Negli anni tante cose che ho detto e pensato han subito piccole e grandi modifiche, precisazioni. Alcune verità, presunte tali, sono state sbugiardate. D’altronde, fossi rimasto sempre lo stesso di anni fa, non sarei un granché. Così, nella fattispecie della poesia, ora l’ho rincorsa, ora allontanata, ora blandita, ora snobbata. Come un ragazzo innamorato, che nega, e si smentisce, si contraddice, esce con un’altra, si dichiara con tanto di serenata. Se mi pento di questa altalena? No, era apprendistato. E poi, a bene vedere, anche lei ha fatto così con me. Al punto che c’è da auspicare che nei prossimi anni la convivenza sia più armoniosa, dopo tante lotte. Due punti fermi, però, ci sono stati: il piacere, enorme, di scriverla, di misurarmici, nel momento in cui ne avevo intenzione e voglia. Un piacere fuor di misura, trovare le parole giuste, l’immagine più vera del vero, come si dice. E poi, seconda cosa, il desiderio – costante, ma espresso in termini via via leggermente differenti – di scrivere facendo capire quanto scrivo, in modo che qualcuno ci si possa divertire o altro. Continua a leggere
Talenti sprecati
La lettura del Vangelo richiede di non indulgere a scorciatoie che rischiano di togliere mordente alla parola di Gesù. Prendiamo in esame, per esempio, la parabola dei talenti (Mt 25, 14-30).
Come mai il Padrone (Dio) dà più a uno e meno a un altro (talenti, capacità)? Continua a leggere
La parola ai poeti. Matteo Galluzzo
Scrivo queste righe in una giornata di fine settembre, mentre l’estate scivola via dalle cose e dal mio corpo e la luce incupisce a poco a poco. Giorni in cui non fa più caldo e non è ancora freddo. Una dimensione liminale, di confine. Uno stare sulla soglia.
Non si può attraversare la soglia semplicemente lasciandosi scivolare da un punto all’altro, ci ricorda Perec, serve una parola magica. Mi chiedo quale possa essere questa parola; questa formula che apre un passaggio o un varco verso non si sa dove.
Ma è la parola per prima a dover attraversare una pluralità di soglie. La soglia come confine, anzitutto, linea oltre cui c’è la condizione dello straniero, dello spatriato. Abitare la propria lingua come una lingua straniera. Per non avere più una lingua madre. Lasciare che le parole, anche le più consuete, brillino sotto una luce diversa. Straniare il linguaggio. Continua a leggere
Luigi Maria Corsanico legge i lirici greci II
Un’altra storia

Piacere a Gesù: cose d’altri tempi? C’è un devozionismo che non giova alla vita di fede. Piacere a Gesù equivale a piacere alla parte più profonda di se stessi, alla propria vera identità. Vivere in linea con le motivazioni autentiche, scritte da sempre, per giungere alla meta. Insomma, tutta un’altra storia.
La parola ai poeti. Elisa des Dorides

Mi hanno chiesto di scrivere qualcosa sulla mia poesia ed io ci provo, lo prendo come esercizio di messa a luce di un mondo che mi appartiene ma non troppo.
Sì perchè la poesia non è mai solo di chi la scrive.
Iniziando l’articolo mi è venuta voglia di chiedere protezione a penne che amo come quella di Nella Nobili, l’operaia che della sua povertà ha fatto tenerezza di sostantivi e morbide immagini luminose; avrei desiderio di scomodare anche la timidezza, l’ironia e il tormento di Leopardi dilaganti nella sua lingua che immagina e illude; vorrei spostarmi tra le aporie di Remo Pagnanelli con tutti i suoi inni e le fughe impossibili; sentirei il bisogno di sbilanciarmi ed essere contaminata dalle sperimentazioni di linguaggio di Patrizia Vicinelli.
La lista potrebbe continuare ancora e ancora.
Procedere per citazioni di altri, però, non aiuta davvero a formulare una propria verità ed è tempo di affermarci come individui, autorizzandoci ad essere ciò che siamo. E allora, ecco, con la poesia il mio ‘io’ abbraccia il ‘noi’: questo poiesis che ci chiede la fame e non ci sfama, perchè è con il languore che ci allunghiamo sui giorni. Continua a leggere
In memoriam Charlotte Salomon (1917-1943)
per Charlotte Salomon (1917-1943)
the smallest color of the smallest day
Delmore Schwartz
Chi sono? Chi ero e chi sarei diventata?
