Poetry Therapy, di Dome Bulfaro

Quale scuola vogliamo?

Dietro i tanti percorsi di poesiaterapia e non solo che sono raccolti in questo numero, ci sono volti e storie di bambini, adolescenti, adulti e anziani che, nelle scuole, nelle carceri, nelle corsie degli ospedali, hanno molto da raccontarci e insegnarci. Leggerli significa incontrarli e darsi l’occasione di arricchire di molto sia la nostra mescola di carne e spirito, sia questo nostro breve viaggio che chiamiamo vita. Una vita-Itaca che, come dice Kavafis, al di là di come si presenta, vale sempre tanto visto che ci “ha dato il bel viaggio”.

Con il gessetto traccio una linea azzurra sull’asfalto e la percorro come se camminassi su un declivio. Alla mia destra c’è la valle coltivata del mondo pre covid e alla mia sinistra c’è la valle ancora tutta da coltivare del mondo post covid. La valle del pre covid è verdeggiante solo in alcuni, isolati, tratti. Si presenta come una terra contrastante, a tratti brulla e grigia, con diverse zone depresse; zone che il covid non ha fatto altro che allargare a macchia d’olio. Continua a leggere

La parola ai poeti. Gregorio Tenti


La definizione più interessante di poesia l’ho sentita da
Francesco Muzzioli [01:10:00], ed è: “Poesia: plaf” (la poesia come morale è tutto ciò che si deve evitare in prima istanza). 

Per un certo periodo sono stato convinto che una buona definizione di poesia potesse basarsi sull’ecceità linguistica e testuale. In questo senso poesia sarebbe una modalità dell’ostensione del “questo”, gesto deittico che al quesito del lettore (“Cosa mi vuoi dire?”) risponde tautologicamente con la sua stessa presenza. Ora mi sembra che questa soluzione sia poco più che un adagio anti-idealistico, un dispettuccio a Hegel brandito un po’ da chiunque. Continua a leggere

L’altra riva


Siamo nel cuore di Gesù: accorgersene è cominciare a vivere. È Lui l’evento che interrompe l’eterno ritorno, i corsi e ricorsi della storia, la catena di cause ed effetti che non porta a nulla di buono. Ripartire da qui vuol dire riscoprire quella che Lui chiama l’altra riva.

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La parola ai poeti. Valentina Calista

Avvicinarsi alla poesia è stata una salvezza arrivata molto presto nella mia vita e grazie ad una figura che rimarrà, per me, sempre il suo simbolo: la poetessa Paola Malavasi, prematuramente scomparsa, nonché mia insegnante di Letteratura Italiana durante gli anni del liceo. Con i miei quaranta anni di oggi, posso affermare che la poesia è entrata definitivamente in forma scritta nella mia vita nel periodo dell’adolescenza. La poesia e la musica mi hanno salvata. Avevo quindici anni e frequentavo la terza superiore e Paola Malavasi (Viterbo 1965 – Venezia 2005) fece una cosa che tutti gli insegnanti dovrebbero fare: credette in me e mi diede la chiave di accesso al mondo della poesia. Conobbi Paola in III liceo, quando avevo 15 anni. Fu la mia “poetessa guida”, come amo definirla. La nostra amicizia scavalcò le aule del liceo. Mentre preparavo il mio primo esame di letteratura italiana all’Università, l’andai a trovare per un consiglio. Stava facendo il pane per il figlio. Un giorno, tra le barriere dei libri nel suo studio pieno di carte scoprii alcune sue poesie pubblicate nelle edizioni Pulcino Elefante dai titoli Dolce (1999) e Paese Passato (2000). Mi sembrarono un piccolo miracolo. Mi introdusse alla lettura di Alda Merini, un giorno, sulla porta, mentre me ne stavo andando per tornare a casa. Continua a leggere

Frammenti di Cinema # 69

 

