i suoi figli, cresciuti con l’idea – anche se mai espressa esplicitamente – di non aver conosciuto il membro più prezioso della loro famiglia.

L’unico ritratto fotografico che esiste di lui, mostra un giovane uomo sulla trentina con folti capelli scuri e piccoli occhiali rotondi. Probabilmente si tratta di una foto tessera che è stata ingrandita dopo la sua morte: questa nitida immagine di un bell’uomo il cui aspetto denota uno stile assai personale. Infatti, il tessuto dell’abito, il gilet di lana, la camicia finemente rigata e il papillon a pois sono accuratamente coordinati. Su quali modelli si sarà formato il suo gusto, tutt’altro che scontato per un uomo della sua classe sociale?
Non lo so.
Questa frase è il mantra che ritmerà la mia ricerca.
Non lo so.
Sul piano concreto è impossibile ricostruire gli avvenimenti e per quanto riguarda le particolari atmosfere del suo tempo – odori, sapori, idiomi, modi di pensare e di agire – possono essere solo accennate di volta in volta in forma interrogativa.
Da quel poco che mi ricordo dei racconti di mia madre e di mia nonna e da quello che mi permetto di immaginare, cercherò di dare un volto a un uomo morto ottant’anni fa che nessuno ricorda più tranne me. Continua a leggere

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Trasversalità, di Rosa Pierno. Marco Furia

“Minime circostanze” di Marco Furia. Un soggetto linguistico.

La raccolta di brevissimi testi che Marco Furia ripropone in Minime circostanze, Contatti, Genova, 2021, caratterizzati dallo stile  dei suoi esordi, ci pone dinanzi a un protagonista che si nasconde attraverso un linguaggio impersonale. Egli sembra avere una mano che non gli appartiene: “Percossa, a mezzo ossute nocche della mano destra, verniciata superficie di lignea porta, ottenuto vocale permesso di entrata, superò marmorea soglia”. L’elisione degli articoli determinativi o indeterminativi e l’uso battente del participio passato apparecchiano un’esposizione oggettiva dei fatti che appare priva di interpretazione. L’aggettivazione, sempre presente, qualifica la materia degli oggetti in maniera precisa e sintetica. Da questo effluvio impersonale, però a poco a poco viene fuori una persona. Dall’insieme dei singoli momenti si rivela una sensibilità a volte delicatissima, a volte insofferente. Emersione a cui non si può opporre nemmeno lo scrittore. Continua a leggere

La scialuppa


Riparare, un concetto d’altri tempi, soprattutto in questi anni in cui si parla di fine del Cristianesimo, di risorse da trovare  nel Vangelo scartando la fede. Che vogliamo riparare? Ogni volta che si mette un mattone si aprono altre brecce, nella nave che affonda c’è poco da pensare a restauri. Eppure, come ha scritto De Gregori, anche in un naufragio bisogna mangiare. L’Eucaristia è la scialuppa che salva quando tutto sembra andare a picco.

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Domenico Lombardini, Canto chiuso

*
con furore – troppo
ché sei stato viscera
oltre l’accenno di epidermide –
al dolore dare unguento
sul corpo quasi mio
per spremitura di carne
– ed è un giglio.
di fiore in dolore: non voluto
ché al vederlo tremo, vedi?
farai lo stesso, sei innocente: un figlio –
di dolore in fiore, di fiore in dolore.

*
volevo soltanto
lunghi baci – non credi
di aver voluto troppo?

il miracolo è l’accaduto
la grazia l’accidente –
a cui, come al bere la sete
precipitosamente all’acqua. Continua a leggere

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Vicino


Scriveva Lorca: Dio è molto lontano. È l’impressione che si può avere facilmente, nel caos della vita quotidiana. Gesù, invece, è in noi, Ospite ignoto, spesso indesiderato e emarginato. Basterebbe farci amicizia per scrivere un verso mai letto: Dio è molto vicino.

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Camminando, di Francesco Dalessandro

nota di Antonio Devicenti

Camminando è un libro nel quale la poesia coincide con la memoria, con il dire in versi itinerari (lungo i quali si cammina, appunto), di scrittura ed esistenziali, i quali si danno a essere seguiti e percorsi in forza di un’espressione limpida, rigorosa.

Camminando raccoglie testi scritti in anni e fasi differenti della vita e della scrittura. Nello stile umanissimo e franco, armonioso di Francesco Dalessandro ecco, allora, luoghi, situazioni, incontri cui siamo già avvezzi per aver letto le opere precedenti dell’autore. E c’è una commovente e persuasiva fiducia nella parola che non dismaga dalla presenza del dolore e del lutto, ma che cordiale accompagna il lettore lungo le pagine, di capitolo in capitolo, nutrita di virgiliana pietas, di oraziano modus in rebus.

Accade così che la misura del verso (endecasillabo o settenario o comunque modellato su questi metri nobili), che l’eventuale rima, che la cadenza strofica veramente rendano il ritmo di un camminare attraverso i luoghi e i tempi della vita; che, non diaristica ma attentissima all’esistere, la poesia restituisca quello che il tempo ha tolto.

