Incontri XXVII

La povertà del santo

di Peter Huchel (Germania, 1903-1981)

Chiunque tu sia,
sacre ossa,
mascella spalancata,
cinto da filo dorato
sotto le arcuate costole
ardeva un cuore,

Quando il gelo
solleva le pietre
l’assenza di pietà
dice l’elogio del creato.

In muta attesa

di David Maria Turoldo (Italia 1916-1992)

Parole, e segni, e immagini,
ringhiere alle nostre solitudini:

maschere di depistaggio
dalla strada verso il nudo
Essere:

certo, neppure da nominarsi,
appena da invocare
in silenzio:

là tu permani
oltre lo stesso Dio:

e io di qua
in muta attesa
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Da morti


Vedere Gesù in tutto: sarebbe questo il criterio dei criteri, lo sguardo d’aquila che salverebbe dalla perenne cecità del nostro cuore. Tutto è stato fatto per mezzo di Lui: è difficile capirlo? Eppure è questo che, da morti, ci trasforma in vivi.

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Mario De Santis, Corpi solubili

di Andrea Temporelli

Mario De Santis, Corpi solubili, PordenoneLegge-Samuele editore, 2023

I versi di Mario De Santis, cronache da un desolato occidente votato alla consunzione, esistono mentre si negano nella loro natura poetica: evitano ogni eccesso, in obbedienza al clima (parola chiave) della nostra epoca. La poesia lancia gli ultimi barbagli luminosi mentre si scioglie nella prosa. Continua a leggere

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro


Festa di Tutti i Santi 

Che cosa resta? Che resta dopo che ogni cosa sia passata? Che resta delle nostre vite? Gli affetti, le conquiste, i fallimenti?

 Ho sentito spesso, in questi giorni, parlare di crollo delle certezze. L’esperienza della guerra porta subito a questa sensazione di non avere più certezze. È un’esperienza destabilizzante. È uno spiazzamento. Più ci affanniamo ad abbarbicarci a scogli sicuri, più la presa diventa viscida e incerta. Più cerchiamo porti riparati, più la forza delle onde è invadente e distruttiva. Continua a leggere

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La parola ai poeti. Gino Scartaghiande

Gregory Corso, spirito e materia di un contadino del Sud

(da Percy Bysshe Shelley ad Amelia Rosselli)

“La letteratura è il più complesso dei mali: non c’è cura che valga per lei”

(Silvio D’Arzo, Prefazione a nostro lunedì)

 

Poco c’è voluto, dopo la diaspora dei popoli provocata dalla cosiddetta annessione del Regno delle due Sicilie, che Gregory Corso, ridiscendendo egli dall’Alto Materano (1), e precisamente da Miglionico, la madre, e dalla Calabria, il padre, si trovasse a nascere a New York, dove trascorrerà lunghi periodi dell’infanzia e dell’adolescenza tra orfanotrofi, istituti di rieducazione, e carceri minorili. Ma è proprio in uno di questi istituti che viene a contatto, in modo quasi provvidenziale, coi grandi classici di tutti i tempi, antichi e moderni, che gli fanno scoprire la propria vocazione poetica. E soprattutto con Shelley, quasi un suo alter ego, a cui Gregory Corso legherà la propria poesia per tutta la vita, in una risoluta scelta di fedeltà alla parola poetica in quanto bellezza e verità. Continua a leggere

Remo Pagnanelli

Continuum

Quando il cerchio si stringerà
canticchiando la solita solfa ne varietur,
il continuum inammissibile dell’opacità,
tu morte impertinente, salvifico aroma
spiccami dall’agenda e saltando qualche
orario accelera.

(1976)

Da Le poesie, il lavoro editoriale, Ancona 2000 , p. 56 [Epigrammi dell’inconsistenza]