La mia fiaba finisce qui. Attendo vita e
morte che forse sono la stessa cosa e
forse no. Questo è stato il mio tempo,
l’unico, il migliore di tutti. Vi lascio la
mia storia, ora attendo le vostre
Ottant’anni fa, il 10.10. 1943, la pittrice Charlotte Salomon, incinta di
alcuni mesi, fu uccisa ad Auschwitz. Aveva 26 anni.
Imitazioni
La parola ai poeti. Sergio Pasquandrea
Partiamo da tre considerazioni.
Primo: non scrivo da mesi, forse anni. O meglio, non è vero: è vero invece che da mesi, forse anni, non scrivo qualcosa che mi soddisfi del tutto, che io consideri pubblicabile. Se devo essere preciso, tutto ciò che ho pubblicato sinora è stato scritto in un arco di tempo abbastanza limitato, più o meno fra il 2010 e il 2018: sette o otto anni di produzione intensa e bruciante. Prima, ciò che scrivevo era troppo ingenuo, immaturo, derivativo; poi, è subentrato questo blocco, questo filtro di cui non ho ancora compreso del tutto la ragione. Sta di fatto che, mentre prima mi veniva da mettere in versi più o meno qualunque cosa vivessi, ora riesco a farlo solo in rare occasioni; la maggior parte delle volte, dopo aver scritto, butto via tutto. Continua a leggere
Domenico Pelini legge Qohélet
Una finestra sulla vita
La parola ai poeti. Fabrizio Bajec
di Fabrizio Bajec
Invitato gentilmente a testimoniare per la rubrica “La parola ai poeti”, ho ritenuto più attuale e conforme a un certo modo di essere non parlare della mia produzione passata e presente, ma piuttosto interrogare la poesia di un altro, attraverso lo spettro di una via spirituale, lo zen, sperando di non uscire troppo dallo spirito del blog. Mi avvolgo per questo dell’esperienza maturata in una quindicina d’anni di pratica buddista.
“Durante tutta la tua vita
non puoi essere sicuro
di vivere abbastanza a lungo
per prendere un altro respiro”.
Houang-po
È incollata da qualche anno alla parete destra del mio gabinetto, la poesia-meditazione che mi piacerebbe commentare brevemente, come se si trattasse di un Sutra[1] da recitare per una cerimonia serale, prima di andare a coricarsi. Continua a leggere
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
[Mt 21,33-43]
Forse è nella natura umana la ricerca di acquisizioni tacitanti la coscienza. Tendiamo naturalmente a stabilire delle ordinate sistematizzazioni in cui incasellare l’esistente e i significati che dell’esistente indicano il senso.
Altrettanto naturalmente, tutto ciò che non rientra ( cioè, che non facciamo rientrare) nelle nostre sistematizzazioni viene tenuto fuori, viene scartato, perché inutile, ingombrante o, peggio, pericoloso per la tenuta dell’intero sistema. Continua a leggere
“Cuore” raccontato da Paolo Poli e Umberto Eco (da Babau, 1970) & Walt Disney secondo Umberto Eco e Gianni Rodari (1965) [Interzona]
La parola ai poeti. Luisa Pianzola
Scrivo poesia dai 18 anni (prima disegnavo, ho disegnato e dipinto per un bel po’). La pubblico più o meno dal 1990. Ovvio che, a 63 anni, non creda più nella poesia. Quando vedo, sui supplementi dei quotidiani, le pagine dedicate ai poeti – quelli vivi, i morti sono quasi sempre più interessanti e dignitosi, se non altro perché non si autopromuovono sui blog come linee di integratori –, solitamente passo oltre. Sulla rete, un filo di interesse in più (anche se leggere un testo poetico online è come avere un rapporto sessuale con il cronometro). Come dicevano i fratelli Coen? Non è un paese per vecchi. Ecco, non mi sembra, questo (questa cosa che se non decidi di isolarti senza connessioni sul monte Ararat ti profila e martella di informazioni per il 99 per cento inutili), un mondo per poeti. Un mondo fatto per riflettere su cose poco gratificanti come la poesia.
Comunque, ovviamente, continuo a scrivere. O, quantomeno, a tenere la poesia nella mia testa. Anche se di rado si traduce in parole scritte. I pensieri poetici vengono di notte, in quella specie di vita-coscienza parallela. Non so quando e come, dovrà uscirne un nuovo libro.