Accanto al cinema trash c’è il cinema folle. Il capolavoro del genere è Hellzapoppin’ (1941), diretto da H. C. Potter. La sua stravaganza è esplicita, persino dichiarata dalla coppia di protagonisti Ole Olsen e Chic Johnson, i quali ammettono che il pubblico farà fatica a definire film quello che stanno vedendo.  L’ambientazione è teatrale, infatti, si ispirava una omonima rivista di successo in quegli anni a Broadway. Folle ma con un tono tutt’altro che comico, anzi gotico e cupo, è Freaks diretto da Tod Browning nel 1932, dedicato ai fenomeni da barraccone e ai freak-shows. È curioso che entrambi furono riscoperti dal magnifico Fuori Orario televisivo di Enrico Ghezzi. Bizzarro e surreale già nel titolo è Animal Crackers – biscotti a forma di animale (?) di Victor Heerman con i fratelli Marx, geni del nonsense. Ma qui rientriamo nel canone più tradizionale, anche se la comicità linguistica e demenziale è irraggiungibile. Continua a leggere

Incontri XXV

The song

di Stefanie Golisch (Germania, 1961)

C’è un cane davanti alla porta d’ingresso,
ma nessuno ricorda il suo nome, questa è
casa tua, un’altra non c’è, e nemmeno un
altro cane, ti ripeti quello che dicono tutti:
non ci si può fidare di nessuno, ma il cane
si fida di te

Da: Sacro minore

di Franco Arminio (Italia, 1960)

Sacro se ti metti in ginocchio
anche se non credi a niente.

Il quadro è di Janet Sobel

La parola ai poeti. Simone Migliazza

Senza che la loro presenza assicuri una perfetta riuscita, mi sembra che tre siano gli elementi necessari a fare poesia: esistenza, verità e lingua. 

Esistenza come campo d’indagine, verità come prospettiva e lingua, che è la poesia stessa, la sua essenza profonda. 

Quanto sappiamo della realtà lo sappiamo per esperienza diretta: nessuna conoscenza si dà fuori da ciò che ci ha intimamente toccato. Questo, per un poeta significa non poter scrivere che attraverso ciò che vive o ha vissuto avendo modo, solo attraverso l’effettivamente esperito, di poter entrare in contatto con una dimensione sovrapersonale, sebbene parziale. Ogni volta che si decidesse di bypassare il vissuto per entrare in relazione con un preteso universale (l’Esistenza, quella con la “e” maiuscola) l’operazione sfocerebbe necessariamente nel kitsch, nell’inautentico: scrivere una poesia sull’amore, sulla vita o “su” qualsiasi altra cosa, questo sarebbe assai inautentico. Allo stesso modo, ritenere ciò che si sente, si vive o ci accade l’oggetto della poesia equivarrebbe a relegare quest’ultima a cronaca del privato o diario intimo, fatto, quest’ultimo, da cui non sfugge buona parte del sottobosco poetico attuale.  Continua a leggere

Una domanda


Gesù chiede attenzioni, ma noi non lo vediamo. È come se l’amore fosse più importante quanto meno è visibile. È come se gli occhi fossero dentro, e dovessimo deciderci ad aprirli. È come se una domanda si facesse largo, si proponesse con urgenza: io, chi sono?

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Meditazioni catalane su tempi e modi del divenire

di Riccardo Ferrazzi

Chissà perché non mancano mai i politicanti interessati a fomentare discordie in nome delle “piccole patrie”, anche se poi, quando conquistano un po’ di potere, tutti i cambiamenti si riducono a faccende puramente nominali, come i cartelli stradali nella lingua del posto.  

Tanto tempo fa, tornando in Spagna dopo una lunga assenza, rimasi disorientato dai nuovi cartelli indicatori. In autostrada ogni tanto vedevo apparire un cartello che indicava la distanza da una sconosciuta Lleyda. Che fosse il nome catalano di Lerida? Saperlo sarebbe stato utile. Per quel che ricordavo, Lerida doveva essere più o meno da quelle parti, ma non ce n’era traccia: Lleyda rimase Lleyda anche quando passai davanti allo svincolo di uscita. Avevo forse imboccato un’autostrada nuova, che andava in tutt’altra direzione? Solo quando cominciarono ad apparire i cartelli che indicavano la distanza da Saragozza (che, non essendo catalana, continuava a chiamarsi Zaragoza) mi tranquillizzai: ero sulla strada giusta.  Continua a leggere

Sohrab Sepehri, “Un’oasi nell’attimo”

di Luca Pizzolitto

da Sohrab Sepehri, “Un’oasi nell’attimo” (Jouvence 2022, traduzione a cura di Faezeh Mardani e Francesco Occhetto)