La parola ai poeti. Maria Allo

 “…Cercavo l’infinito: trovavo la pietra di topazio di tra i graniti del Tibet”, dice Amelia Rosselli, dove topazein significa “cercare di trovare”, inteso come scoperta di qualcosa di unico che meriti, per poco che sia, di essere detto in tutta libertà senza pretendere di capire o rivelare. Poesia per me, è custode dell’inespresso e come dico spesso, un venire a patti con il silenzio senza perdere le parole che lo evocano. È disposizione all’ascolto del respiro dell’anima che, con un muto linguaggio, prende corpo e decifra destini. In esso c’è armonia, stabilità e coerenza. Quando sorge e mostra la sua luce, quando vede e riconosce la stessa luce in altri, vi si avvicina per ricevere, a sua volta, la luce che brilla nell’altro. La poesia non accetta definizioni, ma aggiunge vita alla vita. Credo sia quel primordiale soffio in volo circolare che possiede i poeti, la presa di coscienza che una parte di loro sia intimamente legata con l’esistenza terrestre e può rivelarsi esperienza assoluta di una vita senza tempo. La scoperta della parola è frutto di uno scavo nell’abisso dell’io, l’occasione per riflettere sul senso della vita, lo strumento per portare alla luce la lacerazione profonda che ostacola il pieno godimento della vita. Dare voce al legame tra l’esperienza del dolore nella vita umana diviene uno strumento conoscitivo di noi e del mondo che indaga le ragioni profonde dell’agire umano. Ma il fare poesia non potrebbe mai eguagliare la pienezza dell’esistere, perché l’essere è più che dire dice Giovanni Giudici.  Continua a leggere

Con Dio

Per non distrarsi, durante la preghiera, basta pensare che, se invitiamo qualcuno a casa, come minimo dobbiamo esserci. Sarebbe strano non farci trovare. Se lo facciamo in società, perché non farlo con Dio?

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La parola ai poeti. Luciano Mazziotta

Tre aneddoti e tre limiti

Limite nr. 1. Inadeguata individualità.

Se mi è stata proposta, volontariamente e non-necessariamente, questa parola in questo spazio, altrettanto volontariamente e non-necessariamente posso rispondere. D’altra parte, mi è stato offerto questo luogo sulla base di un mio fare, quindi è necessario delimitare ciò che potei dire, nella consapevolezza che il come e il che cosa sono differenti per ogni fare in cui sono coinvolto. Il fare in questione è relativo all’atto di aver scritto dei libri, che, in un modo o nell’altro, sono delimitati al campo di quello che viene denominato comunemente poesia.

Ho ripetuto più volte la parola limite, delimitato, limitare, per una questione meno poetica e più agorafobica: che cosa mi è stato chiesto in questo spazio? Ho bisogno di un confine. Esprimere una visione della scrittura in versi, la mia esperienza con la scrittura in versi, le mie relazioni con l’ambiente inerente alla sfera di chi si occupa di questa pratica. Si tratta di un tema illimitato, per uno spazio, quello virtuale, illimitato anch’esso. Agorafobia: mi è opportuna una barriera. Non parlo di traccia: le indicazioni, del resto, sono chiare.  Parlo di un illimitato che, in quanto tale (e tanto per la parola quanto per il mio fare), posso pensarlo esclusivamente per mezzo di una esperienza del limite. Esperire il limite non significa, però, per me, esperienza agonistica e adrenalinica del rischio. Ha a che fare, invece, con i propri (i miei) limiti: fare quello che posso fare, e ciò che riesco a fare, secondo la individualità di soggetto che esperisce.  Continua a leggere

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro


Di due, uno

[Mt 22,34-40]

Amerai il Signore tuo Dio…”

“Amerai il prossimo tuo…”

Due amori, una sola misura: tutto.

Se amare è recepire il Tu in tutto il suo essere se stesso, così com’è, per quello che è, allora, o è tutto o non è.

Non può esistere un confine all’amore. “Tutto il tuo cuore, tutta la tua anima, tutta la tua mente”. Nulla è escluso.

Anche il termine greco esprime la globalità: òlos. Non si ama fino ad un certo punto. O si ama totalmente o non si ama. Continua a leggere

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La parola ai poeti. Lina Salvi


Ho sempre pensato che la poesia in me sia nata per caso, anche se man mano che la scrivo mi rendo conto di cercare di portare alle luce reperti già esistenti, sedimentati da tempo. In ciò mi conforta il pensiero di Giuseppe Ungaretti, il quale, in un’intervista Rai del 1961 si limitò a spiegare come fosse nata la sua poesia per il pubblico,
ma non per lui; alimentando il suo mistero insondabile, pur sempre insostituibile ed affascinante.

La città al centro per me fu Milano e alcuni ambienti letterari. Il dialogo e l’ascolto di altri poeti di provata esperienza è stato fondamentale, non per avere un “posto da qualche parte, ma per capire i limiti della mia scrittura.  Continua a leggere

Gian Piero Stefanoni, Lessico Madre, Dialoghi con san Luigi Gonzaga

 

Ez 36, 26
– Toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne.

ai miei figliocci

I.
del trasporto dell’infermo al Santa Maria della Consolazione

Tolto dal cielo,
rimesso agli occhi
parla alla sua sostanza il corpo.

