Gran Sarto


Chiediamo tante cose a Gesù, legittime, sensate, ma non ci poniamo mai la domanda decisiva: perché non lasciare fare a Lui? Non ne sa più di noi? Non ha confezionato un abito su misura per ciascuno, da gran Sarto qual è?

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Isabella Bignozzi, Memorie fluviali

di Rosa Salvia

Isabella Bignozzi, Memorie fluviali, MC edizioni, Milano 2022

 

La poesia di Isabella Bignozzi è calda, delicatissima e quasi violenta nell’amore che esprime.

Originale nella percezione e nella formulazione delle sue metafore, unisce un vivo sentimento

del reale a un teso ascolto della sua raison de coeur.

Un “quaderno di spine” che si dipana attraverso un dire sottratto al tempo, forma accertata e durevole da opporre agli eventi ambigui e precari dell’esistenza.

Rinvii ed echi si diramano da profondità e sapienze ancestrali, da un’innata vocazione alla classicità, fino a coniugare versi di sofferta consapevolezza (sulla scia di poeti quali Paul Celan): […] non cercare il guado indenne / l’astro, il chiarore / canta il velo che sbiadisce / la ruggine sul fondale / la spina del cardo // se vuoi esser (poeta) / con quelli tesi alla bellezza salvifica dell’amore in senso lato (dove Amore e Divino rappresentano un corpo unico come per Cristina Campo): […] lo vedi amore mio / con questa preghiera selvaggia fiamma libera / come saliamo in alto sopra il taglio e la tregua / com’è avvolta di salvezza ogni nostra cura // e queste nere piccole morti / che provano a stringerci i polsi / non hanno più la via né le mani / diventano giorno diventano acqua // ora che tutto schiarisce e aiuta / le persiane che biascicano il buio / fanno estate dolce, nave che salpa, vela pulita / fanno luce di alba buona.  Continua a leggere

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La Spagna in lettere, di Annelisa Addolorato. Montserrat Abumalham

di Annelisa Addolorato

La poesia è dichiaratamente e sempre la prima passione (forse presente anche nel suo dna) e fonte anche per la narratrice, arabista, già cattedratica di Lingua e letteratura araba presso la Universidad Complutense de Madrid, Montserrat Abumalham, a cui dedico questo post settembrino di LA SPAGNA IN LETTERE. Sono tre i testi di narrativa di questa autrice spagnola – di origine libanese, nata a Tetuán alla fine degli anni ’40 – a cui faccio riferimento e di cui traduco i titoli in italiano: Ti ricordi Shahrazad? (2001), Tutti stranieri (2019) e Panni sporchi (2022). Menziono subito la poesia, perché sia nei suoi libri di narrativa, sia nelle sue lezioni e seminari di Dottorato, non fa mistero della sua grande conoscenza e passione per la poesia araba, e non solo. Continua a leggere

Incontri XXII

poesia per una mosca

di Kurt Marti (Svizzera, 1921-2017)

a nessuna ora
(fuori cade la neve)
si è svegliata
nel silenzio della stanza notturna
una mosca

blu scintillante
nella luce gialla
di una lampada di carta di riso
ronzando
davanti agli scaffali

e cosa vorresti
(ecco la domanda)
dirci con questo?

nulla nulla
lo scrivo
per la mosca

La mosca

di Stefanie Golisch (Germania, 1961)

C‘erano pesci e topi e un triste sole.
Il mondo non ha alcuna opinione di
noi. Il giallo è un gioco di luce e io
sono un pesce stanco, vivo perché
sono mortale. In un giorno di primo
autunno siamo un giallo, una stanchezza
di pesce, una magra coda di topo, la
mosca di nessuna ora Continua a leggere

Trasversalità, di Rosa Pierno. Gabriella Drudi

Gabriella Drudi “Senza titolo”, frammenti, Anterem n. 56, I semestre 1998

I frammenti di Gabriella Drudi, pubblicati dalla rivista Anterem n.56, I semestre 1998, sono tratti da Senza titolo, edito dallo Studio Durante nell’autunno del 1989 in occasione della mostra – dedicata a Samuel Beckett  – di Claudio Adami, Luisa Gardini, Nunzio, Pizzi Cannella, Marco Tirelli, Toti Scialoja.  Artisti diversissimi fra loro, dunque, ma nei quali la Drudi riconosce un comune atteggiamento nei confronti dell’arte: essi, infatti, guardano alla tela:

“come al luogo dove può accadere di tutto e persino uno scambio di residui umani non meno persuasivi di tanti eccessi
e non sostegno di vaste ideologie, estetiche salvifiche, o raffigurazioni di una cascata spumeggiante per depressione del letto vuoi esterno vuoi interno
il preteso silenzio è brulicante di parole, la pittura cosiddetta astratta ci ossessiona di figure, così come la nostra supposta vita interiore che si dà in un video di voci fugaci e scorie di apparenze”.
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In origine (L’albero)

Tornare agli archetipi significa riprendere il gioco necessario con il mondo, non dargli una risposta. 