(…) Così che il lettore scopre in lui la potenza circolare del sapere poetico e mitico che affratella i popoli piuttosto che separarli come fanno l’economia, la politica, e spesso anche le religioni quando diventano istituzioni e dogmi. Sepehri sa fondere il livello mistico e spirituale della sua esperienza con quello quotidiano: ed eccolo che si siede “sul bordo della vasca in cortile:/ pesciolini, luce, io, fiore, acqua”. Sembra che parli di un riflesso, forse parla proprio di questo, ma di un riflesso che ai suoi occhi è grappolo puro di vita. (…)
(dalla postfazione di Giuseppe Conte) Continua a leggere

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro


La Festa

[Is. 25,6-10a; Mt. 22,1-14]

Ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto, finché non trovi in te il suo riposo”

Così, s. Agostino.

Che altro è l’invito alla festa di nozze, se non questa inquietudine da cui siamo abitati?

Ad ognuno è rivolto l’invito. Ognuno lo percepisce e lo intuisce. Non c’è data, non c’è ora, ma l’invito alla festa è talmente  presente che anima, in un modo o nell’altro, tutto lo svolgersi di una vita.

La consapevolezza di questo invito, poi, accende il desiderio. Qui è il discrimine di un’esistenza: acconsentire a questo desiderio o farlo tacere. Accettare l’invito o respingerlo, o far finta di nulla. Continua a leggere

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La parola ai poeti. Biagio Accardo

La mia fede nella poesia

Credo nella poesia, nella sua forza mite, nella sua capacità di  ridestare in noi il senso di un’origine, un senso che le logiche spersonalizzanti del mondo sembrano voler eclissare dal nostro orizzonte. Credo nella sua forza di vigilanza, quasi di profezia, nel suo sguardo che tutto riflette, senza che nulla riesca veramente a definirla o ingabbiarla in pretese concettuali; credo nella poesia perché credere in essa significa coltivare la prospettiva della speranza e della continua rinascita interiore. 

Senza la poesia avrei ceduto al mondo, avrei accettato che gli eventi scrivessero il resoconto, in vero deludente, del mio esistere; grazie alla poesia invece mi è stato possibile vivere un continuo cominciamento, considerando il tempo, le persone, gli accadimenti come un dono sempre inedito e salvifico.

Credo nella poesia e nella sua opera ricostruttiva, e dunque credo nella sua parola come unica realtà in grado di ricucire dimensione esterna e interna dell’uomo; le do fiducia perché è grazie a lei che ognuno conserva la memoria fondamentale del proprio essere, che è quella di essere e rimanere “umani”. Continua a leggere

Antonio Ghirelli intervista Luigi Pintor su satira e informazione (1977) [Interzona]

[Cari lettori di LPLS, vi informiamo con dispiacere che dovremo interrompere temporaneamente la nostra rubrica. Al momento, non possiamo stabilire con certezza quando riprenderà, ma stiamo lavorando per tornare presto con contenuti nuovi. Vi ringraziamo per la vostra pazienza e fedeltà. (f.s.)]

Qui altro materiale video di letteratura

La parola ai poeti. Rita Greco

Il mio primo incontro con la poesia è avvenuto a otto anni. Scrissi una filastrocca che parlava di asce e di infelicità. Oggi, da adulta, il contenuto di quei versi mi colpisce perché mi sembra indicare che molto presto ho avvertito la scossa interna dell’inquietudine e che molto presto ho scoperto nella scrittura un rimedio efficace per placarla. 

Nel periodo dell’adolescenza mi sono imbattuta, quasi per caso, in alcune voci maestre della poesia: Octavio Paz, Anna Achmatova, Konstantinos Kavafis. Fu una vera e propria folgorazione. Ero incantata da questo linguaggio alato, musicale, così diverso dal quotidiano, porta schiusa alle visioni, che non comprendevo pienamente, ma che sentivo di voler esplorare. Da allora, la poesia è diventata una presenza costante nella mia vita e l’ha alleggerita, migliorata. Come molti adolescenti, mi sentivo in prigione: la poesia mi permetteva di evadere da quella prigione, mi autorizzava a esercitare il mio sacrosanto diritto alla libertà. Continua a leggere

Il bene


Anche Gesù avrà avuto dei momenti difficili: era assediato dalla folla, che lo pressava con ogni tipo di richieste. Sarà stato sempre al massimo della cordialità e della gioia? Tanto più comprende noi, povera gente che non può che arrangiarsi il bene.

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