Inediti Continua a leggere
Blaise Pascal, Pensieri, 86.
20 righe (per niente) facili di Pasquale Vitagliano

Si è affermata negli anni, ed è ormai riconoscibile, una linea poetica che fa risuonare una nuova e consapevole identità femminile attraverso la parola erotica. La raccolta Subbuglio (i Quaderni del Bardo) di Alessandra Peluso, recuperati dal 2020 proprio per questo, è esemplare di questa espressività. Donna/ beata solitudine/ dell’inquietudine// nessun uomo mai/ migliorarla saprà/ solo di escrementi la copre// mentre lei femminea/ scopre la linea della Verità/pavoneggiandosi saffica. Davvero, niente di confrontabile con poetiche che, pur trovando apprezzamenti, rischiano di portare, alla maniera di Marziale (appunto, non c’è stato già lui?), l’erotismo al livello della parafilia.
La parola ai poeti. Luca Campana
Voglio provare a suggerire attraverso una storia cosa significa per me questa parola, “poesia”. Nella storia c’è un bosco, e dentro il bosco un corpo forte e veloce che ne insegue un altro, più debole e lento, in fuga disperata e senza direzione. In breve il corpo debole e lento sente che l’altro gli è vicino, anzi gli è sopra, lo ha raggiunto, lo afferra. Ecco allora che in lui, nelle sue viscere, dal fondo di quel suo sentirsi soggiogato, affiora una voce, un’ultima parola, un grido scagliato contro l’ineluttabile soccombere; è allora che il corpo cambia forma, mette radici nella terra, le costole e i polmoni si aprono, il petto lascia spazio a un tronco che si staglia verticale, le braccia a rami, foglie, fiori. In questo nuovo perimetro di terra e aria, di radici e foglie e libertà rivendicata, c’è qualcosa che ha a che fare con l’essenza della poesia, qualcosa che ritrovo in ogni poeta in cui mi imbatto attraversando il mio bosco: soprattutto ha a che fare con ciò che chiamo ispirazione, la possibilità di trasformare il corpo della lingua, di saldarlo alla terra e all’aria che gli stanno intorno, di liberarlo. Tutto questo è paradossale e insieme magico, in fondo è un mistero, ma è una storia che in maniera implicita si ripete nelle pagine di tutti i poeti, radici libertarie, fatte di fiato. Nel mio caso specifico la profondità in cui trovo radicamento è connessa agli affetti, ai libri che amo, agli studenti che incontro, al paesaggio dei monti Sibillini, al nodo inestricabile di luoghi e lingua che è l’infanzia. Ma quella forza insondabile che ispira obbedisce a leggi tutte sue, e spesso ti attraversa in situazioni che mai avresti detto fertili, in cui però finisci per riconoscerti, proprio grazie alla parola, quando senti che lì, in quella sequenza di sillabe, c’è qualcosa che tiene, un terreno “ospitale”. Continua a leggere
Paolo Rossini legge Pablo Neruda. 18
Poetry Therapy, di Dome Bulfaro
Cosa fa il poetaterapeuta?
A un anno di pandemia e dopo un anno di rivista gli interrogativi si sono moltiplicati e amplificati anziché diradarsi. E anche le domande “Chi è il poetateraputa?” dello scorso numero di ottobre e “Cosa fa il poetateraputa?” che apre questo numero, prendono un significato e un sapore radicalmente diversi.
Cosa stai facendo della tua vita?
Deve essere qualcuno ad illuminarti la strada o devi essere tu la tua lanterna?
Sentiamo in noi stessi e nella società l’urgenza del cambiamento?
Queste tre domande di Krishnamurti sono quelle che in questo anno di pandemia continuano come un’eco a risuonarmi, imperative, nei condotti e nei cunicoli del corpo. Sono tre fra le domande più stringenti di questo filosofo apolide di etnia indiana, da porsi affinché ognuno di noi non abbia più paura e non fugga da se stesso. Il pensiero di Krishnamurti, infatti, ha indicato nel qui e ora, in qualsiasi tempo e luogo, un radicale cambiamento individuale e sociale che, già dagli anni sessanta del secolo scorso, ha preso a professare come non più procrastinabile e inderogabile anche solo per dirsi individui, ovvero persone non frammentate, condizione invece nella quale noi tutti esseri umani versiamo, oggi credo ancor più di allora. Continua a leggere













