Paolo Codazzi, Lo Specchio Armeno

di Riccardo Ferrazzi

Un romanzo che andrebbe prescritto a tutte le “scuole di scrittura” perché, diciamo la verità: non se ne può più della mania per la “paratassi”. Dopo aver sterminato gli avverbi, decimato gli aggettivi e abolito gli incisi, i romanzi sono composti ormai soltanto da frasi scheletriche, con soggetto, verbo e rarissimi complementi, dopodiché ci affretta a fare punto. Possibilmente a capo. Come nel gioco del calcio, dove gli allenatori hanno proibito il dribbling e guai a chi si permette di “andare all’uno contro uno”! 

Nel suo Specchio armeno Codazzi ci restituisce il piacere della retorica “asiana”, dei periodi simmetricamente costruiti, dove, intorno alla frase che dà il senso del discorso, si aggiungono le informazioni corollarie che i narratori “paratattici” (e gli sforbicianti editor) taglierebbero per principio. Eppure, quelle informazioni sono tutt’altro che inutili, anzi: inquadrano in modo coerente e articolato il mondo in cui si svolge la vicenda, allestiscono una Wunderkammer nella quale il lettore viene trasportato per vivere insieme ai personaggi. Non è proprio questo ciò che chiede il lettore? Ma, si obbietta, non siamo più abituati a questi periodi lunghi una pagina, dove si rischia di perdere il filo, di non capire più chi parla e a cosa si riferisce! Continua a leggere

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La Spagna in lettere, di Annelisa Addolorato. Fanny Rubio

di Annelisa Addolorato

“Sin tinta no hay vida” 

 

Ottobre porta con sé questo mio post sulla figura della scrittrice, poetessa e cattedratica di Letteratura spagnola, specializzata in letteratura contemporanea, Fanny Rubio. Nata a Linares (Jaén), in Andalusia, alla fine degli anni Quaranta, ha al suo attivo moltissime pubblicazioni sia letterarie sia accademiche e ha insegnato Letteratura spagnola nelle Università di Granada e Fes, poi soprattutto è stata Cattedratica presso la Universidad Complutense di Madrid. Molto presente anche in radio, televisioni, oltre che ovviamente in Università spagnole e internazionali, e in innumerevoli eventi, mediatici e non.

Mi voglio concentrare su tre sue pubblicazioni, emblematiche e significative per parlarne. Continua a leggere

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Maria Grazia Insinga, A sciame

Tra poesia e musica.

Non lo dirò con le parole

Maria Grazia Insinga

“A sciame, Arcipelago itaca Edizioni, 2023)