Anima degna
del tessuto di cui è peso,
il reclinare del Padre
al patire del mondo,

il sì del nome
all’insufflare dell’immagine.

Guardare all’uomo affinché non cada. Continua a leggere

Repetita iuvant, forse. È ancora lì


di Fabrizio Centofanti

Francesco ha i capelli spettinati, come sempre, gli occhi un po’ spenti, la voce bassa di chi ha imparato a non chiedere troppo dalla vita. State passeggiando nel cortile dove s’intrecciano studenti della scuola d’italiano, bambini che gridano all’uscita dell’ora e mezzo di catechismo della comunione, giovani che chiacchierano dell’ultima partita della squadra del cuore. Quando si scrive bisogna inventare o prendere spunto dalla vita? Una bella domanda: ma non dovrebbero rispondergli alla scuola di scrittura, con quello che paga? Pensi al tuo romanzo: ogni capitolo nasce da un movimento di organi interni: lo stomaco, il cuore, gli intestini. Si scrive con la pancia, ti verrebbe da dirgli; è una lotta senza tregua fra una realtà che schiaccia e il sogno che la tocca con un’ala leggera, le insegna a volare. Vorresti dirgli che, quando cominci a battere sui tasti, le dita faticano a tenere il ritmo, incespicano nell’ultimo litigio con il povero, nella delusione per un tradimento, nello sforzo sovrumano di restare calmo se il tuo collaboratore non è capace mai di stare al chiodo, come te.

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20 righe (per niente) facili di Pasquale Vitagliano

 

Mi è difficile scrivere una recensione per la nuova raccolta di Carlo Crosato, Strategie di salvezza (Interno Libri, 2023). L’inciampo sta nel titolo. Troppo diretto, seppure casuale, il legame con quello di un mio libro, Apprendistato alla salvezza. Ma in questo caso è diverso. Subito, già da prima di questa opera, ho colto un filo nascosto che mi lega alla sua scrittura. Dunque, l’inciampo, in realtà, è un legame. A questo punto, ne scrivo comunque, perché penso testimoni la forza gravitazionale della poesia. Fantasticavo così di essere/ (nella veglia)/ finalmente entrato/ nel segno di un altro/ essere da lui guardato/ protagonista esplorato e temuto. Se questo sogno fosse il mio? Non si stupisca nessuno. Anche la poesia, come la fisica, può essere quantistica. E sono sicuro che anche per lui, quel sogno, talvolta, è stato un incubo. Anche se, alla fine, il protagonista non ci spaventa più. Ci ha accompagnato verso la salvezza.

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Maddalena Pezzotti, Vermiglia goccia

a cura di Alberto Fraccacreta

L’ava

Di felce e tubero
puntato il passo
che a me conduce respiro
di muschio e corteccia
e sguardo
di ombra e goccia
scuotendo il bosco
il tuo piede ossuto
la tua voce di violino
non accordato.

*

Noi che siamo luci in corsa
ai bordi dell’autostrada,
e la notte, senza gravità,
unica via. Continua a leggere

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Gesù non lo vediamo. È uno svantaggio notevole; però, a pensarci bene, non è affatto l’unico. La persona che più ho amato, don Mario, non la vedo: ma è come se fosse qui, come se ancora ci parlassimo, passeggiassimo insieme. L’eternità non divide, anzi, unisce di più.

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Poetry Therapy, di Dome Bulfaro

Poesia e natura: quale cura?

La risposta alla domanda “Poesia e Natura: quale cura?” che ha dato il là a questo doppio numero monografico è arrivata dopo un anno e mezzo circa di gestazione, ma questi trenta articoli, per numero e qualità, suonano come un ruggito davvero potente, per il quale è valsa la pena attendere tutto questo tempo.

Non è la Natura a non avere Voce, ma gli esseri umani a non avere sufficiente orecchio. Per acquisirlo e coltivarlo ci viene in soccorso l’arte, specialmente la poesia che ci insegna a essere innanzitutto ascolto e solo dopo dire, a farci cavità prima che seme, sospensione prima che inspirazione/espirazione, domanda prima che risposta.

Avevamo fino a oggi lasciato un po’ in disparte la questione su quale potesse essere la cura nella relazione tra poesia e natura, ma non perché la ritenessimo secondaria ma perché volevamo riservargli uno spazio adeguato, che forse siamo riusciti a rendere memorabile, come volevamo, grazie all’eccezionale apporto di tutti gli autori, redattori e traduttori, che hanno costruito questo numero doppio di Poetry Therapy Italia. A ognuno di loro va la mia personale e nostra gratitudine. Continua a leggere