La scrittura può essere, ancora oggi, un esercizio di saggezza e di fortezza, di chiarezza e di temperanza, un trattato de senectute nel senso che, rileggendo quanto scritto anche in gioventù e riproponendolo, si guarda alla propria raggiunta età come a una nuova tappa del cammino, ulteriormente inverando il senso del titolo, bellissimo e significante gerundio.

 

Francesco Dalessandro, Camminando, Roma, Edizioni Il Labirinto 2023

Incontri XXIII

Raccolto degli angeli

di Ana Blandiana (Romania, 1942)

… di tanto in tanto
uno scontro
come dopo la caduta
dei frutti nell’erba.
Come passa il tempo!
Gli angeli, più che maturi, cominciano
a cadere:
è autunno anche in cielo…

Sonnetto

di Bill Knott (USA, 1940-2014)

Nel modo in cui il mondo non è
Sorpreso di te
Neanche una foglia che lancia uno sguardo
Quando usciamo di casa
Mi fa pensare
Che la bellezza è naturale, non si fa notare
E non si dovrebbe nemmeno nominare
Tranne che nel momento in cui succede
Quando si canta e si lavora insieme
Quando ci si innamora sotto gli sguardi dei vicini
E quando tu raccogli i tuoi capelli ribelli per uscire
E naturalmente quando io
Sono sorpreso di te
Nel modo in cui il mondo non è
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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro


XXVI domenica del Tempo Ordinario 

[Ez.18, 25-28; Fil. 2, 1-11; Mt. 21,28-32]

Capita di frequente di imbattersi in persone che si credono possessori della Verità, suoi custodi, suoi paladini, professionisti del Padreterno.

E si ergono a giudici, emettono sentenze. Sono quelli che si dicono sempre e profondamente cristiani, mostrandosi ossequiosi verso l’autorità, prodighi di plateali gesti di carità.  

L’unica Verità offertaci da Gesù è quella che coincide con la sua persona. Continua a leggere

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La parola ai poeti. Andrea Margiotta

[foto di Simona Nobili]

Raccolgo l’invito cortese di Fabrizio Centofanti, e con piacere torno su La poesia e lo spirito forse per la quarta volta. Ho pubblicato un nuovo libro, uscito a giugno nel 2022 (a 22 anni dal primo!) nella collana di Passigli fondata da Mario Luzi. http://www.passiglieditori.it/il-paradiso-allombra-delle-spade. Mi fa piacere, perché Luzi – il candidato italiano al Nobel proposto dall’Accademia dei Lincei per anni – lo frequentai a Firenze, nella sua casa “spartana” e piena di libri sparsi. Io studiavo e abitavo a Bologna (poco distante dalle Due Torri, dunque in pieno centro), ma passavo lunghi soggiorni nella villa sui colli di una mia fidanzata fiorentina, figlia di un architetto persiano. Lei mi portava in macchina a casa del maestro, e mi veniva a prendere puntuale dopo un’ora e mezza; di solito gli incontri duravano quel tempo lì: nella prima ora, io e lui parlavamo dei “massimi sistemi” e di temi legati alla sua poesia, nell’ultima mezz’ora, Luzi leggeva i testi miei che gli portavo, e mi dava  pareri e consigli. Il “format” era sempre quello. Solo l’ultimo incontro durò due ore (ma non sapevo che sarebbe stato tale per questioni mie private): pioveva a dirotto, dovevo fare delle fotocopie e Luzi mi prestò un suo ombrello gigante che gli avevano regalato, ma che non aveva mai usato. Aveva anche un sorrisetto, vedendomi uscire con quell’ombrello-paracadute imbarazzante (ma comodo). Poi tornai, e lui pareva incuriosito da una lampadina che si era accesa, fatto anomalo perché era sempre spenta (forse aveva dimenticato di cambiarla). La luce, nella poesia di Luzi (specie nelle sue ultime stagioni), ha sempre avuto una sua importanza, anche metafisica. Per questo, tra i miei testi che leggerete sotto, ne ho scelti due, diciamo così, in tema. Continua a leggere

La parola ai poeti. Fabrizio Miliucci

Provando senza successo a scrivere qualche pagina di “poetica” su invito di Fabrizio Centofanti, mi sono imbattuto in un file audio di cui non conservavo nessuna memoria, registrato dopo aver licenziato il mio secondo libro (Saggio sulla paura, 2022) a dodici anni dalla prima prova (Nuove poesie, 2010). Ne trascrivo il testo.

Mi decido a parlare dentro questa macchina perché non ho voglia di scrivere – e in un certo senso ho paura di scrivere – su quello che riguarda il mio rapporto con la poesia, o meglio su quello che io ho riversato nella poesia in questa prima parte di vita e intorno a quanto me ne rimane al giorno d’oggi, rispetto alle idee e al senso che alla parola poesia avevo dato in anni precedenti.

?Faccio questo licenziando un secondo libro che ho messo insieme, malgrado anni di profondissima sfiducia nei confronti della poesia, nei quali ho cercato di abbandonarla, riducendola a zero per lunghi periodi, cercando di sfibrarla e di fare in modo che non esistesse più, perché ero arrivato a odiare l’idea di poesia che era cresciuta in me, fino alla pubblicazione del primo libro. La questione è molto difficile perché non si tratta solo della poesia ma del rapporto che ho avuto con me stesso, dato che per un periodo l’identificazione con questo valore esistenziale-emotivo era stato portante. Continua a leggere