Nota di Maria Allo

Il percorso sperimentale, fin dai suoi primi lavori (Persica, Ophrys, Tirrenide, etc.), porta Maria Grazia Insinga, musicista e musicologa a cercare sonorità diverse e particolari in questa nuova opera. Alla base della essenza e della ricerca della “poesia” di Insinga interessa mescolare suoni che appartengono all’universo delle note da lei utilizzate come fonte timbrica da esplorare e adottare nella creazione artistica. L’autrice concentra dunque la sua ricerca in particolare sulla voce e studiandone a fondo le potenzialità espressive, utilizza le principali risorse della sperimentazione per modulare in musica il suo impegno. I suoi testi e i titoli delle sezioni infatti riflettono le complesse intenzioni compositive dell’autrice che adotta quelli che sono i suoi criteri personali e ciò implica la necessità dell’autrice di fornire alcuni chiarimenti così da consentire una lettura globale della sua scrittura che per le sue peculiarità, risulta di difficile traduzione (1). Strumenti musicali diversi suonano una nota di uguale altezza e intensità in questa nuova opera, “A sciame”, e riproducono un procedimento ritmico secondo cui il suono è emesso su un tempo debole e tace su quello forte (contrattempo). In quel suono enigma, “il non comprensibile dentro la ragione/non rende comprensibile niente e qui/si affermano minuscole lame di selce” (p.17), o “senza immersione non vieni alla luce” (p.23), si avvertono gli echi di una raffinatissima memoria letteraria e di una sensibilità linguistica, dal momento che implica la commistione di codici linguistici diversi e di un pensiero policentrico. “Starci dentro è stare sempre fuori” (p.20) e anticipa la resurrezione vocale dell’altra/nell’una: il suo gesto precede la musica” (p.20) testimoniano il desiderio dell’autrice di dare voce al silenzio: “Impara ad ascoltare il silenzio e scoprirai che è musica” esorta uno scrittore del Mali, perché ogni cosa attorno a noi cerca di comunicarci uno stato d’essere che misteriosamente arricchisce e preserva la creatività poetica della letteratura, sembra dirci Maria Grazia Insinga. Nel carattere polifonico del poemetto “A sciame”, il non detto può essere percepito e custodito nel respiro di quella “voce inumana (p.45), invisibile, fulminea, spesso oscura, (non spiegabile con parole comuni, ma interpretabile) che, nel suo svanire, rivela un senso nascosto più critico, acuto e incisivo della realtà.  Il leitmotiv di “A sciame” e di tutta la produzione di Insinga è in quel “dire”: “la parola che non dice dice” (p.52, sez. La testa che parla) o “senza immersione non vieni alla luce” (p.23) anche se “rientra nei difetti della vista/persino la luce” (p.24) o “è necessario mescolarsi:/solo ibridi e serenelle sopravvivranno” (sez. La stanza dell’acqua). Forse in questo apophainethai (mostrare) disvelare e dunque ritornare al nostro stesso dire implica la nostra capacità di ascolto “nella fessura fatta ad arte affinché/nessuno l’altra divina se ne accorga” (p.79) con l’auspicio dell’elaborazione di un nuovo linguaggio capace di rappresentare la nuova realtà, estremamente complessa e indecifrabile. In questa prospettiva, da questo poema sinfonico che va pertanto tracannato tutto d’un sorso, come dice nella preziosa prefazione Giuseppe Martella, emerge un inedito sperimentalismo volto alla ricerca di nuove strutture espressive e alla scoperta di nuovi impasti stilistici aperti alle contaminazioni più ardite: “ai piedi del rogo accendo il pescheto” (p.80), non un atteggiamento di rinuncia alla comprensione e alla resa al labirinto. Non è forse questo il valore razionale e conoscitivo della letteratura, alla quale è affidato il compito di non accettare il labirinto della non “significazione”?

(1) https://www.theserendipityperiodical.it/2021/09/19/tirrenide-intervista-a-maria-grazia-insinga/

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La parola ai poeti. Francesca Del Moro

[foto di Daniele Ferroni]

Scrivere per sbendare la ferita

La poesia è una ferita individuale
che diventa musica collettiva.

Maria Grazia Calandrone

Sono “morta emotivamente e psichicamente”, per usare le parole della mia terapeuta, quando mio figlio si è suicidato tre anni e mezzo fa. Allora e per molti mesi a venire sono stata come altrove. Tutto ciò che era vitale per me non esisteva più, compresa la scrittura. Non riuscivo più a seguire un film, ad ascoltare musica, né tantomeno a leggere poesia o qualsiasi altra cosa. Potevo solo camminare e nuotare perché erano i modi in cui il corpo cercava di fuggire la violenza del pensiero. Il primo libro su cui sono riuscita di nuovo a concentrarmi è stato il volume dei Meridiani dedicato alle opere di Sylvia Plath, forse in virtù di un’affinità con il suo sentire e per una ricerca di solidità espressiva. A poco a poco ho ripreso a leggere con costanza, poi a scrivere versi e infine, passato quasi un anno, a partecipare a incontri di poesia.  Continua a leggere

Incontro XXVI

Giorno d’autunno

di Rainer Maria Rilke (1875-1926)

Signore: è tempo. Grande era l’estate.
Metti la tua ombra sulle meridiane,
e libera i venti sopra le pianure.

Dì agli ultimi frutti di maturare,
concedigli ancora due giorni di tepore,
affinché si possano compiere, e spremi
nel grave vino l’ultimo sapore.