Risaliamo la corrente fino all’Albero-Frutto, in cui non c’è distinzione e tutto è unito, il bene e il male, l’inizio e la fine.

La Donna, mangiandone, assimila questa coesistenza tra gli opposti, che si porterà dentro per sempre. Non sarà più separata neppure dal mondo: la conoscenza è ormai interiore, è un sapore, non è più solo distaccata visione.

Forse, l’errore della Donna non è il desiderio, ma l’impazienza. Nell’assaggio, è stata la prima. E la prima è anche l’unica, in quell’attimo fondante di solitudine, di non-condivisione.

Tornare agli archetipi significa riprendere il gioco necessario con il mondo, non dargli una risposta. 

Risaliamo la corrente fino all’Albero-Frutto, in cui non c’è distinzione e tutto è unito, il bene e il male, l’inizio e la fine.

La Donna, mangiandone, assimila questa coesistenza tra gli opposti, che si porterà dentro per sempre. Non sarà più separata neppure dal mondo: la conoscenza è ormai interiore, è un sapore, non è più solo distaccata visione.

Forse, l’errore della Donna non è il desiderio, ma l’impazienza. Nell’assaggio, è stata la prima. E la prima è anche l’unica, in quell’attimo fondante di solitudine, di non-condivisione.

In origine

L’albero

[…] 

Io sono l’albero-frutto

succoso

in tutte le mie parti.

Da me si passa

per morire.

La donna lo sapeva:

per generare

barattò l’eterno con la storia […]

 

Per custodire il fuoco, di Luigi Maria Epicoco

di Alida Airaghi

Mantenere acceso il fuoco

 

L’epigrafe tratta dal Vangelo di Luca, 12 49, “Sono venuto ad appiccare un fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già divampato!”, bene riassume l’appassionata sollecitazione che Luigi Epicoco suggerisce nel suo saggio einaudiano Per custodire il fuoco. Vademecum dopo l’Apocalisse. All’umanità di oggi manca il fuoco, che erroneamente si è sempre accostato all’immagine dell’inferno, mentre l’incandescenza, l’ardore, la luminosità della fiamma sono simboli di vita, di slancio, di passione, laddove invece è il ghiaccio che meglio rappresenta l’isterilimento di qualsiasi desiderio, l’assenza di energia, la mortificazione di ogni aspettativa. Continua a leggere

La linea d’ombra di Ezio Settembri

di Angelo Restaino

La prima raccolta poetica di Ezio Settembri (Macerata, 1981), D’altra luce, edita da peQuod, collana portosepolto di Luca Pizzolitto, nel 2023, è un libro che tutti i poeti almeno per tirocinio dovrebbero provare a scrivere. Chiunque faccia poesia dovrebbe provarci perché vi si pone in versi in modo esemplare un tema lirico di partenza, la ricognizione del manifestarsi dei segni familiari nella memoria e nel sangue, l’usarli come rampa di lancio per il volo futuro che ci si sceglie. Settembri ha saggiamente posto questo tentativo all’inizio del suo pubblicato, riuscendoci completamente e confezionando un esordio che si pone come un solido e visibile riferimento nel (fortunatamente, per chi scrive: a chi legge, poi, tocca il piacere di sceverare) tanto che si scrive e pubblica “andando a capo”. Continua a leggere

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro


Primi e Ultimi

[Mt, 19,30; 20,1-16]

Quando Gesù chiama, c’è sempre un atto di rottura: giratosi, uscì etc… C’è, in sostanza una interruzione di una continuità. Come dire: da questo momento in poi, nulla sarà più come prima.

Non è solo una rilevazione di fatto, un comportamento suo, personale; è piuttosto una proposta di stile e una richiesta a fare altrettanto.