Chi ora non ha casa, non l’avrà.
Chi ora è solo, lo rimarrà a lungo,
vegliando, leggendo, scrivendo lunghe lettere
e camminando irrequieto tra i viali
nel fluttuare delle foglie.

Giorno d’autunno 2023

di Stefanie Golisch (Germania, 1961)

L’estate non era più grande della primavera, non
più saporito delle mele Pink Lady che poco sanno
di mela. La stanza del poeta è vuota, sul tavolo ha
lasciato il libretto d’istruzione della caldaia con
l’augurio di riuscire a farla partire Continua a leggere

Quattro libri in commercio col divino

di Alberto Fraccacreta

Dietrich Bonhoeffer, Poesie (testo tedesco a fronte, introduzione e traduzione a cura di Alberto Melloni, Marietti)

Le liriche di Bonhoeffer, teologo evangelico ucciso nell’aprile 1945 per aver aderito al complotto contro Hitler, «sono accomunate – nota Melloni – dalla “scrittura notturna”, diversificate nel verso (ora libero, ora legato a un metro e alla rima), con echi a volta espliciti, ma spesso impliciti alla tradizione musicale tedesca, al patrimonio innologico luterano, non meno che al linguaggio biblico». Continua a leggere

Si spiega


Siamo qui per amare: ogni gesto che ha il coraggio di accogliere il progetto di Dio ha un valore inestimabile. Una parola di conforto, un’espressione autentica di tenerezza, un’attenzione inaspettata, sono la storia della terra che s’intreccia con quella del Cielo. In questa convergenza, tutto si spiega.

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Emiliano Cribari: Cronache dalle rovine

di Franca Alaimo

Pregare senza altare

La montagna, il bosco: figure entrate da sempre nel territorio dei simboli e, dal Novecento, in quello psicoanalitico: luoghi del distacco dalla comunità umana, della prossimità, la prima, al divino; dell’immersione nella primitiva felicità e integrità della Natura, il secondo.

Ascesa ed esplorazione del proprio io.

Emiliano Cribari pratica entrambe percorrendo la catena degli Appennini, spina dorsale della penisola italiana, disegnando una mappa insieme storica, botanica, zoologica, catturando epifanie di luce, voli, ombre misteriose, panorami suggestivi, intridendosi di profumi, di colori, di gioie tattili. Continua a leggere

La parola ai poeti. Eugenio Griffoni

“L’opinione comune che fugge l’ignoto / e non conosce di quanto si possa sopravanzare la profondità della luce / attraverso la disciplina del buio.”

Versi di Franco Ferrara, questi, che tuonano dai fondali del sogno. Un sogno (il mio) che attende assopito nell’incavo dell’ombra dove soffiano le grave, e la goccia, precipitando, rende forma all’ignoto riempiendone di vita l’implacabile silenzio.

E’ l’incontro con questo autore, per cui ringrazio il lavoro editoriale di Argolibri, a fecondare il mio presente di piccolo poeta alla ricerca di una verità ancora perlopiù ignota: ricerca a tratti spasmodica, strizzata nel sudore di corde nell’abisso, e a tratti nembosa, sperduta nell’olezzo di luoghi comuni, che ancora fa a pugni con un ego che mai davvero muore.

Credo che sulla superficie molto oramai, se non tutto, sia stato detto e ad essere sincero fatico a collocarmi nel baccanale di voci presente. Così mi sono rintanato ancora una volta nelle Terre della Notte (quanto avrei voluto chiaccherare con te, Giovanni Badino!) a seguire il richiamo fascinoso ed intraducibile della grotta. Continua a leggere

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro


L’Immagine

[Is. 45,1.4-6; Mt. 22 15-21]

 E’ tutta in un verbo, la possibilità interpretativa di questo passo del vangelo di Matteo.

Il verbo di cui parliamo è apodìdomi (rendere, restituire) del verso 21.

Non si tratta di pagare o, anche semplicemente, di dare qualcosa a qualcuno. Si tratta di restituire. Si restituisce ciò che non è di proprietà di chi dispone di un bene, ma che appartiene ad un altro, il legittimo proprietario, a cui il bene va restituito. Continua a leggere

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La parola ai poeti. Luca Bresciani

Scrivo in versi da venti anni e ho pubblicato sei libri di poesia, troppi. In Italia si produce un numero spropositato di libri perché quasi nessuno confessa, per profitto o ipocrisia, che quello che scrivi non vale assolutamente niente. Per molti anni ho utilizzato la poesia come esercizio intellettuale per dare voce alle mie frustrazioni e per lungo tempo mi sono considerato un essere umano dotato di una sensibilità superiore, un uomo migliore degli altri. Finalmente rileggendo le mie opere, un giorno mi sono ritrovato ridicolo e inutile, soffocato da tutto quel personalismo e da quella visione claustrofobica che traeva nutrimento dalle mie misere vicende di giovane uomo arrabbiato con il mondo. Infatti in quel periodo ho incominciato a realizzare che la poesia non poteva limitarsi a un’analisi sterile delle proprie disgrazie ma che poteva e doveva diventare un luogo d’incontro dove svestire i propri egoismi alla ricerca di una giustizia che potesse risuonare in tutti gli esseri viventi. Così ho deciso di continuare a scrivere solo con l’impegno e l’obbligo di non usare più la parola io e ho avuto enormi difficoltà a portare a termine un testo perché da troppi anni cercavo la poesia non più lontano della distanza tra il mio corpo e la mia ombra. Chi davvero insegue una nuova strada con impegno e sincerità viene sempre accolto dalla provvidenza e in quel periodo di sperimentazione mi è giunto in lettura il libro “Sulla poesia” di Giorgio Caproni che è per me l’opera di riferimento a cui devo tutto il mio scrivere attuale. Continua a leggere

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Sorprese


Il Cristo è gioia: è questa la sorpresa del Vangelo, la perla preziosa, il tesoro nascosto nel campo. In mezzo alle sofferenze della vita, di fronte alla paura della morte, brilla un’inattesa novità: Gesù è gioia, contro tutti i pronostici e tutti i pessimismi.

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Fare un passo (e cambiare l’alfabeto)

di Raffaela Fazio

 

  1. Il passo in avanti: per superare la delusione

 

A ben riflettere, la persona, la cosa che ci delude non è responsabile del sentimento che noi proviamo. Il sentimento è “nostro”.

Quando ci rendiamo conto di questo, ecco allora che spesso ci sentiamo in colpa. In colpa perché non abbiamo guardato con sufficiente attenzione chi/cosa ci stava davanti, perché abbiamo visto ciò che volevamo vedere, perché, insomma, non siamo stati in grado di valutare in modo obiettivo la situazione senza lasciarci influenzare dai nostri desideri. 

Certo, uno sguardo lucido aiuta. In qualsiasi rapporto, sarebbe bene non percepire l’altro come azionato da meccanismi interni uguali ai nostri e sarebbe sano non pensare che tali meccanismi trovino un unico canale di espressione. Ma, anche se ci sforziamo di ripulire il nostro sguardo, rimane il fatto che siamo esseri complessi, animati da aspettative.  Continua a leggere

La parola ai poeti. Raffaele Floris


“Non ci deve essere una parola inutile: tutto deve dire qualche cosa […]”. Così scriveva Giuseppe Verdi a Francesco Maria Piave mentre il libretto del
Macbeth stava cominciando a prender forma.

Così anche a me piacerebbe scrivere: nessun aggettivo superfluo, nessuna espressione arcaica o ridondante, ma – di converso – nessun cedimento alle mode o alle correnti. A me piace utilizzare il verso tradizionale (endecasillabi, settenari…) perché non riesco davvero a scrivere in assenza di un ritmo, e non mi sento di dover recitare il mea culpa per questo. Continua a leggere

Limiti


Ci sentiamo così poveri e fragili, ma Gesù ci accoglie come siamo: consegniamogli tutto nelle mani, perché la Sua benedizione ci trasformi. È il vantaggio di un Dio che non ha limiti, e dai limiti libera noi umani.

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