“Che ci guadagniamo, noi che abbiamo lasciato tutto, per seguirti?” è la domanda di Pietro e dei discepoli. Continua a leggere

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“Breve amore”, un racconto di Károly Méhes

Károly Méhes (1965) è nato a Pécs, nella parte meridionale dell’Ungheria. La sua carriera letteraria è iniziata nel 1991 in campo poetico, mentre in seguito è passato ai racconti e ai romanzi. Fino ad oggi ha pubblicato ventuno libri, parallelamente al suo secondo lavoro come giornalista e autore esperto di Formula 1.

Nel 2007, insieme a sua moglie Enik? Kulcsár, ha fondato il “Pécs Writers Program”, oggi parte dello “Hungarian Residence Program”.

Breve amore

di Károly Méhes

(traduzione dall’inglese di Giovanni Agnoloni)

Domenica mattina, il direttore del villaggio turistico venne al nostro tavolo indossando una giacca a quadri e una cravatta, nonostante il caldo soffocante. Su cinque delle sue nove dita luccicavano anelli con pietre di varie dimensioni. Torcendosi le mani, si rivolse a noi – be’, devo correggermi: ad Anyuka – in tono rispettosissimo, chiedendoci se potesse far accomodare in nostra compagnia altri due ospiti che erano inaspettatamente arrivati in quel momento.

Anyuka mi guardò leggermente spaventata, ma io evitai di ricambiare la sua occhiata, per poi ascoltarla mentre rispondeva di sì a bassa voce. Credo che non riuscisse mai a contraddire un uomo in giacca e cravatta. Apuka si vestiva sempre in quel modo. Anche quando guardava le partite di calcio, lui era costantemente “in servizio”, perché un uomo, a suo giudizio, doveva essere sempre pronto per eventuali chiamate, se voleva raggiungere dei risultati. Con quell’atteggiamento, finiva che Apuka veniva ininterrottamente sballottato qua e là dagli altri.

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20 righe (per niente facili) di Pasquale Vitagliano

Ho conosciuto Andrea Temporelli come poeta rigoroso e critico esigente. Ma ci sono energie magmatiche che hanno bisogno di rompere la crosta per emergere in superficie con tutta la loro forza. L’amore e tutto il resto – Poesie 1996-2022 (Intelinea, 2023) è un’antologia eruttiva, calda nelle vene e lucidissima nel pensiero. Divisa in nove sezioni, tuttavia, ruota intorno al poemetto Terramadre, che mi sembra il perno centrale o il nucleo focale. Nella sua cadenza orfica, ci scopriamo orfani in una terra di padri menzogneri e di madri cune funerarie, privi di una lingua per dire dolore e amore, debitori unicamente verso la poesia che ci ha fornito le parole per dire addio e così salvarci e vivere definitivamente.

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Giacomo Bergamini

Specchi e riti

questi lividi
esortati da respiri
questo boccone di domande
e questa morte evocata
a bassa voce
questi sogni disegnati
sulle acque
a gesti raccontati
a sbadigli
questo calendario crudele
inchiodato dalle date
e affollato di angosce
e a forza lieto
una malattia citata
in un sermone
che i chiodi raccolgono
a memoria
e che la ragione diserta
come un alibi sfuggente
e protetto
gremite recite e saluti
dolorosamente giustificati
da pretese pressanti
e un po’ uterine

Poetry Therapy, di Dome Bulfaro

Chi è il poetaterapeuta?

La consapevolezza di chi è il poetaterapeuta è il principio attivo che in modo particolare abbiamo sondato in questo numero.

In pochi hanno compreso che la poesia è una delle più potenti medicine che, dalla notte dei tempi, l’uomo utilizza per curarsi.
Tutte le arti sono pratiche medicinali, se hanno in sé i principi attivi da cui dipende l’azione curativa, la quale definisce la tipologia del medicinale.

Nel discorso del 21 maggio 2005 per la cerimonia delle lauree al Kenyon college, il poeta David Foster Wallace afferma che:

La libertà del tipo più importante richiede attenzione e consapevolezza e disciplina, e di essere veramente capaci di interessarsi ad altre persone e a sacrificarsi per loro più e più volte ogni giorno in una miriade di modi insignificanti e poco attraenti. Questa è la vera libertà. Questo è essere istruiti e capire come si pensa. L’alternativa è l’incoscienza, la configurazione di base, la corsa al successo, il senso costante e lancinante di aver avuto, e perso, qualcosa di infinito. Continua a leggere

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